L’uomo dei Balcani

L’uomo dei Balcani

Il modenese Luca De Pietri ha passato quindici anni della sua vita nei Balcani. Prima come funzionario della Provincia, poi della Regione; prima per gestire l'emergenza profughi dal Kosovo, poi per contribuire a progetti di sviluppo locali. La sua storia è quella dell'impegno di un'intera regione e delle sue istituzioni in una delle aree storicamente più instabili d'Europa.

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Albania, 1999. Il Paese sta faticosamente uscendo da una situazione di disperazione e caos successiva alla fine del comunismo e al conseguente immediato collasso di tutte le strutture economiche. Tra il 1996 e il 1997, la truffa delle piramidi finanziarie che coinvolge i vertici dello stato e causa la rovina economica di migliaia e migliaia di cittadini albanesi, provoca proteste in tutto il Paese e dà il via a una stagione di completa anarchia. Una vera e propria guerra tra bande rivali che, secondo il quotidiano tedesco Sonntag lascia sul campo 6.500 vittime e un paese completamente distrutto. Nel 1999 infine, la crisi in Kosovo raggiunge il suo culmine e con l’inizio dell’attacco Nato alla Serbia del 24 marzo centinaia di migliaia di profughi si riversano oltre confine in territorio albanese.

Fonte immagine: Archivio Operazione Colomba.
Fonte immagine: Archivio Operazione Colomba.

L’Italia dà il via alla Missione Arcobaleno per prestare soccorso ai profughi in fuga dal conflitto. Si mobilitano anche istituzioni statali decentrate come Regioni e Comuni il cui apporto organizzativo sul campo confluirà nel maggio di quell’anno nel PASARP (Program of Activities in Support of the Albanian and Refugee Population). Un programma nato in risposta alla richiesta di assistenza del governo albanese a quello italiano, allora guidato da Massimo D’Alema, per fronteggiare la crisi. Inizia da qui la lunga storia, durata sedici anni, tra il funzionario regionale Luca De Pietri e i Balcani. Una storia che è poi quella dell’impegno, ininterrotto per anni, di decine di istituzioni emiliano-romagnole – Regione, Provincie e Comuni – per favorire la stabilizzazione e lo sviluppo di un territorio, i Balcani, che storicamente funge da porta d’accesso al nostro Paese e all’intera Europa occidentale, come non mancano di dimostrare i drammatici fatti di oggi.

campo Modena di Scutari
Campo Modena di Scutari

“Partimmo da Modena in una ventina di persone i primi mesi del ’99 – racconta De Pietri – quando ancora non si sapeva se la Nato avrebbe attaccato Milosevic, ma l’afflusso dei profughi dal Kosovo verso l’Albania era già un’emergenza. Dovevamo raggiungere un vecchio capannone a Scutari, nel nord est del Paese, dove i tecnici della Municipalizzata modenese si erano già recati in precedenza per allestire 24 bagni e docce. Allora ero impiegato come istruttore guardiacaccia in Provincia e il mio compito era quello di guidare la colonna e organizzare un campo profughi. Perché scegliere un guardiacaccia? Per la divisa che portavo, molto utile in quelle zone per ottenere rispetto dalla popolazione locale anche se magari non era in grado di capire a quale istituzione facessi capo. Così come fondamentale era la piccola jeep Suzuki con sirena che la Provincia mi aveva dato in dotazione”.

Luca De Pietri
Luca De Pietri

“Profughi kosavari a parte – prosegue – allora l’Albania era un paese ancora in pieno caos. Semidistrutto ovunque, con strade impraticabili, una popolazione poverissima vittima delle violenze di decine di bande armate, compresa probabilmente la polizia ‘rappresentante’ lo Stato. Armi ovunque. Al mercato di Scutari si potevano tranquillamente comprare Kalasnikov di tutti i tipi, dalla versione più economica di fabbricazione cinese a quella de luxe cecoslovacca, poi pistole e bombe a mano in cassetta. In tutta la zona intorno al nostro campo, c’era un solo bar aperto. Più tardi scoprì che il proprietario aveva installato sul tetto una mitragliatrice antiaerea per difesa personale che lo aveva protetto da incursioni criminali”.

“Della situazione avemmo sentore appena arrivati da Bari al porto di Durazzo. Con la nave attraccata alla banchina, restiamo in attesa di essere sdoganati per quattordici lunghissime ore. Nessuno ci dice niente, il tempo sembra sospeso. Finché un camionista decide di rompere gli indugi, sbarca col suo mezzo, sfonda una rete di protezione e ce ne andiamo tutti. Arriva la sicurezza italiana della Missione Arcobaleno e ci scorta fino a Croia, una ventina di chilometri da Durazzo. Da lì, per i 120 chilometri fino a Scutari il viaggio è assurdo. La strada si può definire tale solo per modo di dire. Tutto quel che esisteva intorno è depredato dalle bande scese dalla montagna che frequentemente attaccano anche ai convogli. Cominciamo a capire qual è veramente la situazione e l’adrenalina comincia a salire. Rimarrà altissima, per me, per tutti noi, per l’intero periodo di permanenza in Albania”.

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Dagli iniziali quindici giorni previsti, De Pietri e gli altri – tra tecnici, amministrativi e staff medico – rimarranno a Scutari per tre mesi abbondanti, fino a quando, l’11 giugno si ritirano dal Kosovo i contingenti paramilitari e la polizia serba, e nel giro di pochi giorni si svuota completamente il campo profughi e le famiglie, principalmente donne e bambini, maschi giovanissimi e anziani, rientrano nelle loro case.

“In quei mesi – prosegue De Pietri – siamo arrivati ad ospitare ed assistere quasi 500 profughi in una situazione di altissima tensione. In città era pericoloso girare anche di giorno. Colpi d’arma da fuoco, principalmente d’avvertimento, erano la norma in giro per le strade. Di notte poi, era impossibile uscire: troppo pericoloso. A Scutari c’erano seicento clan in guerra tra loro. Vuol dire che se i maschi uscivano di casa e incrociavano qualcuno di un’altra famiglia finiva a pistolettate e coltellate. Inoltre, i Serbi trattenevano al confine migliaia di persone in fuga per poi rilasciarle di colpo creando così improvvise ondate a cui dovevamo di volta in volta far fronte. All’arrivo, le migliaia di profughi venivano concentrati dagli albanesi in una ex manifattura tabacchi, enorme perché in passato aveva fornito di sigarette e tabacco a tutto il paese. Nei sotterranei avevano messo in piedi una specie di tendopoli. Una situazione terribile. Periodicamente, le autorità albanesi ci fornivano una lista di persone da traslocare nel nostro campo. Gente che li pagava, potendolo fare, per migliorare la propria situazione. Altri andavo a prenderli io di nascosto e li caricavo quattro o cinque alla volta sulla mia piccola Suzuki. Donne e bambini soprattutto che si trovavano in condizioni particolarmente critiche. Fin quando mi hanno beccato e non ho più potuto portar via nessuno da lì”.

Photo credit: Crescere in un campo profughi Serbia via photopin (license)
Photo credit: Crescere in un campo profughi Serbia via photopin (license)

A giugno, a emergenza conclusa, il gruppo rientra in Italia, a Modena. “Tornato a casa – ricorda oggi De Pietri – non capivo più cosa fosse l’Emilia, questo posto sereno e tranquillo lontano anni luce dall’esperienza drammatica che avevo vissuto. Un’esperienza straordinaria che auguro a molti, oltre che una grande soddisfazione personale per la fiducia che mi ha dato la Regione. Fiducia che penso di aver corrisposto operando in loco ed evitando così un sacco di casini, lì e anche qui”. Una stima confermata anche in seguito, visto che per i quindici anni successivi, fino a quest’anno, De Pietri ha continuato ad operare nei Balcani, tra Scutari, Tirana e Belgrado, per conto della Regione. Per dieci anni vivendo da quelle parti, negli ultimi cinque facendo la spola tra Modena e le varie sedi di progetti coordinati dalla Regione.

Progetti di sviluppo finanziati da varie istituzioni nazionali e internazionali, dall’Onu al Ministero degli Esteri, dalla Banca Mondiale fino a piccole Amministrazioni comunali, per promuovere la governance locale: gestione e pianificazione del territorio, dei servizi sociali e sanitari, sviluppo economico. Insomma, tutto quel che viene dopo l’emergenza in aree di conflitto. Progetti che per tutti questi anni hanno visto coinvolte in prima persona le più diverse istituzioni emiliano-romagnole, ma che oggi la Regione considera conclusi. Con grande rammarico di De Pietri: “Non riesco a trasmettere la necessità strutturale di dotarsi di strumenti oltre che per essere presenti continuativamente, anche per conoscere quel mondo che è praticamente sotto casa. Purtroppo, se funzioniamo alla grande in situazioni di emergenza, siamo impreparati nell’attuare politiche di sviluppo. Al di là dell’Emilia-Romagna, manca una strategia complessiva, una visione politica d’insieme da parte dell’Unione europea che, se offre sicuramente fondamentali valori di riferimento e importanti risorse economiche, non esiste dal punto di vista politico come identità unica in grado di condizionare e realizzare politiche di ampio respiro in un’area come quella balcanica e non solo”.

Che i Balcani in nessun modo possano considerarsi una zona sicuramente pacificata anche negli anni a venire, lo può confermare anche chi scrive, dopo aver aver trascorso qualche giorno a Sarajevo, in Bosnia, e averne tratto un video reportage di cui forse (al di là di averlo realizzato personalmente) sarebbe opportuna la visione. Perché dimostra come “abbassare la guardia” politica sui Balcani può sempre riservare sorprese. Perché essere bravi nel “gestire le emergenze” dovrebbe comportare almeno altrettanta bravura nel prevenirle.

Curiosamente (ma non troppo), di un pomeriggio che dovevamo passare a chiacchierare con De Pietri di quindici anni di esperienze nei Balcani, la maggior parte del tempo è volata via presi entrambi dal racconto della sua “prima volta”: quei tre mesi a diretto contatto con un’immane tragedia come la guerra e le sue vittime. Un’esperienza che chiaramente lo ha segnato in maniera definitiva perché, come scrive Massimo Fini nel suo provocatorio pamphlet “Elogio della guerra”, questa ha il pregio indiscutibile di “ricondurre tutto, a cominciare dai sentimenti, all’essenziale. Ci libera dell’orpello, del superfluo, dell’inutile, ci rende, in ogni senso, più magri. La guerra conferisce un’enorme valore alla vita. Il rischio concreto, vicino, incombente, della morte rende ogni attimo della nostra esistenza, anche il più banale, di un’intensità senza pari”.

Riflessioni che non dovremmo mai mancare di fare – anche se la maggioranza di noi in questa pasciuta e tranquilla Emilia non ha mai vissuto simili esperienze – quando giudichiamo con superficiale sufficienza, o addirittura con contrarietà e fastidio, quanto sta accadendo in queste settimane a tante altre vittime in fuga da situazioni e da guerre oggi non meno terribili di quelle di ieri.

In copertina, “Refugees From Kosovo” immagine di Carol Guzy vincitrice del Premio Pultitzer 2000.

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Giornalista e videomaker, ho realizzato diversi documentari, reportage e inchieste. Il mio blog personale: dalomb

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