La Kyenge si può uccidere, ma solo se il killer non è nudo

Più che un’onda o uno tsunami, come l’abbiamo descritto nell’articolo su Salvini e l’ossessione per i rom, la dilagante diffusione del razzismo in Italia forse è più simile allo stillicidio, cioè il lento gocciolamento dell’acqua. Lento, insidioso, apparentemente innocuo eppure inesorabile. Ci si abitua, e alla fine ci si ritrova con una frana o un’alluvione, o con persone che commentano la recente tragedia nel Mediterraneo scrivendo “-700” seguito da un’emoticon sorridente, e via coi “mi piace”.

Nell’articolo precedente scrivevamo che su alcune forme di razzismo c’è uno stigma sociale per cui, almeno la maggioranza delle persone, è portata a frenarsi, controllarsi, mentre in altri casi (ad esempio verso i rom) non ci sono limiti e si possono sostenere posizioni apertamente razziste, sempre più estreme, incitando all’odio e alla violenza senza alcun timore. Questo tipo di sfoghi, oltre a trovare un nemico comune minuscolo e raggiungibile, sono utili a portare voti verso alcune parti politiche o visite e quindi quattrini verso alcuni siti web.

Qualche giorno fa abbiamo notato questo post:

kyenge-segnalazione
Il post tuttora online

L’autore è un signore che ha condiviso un articolo che dà una notizia falsa, proveniente da quello che si presenta come un sito satirico, anche se gli stessi lettori la percepiscono come vera. In realtà, inutile fare gli ingenui, questo tipo di siti pubblicano notizie appositamente “credibili” e da questa ambiguità – che porta la maggioranza degli utenti a condividerla come vera – ricavano molte visualizzazioni. Diciamo che siamo più nel campo della bufala che in quello della satira vera e propria.

Non a caso la notizia – una delle più condivise di tutto il sito – mescola abilmente due fortissimi elementi d’antipatia per moltissimi italiani: l’eurodeputata Cécile Kyenge e i rom. Un cocktail perfetto per sfruttare l’odio e canalizzarlo in un contenuto virale: l’articolo ha oltre 90mila condivisioni.

Ma a colpirci veramente è il modo in cui la persona ha condiviso il post: parla esplicitamente della possibilità di uccidere l’eurodeputato Cécile Kyenge. Si può dire pubblicamente una cosa del genere? Per scoprirlo abbiamo deciso di rivolgerci a Facebook, segnalando il post tramite la procedura che il social network fornisce a tutti gli utenti per chiedere la rimozione di contenuti considerati non adatti.

Segnalando il post viene chiesto: “Cosa c’è che non va in questo post?” e tra le risposte possibili ci sono: “Promuove la violenza o la crudeltà verso una persona o un animale” o “E’ una notizia falsa”.

Il post in questione teoricamente rientra in entrambe le categorie, ma la parte grave ci sembra quella del killer, dunque scegliamo l’opzione “Promuove la violenza verso una persona”. Il messaggio sembra chiaro: si parla di killer, si dice “ci liberiamo di te”, insomma sembra proprio che promuova la violenza contro una persona, no?

No.

La risposta che riceviamo da Facebook dopo la segnalazione è che il post non viola gli standard della comunità.

Senza-titolo-2
La risposta di Facebook

In pratica per il social network di Mark Zuckerberg questo contenuto non provoca alcun danno e può restare online. Abbiamo preso questo caso come esempio, ma in realtà sono tanti i post dove si incita apertamente alla violenza, e non sempre verso personaggi pubblici come l’ex ministro Kyenge. Post che, pur segnalati, Facebook non rimuove.

Un altro caso recente è quello che segue. E’ apparso in un gruppo Facebook contro i rom ed è un po’ difficile da leggere per come è scritto, ma riassumiamo il contenuto: l’autrice del post propone di buttare una bomba ogni notte contro il campo rom “come avviso”, oppure di utilizzare fucili, premurandosi però di risparmiare i bambini.

Una bomba ogni notte. Anche questo non viola gli standard della comunità
Una bomba ogni notte. Anche questo non viola gli standard della comunità

Anche in questo caso, dopo la segnalazione, Facebook ha risposto che il post non violava gli standard della comunità. Dai commenti successivi si capisce perfettamente come non si tratti di battute goliardiche tra amici o di satira ma di proposte prese molto seriamente dagli altri utenti. Insomma, la tolleranza del social network – o la negligenza nei controlli delle segnalazioni – sembra davvero molto alta. Una vittoria per i sostenitori della liberà d’espressione senza limiti? Non proprio.

Infatti c’è qualcosa che Facebook proprio non sopporta: le tette.

Più in generale il corpo umano quando è nudo. Se infatti il signore che parla di uccidere la Kyenge, o la ragazza che propone di andare la notte a lanciare bombe contro il campo rom, avessero postato anche una foto di una ragazza o un ragazzo nudi, molto probabilmente la nostra segnalazione sarebbe stata accolta immediatamente. Un seno nudo infatti viola gli standard della comunità di Facebook.

Un'immagine che fino a poco tempo fa sarebbe stata censurata su Facebook-
Un’immagine che fino a poco tempo fa sarebbe stata censurata su Facebook-

Sono tanti i casi di censure paradossali da parte del social network. Nudi artistici censurati in quanto pornografici, mamme che allattano, dipinti considerati capolavori ma a quanto pare troppo espliciti (L’origine della vita di Couerbert, censurato), e in alcuni casi perfino foto storiche, come questa del 1909 di una donna indio con il seno scoperto, gaffe assurda che ha portato il governo brasiliano ad avviare un procedimento legale contro Facebook.

Sempre in questi giorni il social network è finito al centro delle polemiche per aver rimosso la foto di un neonato affetto da una malformazione (non ha il naso) postata dalla madre. Dopo le tantissime proteste Facebook ha ammesso lo sbaglio. E proprio a causa delle numerose e frequenti polemiche recentemente la responsabile dei contenuti di Facebook Monika Bicket era intervenuta per spiegare le nuove linee guida del social network sulla rimozione dei contenuti. Cioè su cosa si può e cosa non si può postare.

Come riportato da Punto Informatico, Facebook ha una linea dura soprattutto su due punti: i contenuti che promuovono il terrorismo (ad esempio pro-Isis) e… il corpo umano:

sono proibite quelle immagini “che si concentrano su glutei completamente esposti” o sui genitali e quelle di seni “se includono anche i capezzoli”. Comprende altresì i contenuti creati digitalmente, a meno che non abbiamo scopo educativo o satirico. E sono altresì proibiti i testi che descrivono atti sessualmente espliciti se contengono “dettagli vividi”.

Dalla policy sui contenuti di Facebook emerge una visione del mondo che da una parte ha paura del nemico esterno (Isis, terroristi con barbe lunghe, ecc.) ma ignora o tollera l’odio interno, come se le cose cattive venissero sempre e solo da fuori, e dall’altra parte un’ossessione puritana per il sesso e il corpo umano. Come se i capezzoli fossero più pericolosi di quel dilagante razzismo che, goccia a goccia, invade le discussioni e le conversazioni ogni giorno di più. Ecco, come direbbe Salvini: stop invasione.

In copertina, particolare (censurato) del dipinto di Luca Ferrari (Luca da Reggio) “Venere impedisce a Enea di uccidere Elena” (1650 circa).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *