Quel master che è tutta un’altra storia

Incontriamo il Prof. Lorenzo Bertucelli, associato di Storia Contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia, nel dipartimento di Studi linguistici e culturali in Largo Sant’Eufemia. È giovane e non risparmia battute di spirito mentre ci guida verso il suo ufficio, dribblando i lavori in corso nel cortile e le ragazze in leggings e canotte borchiate che attendono con ansia il turno per sostenere l’esame di linguistica. Lo studio lo divide con un collega che poi scopriamo essere il Prof. Fabio degli Esposti, esperto della Prima Guerra Mondiale. Nessuno dei due assomiglia al classico professore universitario di Storia e sulla scrivania bianca, accanto allo zainetto che si toglie dalle spalle, non campeggia un saggio di Chabod, bensì, avvolto in una vistosa copertina rosa, il volume di Pozner “Tolstoj è morto”, in cui si ricostruisce la fine pubblica di una star, il primo reality show della storia, appunto la morte di Tolstoj seguita in diretta da una nazione col fiato sospeso e celebrata da una folla adorante.

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Ecco, non ci sorprende che proprio in questo contesto sia nata l’idea del primo Master italiano in “Public History”, una novità assoluta che vede Modena terza in Europa, dopo Parigi e Berlino, a puntare su questo modo di spiegare e raccontare la storia. “La storia per il pubblico” sembra al Prof. Bertucelli, direttore del Master, la traduzione più vicina all’idea ben consolidata nella tradizione anglosassone e soprattutto americana di un approccio storico che “utilizza tutta la gamma dei linguaggi della nostra contemporaneità per raggiungere un pubblico più vasto possibile” e che va dallo storytelling (spettacolo/racconto storico) fino al reenactment (rievocazione storica) nel quadro più ampio della Living History, ma senza rinunciare al rigore scientifico.

Gli obiettivi che si pone questo Master sono sostanzialmente due, il primo è quello di “mettere in contatto e completare il sapere storico con altre competenze proprie di professionisti che lavorano nel mondo della comunicazione, delle arti, dei mass media e dei new media”, il secondo è di “corrispondere a una domanda sociale di storia che proviene da vari ambiti della società e che non è soddisfatta dalle produzioni scientifiche, a causa dei limiti degli storici che non sono bravissimi a superare il gap per raggiungere un pubblico più largo”. Diversamente dallo storico cosiddetto “accademico”, “il Public Historian accetta di andare in pubblico e di mettersi in discussione insieme al pubblico” ma con una ben precisa mission: mai abbassare il livello.

Fonte immagine: Mutina Boica
Fonte immagine: Mutina Boica

Non si tratta, dunque di semplice divulgazione ma “significa mantenere elevato il livello della conoscenza comunicando attraverso altri linguaggi”. Non è un’operazione semplice e, per questo motivo, il Public Historian ha necessità di lavorare in team, “deve avere un metodo per cui collabora con uno scrittore, un commediografo, un produttore televisivo, un regista, un musicista, un webmaster, un content provider e così via”. Solo così la storia può uscire dall’Accademia e raggiungere il pubblico. “Proprio grazie all’interazione con quest’ultimo e ad uno sguardo più collettivo sulla disciplina, possono nascere nello stesso storico domande diverse sul suo oggetto di studio, contribuendo agli esiti della storiografia tradizionale”.

Che valore ha oggi raccontare la storia anche in questa maniera?
Viviamo in un momento in cui si è esaurita quella fase in cui si pensava che, in un mondo che andava così veloce, non serviva a niente conoscere il passato e che era più utile preoccuparsi di prevedere l’immediato futuro. Di fronte a tanti fenomeni epocali che hanno rimesso in discussione questa presentizzazione estrema del nostro modo di vivere, a partire dalla crisi economica sviluppatasi dal 2008, alla precarietà di un’intera generazione fino ai giganteschi spostamenti di popolazione, sembra veramente di vivere in un presente che si fa storia mentre accade. Tutto ciò ha generato una maggiore domanda di riflessione sui temi del nostro presente, ma si è sentito il bisogno di analizzarli storicamente. La maggiore richiesta di storia nella sua dimensione individuale, ma soprattutto in quella sociale, significa che c’è il ritorno ad una richiesta di identità, di riconnessione dei fili tra le persone, per capire da dove veniamo e quale eredità abbiamo in comune.

Fonte immagine: Mutina Boica
Fonte immagine: Mutina Boica

Perché un Master di questo tipo oggi e perché a Modena?
Varie esperienze, con gradi diversi di consapevolezza, sul nostro territorio, vanno in questa direzione. Si pensi alle produzioni di ERT (Emilia Romagna Teatro Fondazione) “Il ratto d’Europa” e “Carissimi Padri“, che hanno realizzato eventi e spettacoli molto vicini alla Public History, chiedendo aiuto agli storici per ricevere informazioni o consigli bibliografici, o al lavoro che da anni svolgono sul territorio i quattro partner che collaborano con noi per il Master: gli Istituti Storici di Modena e di Reggio Emilia, la Fondazione Fossoli e il Museo Istituto Casa Cervi. Considerando questa rete di esperienze e sensibilità, ci è sembrato necessario fornire un percorso strutturato, in grado di far crescere metodologicamente questi lavori anche con giovani formati più solidamente in questo settore professionale.

Quanti e quali sbocchi professionali si prevedono per i giovani in formazione?
Essendo il primo Master di questo tipo in Italia, non possiamo far riferimento ad alcun dato pregresso. Quel che è certo è che, negli Stati Uniti, i corsi universitari di Public History sono nati per rispondere ad una precisa richiesta professionale. Il laureato in storia, grazie a questa qualifica, ha dunque più possibilità di entrare nel mondo del lavoro. Sempre negli Stati Uniti, gli sbocchi possibili sono anche in azienda, laddove è, per esempio, richiesta una storicizzazione del brand oppure nei veri e propri Musei d’azienda che si stanno diffondendo anche in Italia.

Lorenzo Bertucelli
Lorenzo Bertucelli

Quali possono essere i risvolti economici in un settore notoriamente in crisi come quello della cultura?
Dobbiamo riuscire in questo paese a far diventare un po’ più forte l’idea che quando dici la parola “cultura” non fai solo riferimento all’attività di signori eruditi che stanno tra di loro o di signore sfaccendate che prendono il tè alle cinque di pomeriggio, ma anche a qualcosa di vivo e di innervato nella società di massa e nella comunicazione di massa, qualcosa che genera professioni e indotto economico. Il fare cultura non viene solo dall’alto, dalle Istituzioni, com’è tradizione in Emilia Romagna, ma può venire anche dal basso, da gruppi underground che si organizzano in collegamento col mondo scientifico. Se riusciamo in questo intento, sono convinto che potrà svilupparsi una dimensione anche di potenzialità professionale ed economica.

Il Prof. Bertucelli è perfettamente consapevole che l’avventura non sarà delle più facili, anche perché si svolge in “un paese non abituato a mettere insieme la cultura alta con la cultura più ampia o cosiddetta popolare” e perché non smette di generare conflitto con gli ambienti culturali tradizionali, ma tiene ben salda la convinzione che a vincere saranno quelli “fuori dall’Accademia” , grazie al grado di impatto sull’opinione pubblica. E i numeri del Master confermano, per ora, questo entusiasmo. Con provenienze disparate, da Torino a Roma, con un nutrito gruppo di emiliani, sono infatti più di trenta gli ammessi a frequentare i corsi, che partiranno il prossimo ottobre, e di tipologia assai variegata, dai laureati in Storia e Scienze politiche, agli Archeologi, agli Insegnanti. Tutti completeranno il corso con 325 ore di stage professionalizzante e personalizzato e con seminari tenuti da professionisti ed esperti di cinema, letteratura, teatro, musica e linguaggi multimediali.
Forse un giorno la storia si studierà a fumetti, ed è un’opportunità ben accetta anche dal Prof., a patto che non si cada mai nell’errore di tralasciare le fonti tradizionali.

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