Libia, “Io, scambiato per un mercenario di Gheddafi”

Libia, “Io, scambiato per un mercenario di Gheddafi”

A quattro anni esatti dalla morte di Muammar Gheddafi raccontiamo la storia di Ibrahim, giovane ragazzo libico originario del Ciad fuggito dalla guerra civile nel 2011, oggi residente a Modena. Per i retroscena di una guerra civile ancora in corso abbiamo parlato invece con un funzionario della Nato di origine emiliana, oggi in pensione.

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“Pensavamo che con la caduta di Gheddafi sarebbe stata instaurata la democrazia”, dice Ibrahim madido di sudore dopo aver trasportato bancali al mercato Albinelli per tutta la mattinata. E’ un giovane uomo di nazionalità libica originario del Ciad, paese confinante con la Libia. “Prima di partire per l’Italia avevo uno spaccio alimentare di frutta e verdura a Bengazi, mi trovavo lì quando la guerra è scoppiata”, ricorda Ibrahim che fino alla vigilia della sua fuga aveva aderito alle manifestazioni di protesta che agitavano la Cirenaica dal febbraio del 2011. “Tutto è cominciato a Bengazi: le prime dimostrazioni erano spontanee, piene di entusiasmo, non c’erano fondamentalisti religiosi ma solo la voglia di libertà e di democrazia di un popolo oppresso per oltre 40 anni da un dittatore”.

Il 17 febbraio 2011 iniziava la rivolta in Libia nello slancio delle cosiddette “Primavere arabe”. Poco prima era stato deposto Ben Alì, presidente della Tunisia per 20 anni, poi è stato il turno di Hosni Mubarak, il rais d’Egitto per 30 anni. In Libia la ribellione è degenerata in una guerra civile ancora in corso. “Dal mese di gennaio 2011, quindi prima dell’inizio della sollevazione contro Gheddafi, c’erano agenti inglesi e francesi sul territorio libico, è stata una rivolta da subito manovrata da forze straniere”. A sostenerlo è un funzionario della Nato di origine emiliana, oggi in pensione che precisa di non parlare a nome dell’organizzazione: ”L’errore di Gheddafi è stato di minacciare pubblicamente gli insorti, l’Europa e gli Stati Uniti ma il Colonnello non aveva torto nel ritenere che l’insurrezione avesse dei padrini eccellenti”.

Muammar Gaddafi in 2010

Ibrahim è mulatto ed è stato scambiato per un mercenario al soldo di Gheddafi. “A Bengazi dopo le azioni di repressione contro i manifestanti si scatenò un’ira ancora maggiore nei confronti del Colonnello. Si diceva che quest’ultimo avesse arruolato dei mercenari dell’Africa nera per sopperire alle defezioni di alcuni reparti dell’esercito regolare, così si scatenò la caccia al nero e da manifestante per la democrazia sono diventato, per gli insorti, un soldato di ventura”.

La caccia al nero di cui parla Ibrahim è stato uno dei momenti più drammatici della fase iniziale della guerra civile. Una persecuzione che ha coinvolto centinaia di cittadini libici ritenuti a torto mercenari al soldo di Gheddafi. “Che il Colonnello avesse dei contingenti di mercenari provenienti dall’Africa sub-sahariana era una cosa nota ma quasi la metà della popolazione libica è meticcia. Prima della guerra la Libia era una meta ambita per i migranti di tutta l’Africa, la situazione economica non era difficile come in Tunisia e in Egitto”, spiega Ibrahim.

La Libia è un paese multietnico ricco di materie prime, gas e petrolio principalmente. Muammar Gheddafi, di cui il 20 ottobre si ricorda la morte violenta alle porte di Sirte, aveva teorizzato un pensiero politico panafricano e fondato l’Unione Africana aprendo all’immigrazione da tutto il continente. “Era chiaro che avrebbe fatto una brutta fine, come pensava di sconfiggere le forze Nato? Il massimo di speranza di vita per lui era di finire in una cella dell’Aia e non se la sarebbe neanche passata troppo male. Lo sapevate che gli alti ufficiali incarcerati per crimini di guerra hanno l’attendente? Come Doenitz a Norimberga”, dice l’ex funzionario Nato. “Tuttavia prima dell’intervento Nato l’opzione di un esilio dorato non è mai stata presa seriamente in considerazione dai governi occidentali: bisognava proporre chiaramente a Gheddafi un salvacondotto per lui e la sua famiglia e dargli la garanzia che avrebbe conservato il suo tesoro”, afferma l’ex burocrate Nato.

Il 17 marzo 2011 entrano in azione gli aerei francesi e inglesi ed inizia il conto alla rovescia per Gheddafi sebbene per mesi abbia tenuto in scacco le forze del neonato Consiglio Nazionale di Transizione appoggiate dagli aerei della Nato. Un intervento aereo “legalizzato” da una risoluzione Onu che prevedeva la costituzione di una “no-fly zone” per proteggere la popolazione civile precedentemente bombardata dall’aeronautica leale al Colonnello. “La Francia ha subito premuto per una un’interpretazione estensiva della “no-fly zone” in base al principio che per difendere i civili bisognava far fuori Gheddafi”, dice l’ex funzionario Nato.

gheddafi-e-sarkozy

Ma ci sono motivazioni nazionali meno confessabili: la ricerca da parte dell’allora presidente Nicolas Sarkozy di una nuova popolarità interna attraverso un ideale nazionalista, sempreverde, di “grandeur” francese e gli interessi economici in ballo. “Avendo perso i contratti petroliferi in Iraq, data la sua non partecipazione all’invasione anglo-americana nel 2003, la Francia cercò di garantirsi in Libia una via preferenziale per l’approvvigionamento di materie energetiche”, afferma l’ex funzionario che ripete:”Le guerre si combattono sempre per motivi economici e politici e la politica è un’alchimia di principi e interessi”.

Totalmente estraneo ai calcoli geostrategici e alla realpolitik, Ibrahim si è trovato nel mezzo di una rivolta trasformatasi in guerra civile con violenze razziali e tempo per ragionare ne ha avuto poco. “A metà marzo hanno bruciato il mio negozio, da simpatizzante della rivolta mi sono trovato in pericolo di vita. Bengazi si era trasformata in un inferno, le violenze erano quotidiane e regnava il caos. Quando mio cugino è stato linciato a morte dalla folla nella caccia al nero, ho preso mia moglie e i miei tre figli e siamo scappati a est, verso Tripoli insieme a migliaia di altri profughi molti dei quali dalla pelle scura”. Il giovane libico racconta di come molti dei manifestanti della prima ora scapparono verso la Tripolitania inorriditi dalla crudeltà degli insorti e dall’ondata di violenza e di fanatismo fuori controllo divampata nell’ovest del paese.

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A quatto anni dalla morte del Colonnello Gheddafi la Libia è tutt’altro che pacificata. Lacerata da conflitti interni è piombata nel caos più totale con decine di milizie in guerra fra di loro e con due governi rivali in lotta: quello di Tobruk riconosciuto dalla comunità internazionale e quello di Tripoli. Ad aggravare lo scenario, verso la fine dell’anno scorso, una terza forza ha fatto ingresso nella guerra prendendo il controllo della città di Derna: sono le milizie affiliate allo Stato Islamico. Un conflitto che ha già causato la morte di migliaia di persone e l’emigrazione di altrettanti profughi.

Doveva esserci la democrazia ma il vento ribelle delle “Primavere arabe” ha finito per favorire le uniche forze organizzate in paesi senza cultura politica democratica: i jihadisti che, nel corso dei decenni, dal Maghreb alla Bosnia fino al Caucaso hanno accumulato un’esperienza militare sufficiente da destabilizzare intere regioni. “Si può reagire all’oppressione senza essere democratici – nota l’ex dirigente Nato – E’ una guerra complessa in cui l’aspetto religioso e quello tribale si incrociano e quando scoppia la pentola etnica anche coloro che facevano parte del regime precedente rispondono all’etnicità. E’ successo la stessa cosa in ex-Jugoslavia: i generali croati si sono schierati con il nuovo Stato croato”.

Il disastro umanitario in Libia ricorda quello in corso in Siria e in Iraq. I rifugiati muoiono stipati nei campi profughi del Niger e della Tunisia oppure nel deserto o nel Mediterraneo diventato un cimitero liquido. “L’Europa esce perdente dagli sconvolgimenti politici del Nord Africa. L’Italia in particolare, non aveva nessun interesse ad andare in guerra contro Gheddafi: si è impegnata in questo fronte per solidarietà con gli altri paesi Nato e per motivi esclusivamente umanitari. Con Gheddafi avevamo relazioni stravaganti ma normali: bloccava l’immigrazione selvaggia e i rapporti commerciali erano corretti. Ora la Libia è un paese devastato e l’Europa è colma di disperati”, osserva l’ex funzionario Nato.

Resta la malinconia negli occhi di Ibrahim che voleva la democrazia e oggi scarica bancali al mercato cittadino. Di quanti come lui che pensavano di rimanere a costruire una nuova società e che beffati dal corso della Storia probabilmente non torneranno mai più nel loro paese di origine.

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Gaetano Josè Gasparini è nato e cresciuto a Bruxelles da padre italiano e da madre peruviana. Consegue la laurea a Trieste, specializzandosi in studi islamici che approfondisce viaggiando a lungo in Medio Oriente. Parla e scrive fluentemente in cinque lingue. Viene dal mondo delle radio comunitarie e del giornalismo online. Dal 2015 gestisce il sito internet di informazione http://comislamicapc.it/ legato alla Comunità Islamica di Piacenza con cui ha realizzato tre documentari sull'Islam in Italia.

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