La cucina modenese è amatissima dagli americani (ma sarebbe meglio di no)

Avvisiamo: le immagini che pubblichiamo sono per stomaci forti. E non pubblichiamo le peggiori. Vengono dalla pagina Degrado italo-americano, che ha iniziato postando fotografie di piatti italiani “rivisitati” dagli americani, ma ormai pubblica immagini provenienti da tutto il mondo. Piatti spacciati per tipici anche se nessuno in Italia li ha mai visti, versioni rielaborate da far svenire le nonne, “parmesan” come se piovesse e atrocità culinarie che fanno effettivamente inorridire. Dalla pizza con il panettone, al panino con gli spaghetti o alla geniale (e malvagia) pizza con spaghetti, la pizzaghetti. Ci sono anche alcuni esempi della cucina emiliana e modenese, amatissima dagli americani. Recentemente un giornalista americano l’ha definita addirittura la migliore cucina italiana. Eppure, all’estero, prende spesso vie inaspettate. Un esempio? La pizza con i tortellini:

pizza tortellini

Ecco, questa pizza esiste. Non è un fotomontaggio, non è un’allucinazione, esiste davvero. Per quanto vi potrà sembrare impossibile, la pizza con la pasta sembrerebbe abbastanza diffusa fuori dall’Italia.

Ma il piatto tipico di Modena, si sa, sono i tortellini in brodo:
tortellinibrodo

Interessanti anche nella variante “chicken & prosciutto tortellini soup”: una zuppa di tortellini con pollo, spinaci, carote e funghi. Chiamatele rivisitazioni creative, oppure incubi alimentari, come preferite.
tortellini soup

Ed ecco un altro classico emiliano: il gelato al parmigiano, probabilmente da abbinare al gelato al salmone.

gelato al pomodoro e parmigiano

Nonostante nei commenti qualcuno faccia notare che il gelato al parmigiano però si è visto anche a Modena e non solo (e più in generale che alcune di queste ricette potrebbero vedersi sui piatti di qualche chef star italiana, dato che il confine tra orrore e genio è labile…), la reazione della maggior parte degli utenti è di fastidio e addirittura di indignazione.

Il famigerato parmesan grano pandano

Il parmigiano in particolare, chiamato “parmesan”, è una delle vittime preferite dei produttori di alimenti pseudoitaliani. Praticamente qualsiasi formaggio all’estero può essere chiamato parmigiano o parmesan, motivo per cui i produttori del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano hanno protestato più volte. Addirittura la Coldiretti arrivò a dire che queste imitazioni fanno più danni del terremoto – riferendosi, ovviamente, ai soli danni economici. Oltretutto si tratta di brutte imitazioni, perché il nome è quello ma il formaggio è completamente diverso ed è più simile all’inglese Cheddar o all’Emmental svizzero.

Quella del Parmesan è uno dei tanti casi di “Italian sounding”, cioè qualcosa che suona italiano ma italiano non è, sfruttato a fini commerciali per vendere prodotti che evocano l’Italia e la tradizione culinaria italiana. Secondo dati del Ministero dello Sviluppo Economico, l’Italian Sounding ha un giro d’affari annuo di circa 54 miliardi di euro all’anno, cioè più del doppio delle esportazioni dei veri prodotti agroalimentari italiani. Il che vuol dire che il falso va più del vero e che – sempre secondo i dati del ministero – 2 prodotti su 3 venduti all’estero sembrano italiani ma non lo sono.

Come queste incredibili “lasagne classico tomatensaus grano pandano”, veramente da applausi:
grana pandano

Tutto ha avuto inizio con gli spaghetti alla bolognaise

Chiunque abbia mangiato qualche volta fuori dall’Italia avrà notato sui menù i mitici “spaghetti alla bolognese”, spesso storpiati in “buolognese” o “bolognaise” e mille altre varianti. E’ uno dei piatti simbolo americani, ma sono molto diffusi nelle trattorie e nelle case di tutta Europa. Si trovano anche nei supermercati, di solito venduti già pronti in barattolo, come gli altrettanto mitici “spaghetti with meatballs”, altra ricetta pseudo-italiana che spesso si confonde con la prima. Qui si possono vedere diversi esempi di ricette di spaghetti alla bolognese con polpette.

lilli-e-il-vagabondo

Come spiegato in questo articolo, in realtà pochi italiani li avevano visti se non nel cartone “Lilli e il Vagabondo” della Disney, ma sia gli spaghetti alla “bolognaise” sia gli spaghetti con le polpette sono comunque diventati uno dei piatti pseudo-italiani più famosi nel mondo. La probabile origine è nella cucina dei primi immigrati italiani negli USA. Sul nome, mistero. A Bologna si faceva il ragù, quindi forse le cose si sono un po’ confuse. La cosa buffa è che, mentre metà Italia si scandalizza per questo piatto inesistente, l’altra metà in realtà sostiene di averli sempre mangiati e che “mia nonna li ha sempre fatti così”, come si può leggere in questi commenti. L’origine di questo piatto resta dunque avvolta nel mistero.

Ma il marketing si adegua

Nonostante gli utenti italiani inorridiscano, questa cucina italiana alternativa, immaginaria, forse perfino visionaria, ovviamente non è sfuggita ai grossi marchi, che, se in casa parlano della grande tradizione italiana e della purezza delle ricette della nonna, all’estero – al riparo degli occhi dei puristi della Grande Cucina Italiana – si lasciano andare a combinazioni inedite e discutibili. Prendiamo il caso di Barilla, multinazionale della pasta con sede a Parma, simbolo del Made in Italy in campo alimentare, che all’estero si è adeguata ai gusti esotici più o meno italiani, proponendo ad esempio i classici spaghetti mais e fagioli…

prontopasta

E in generale altre ricette che di italiano e di tipico sembrano avere ben poco. Anche altri marchi – come Buitoni o Giovanni Rana – hanno le loro versioni di piatti italiani per i non-italiani. Sulle confezioni non mancano mai il tricolore e qualche parola italiana. Perché va bene la tradizione e l’eccellenza, ma business is business, o, come diciamo dalle nostre parti, pecunia non olet.

Un caso a parte invece sono i prodotti della Progresso, azienda del New Jersey specializzata in cibi in scatola, in particolare la pasta. Un esempio la “tradizionale” italian-style wedding, una zuppa con polpette, carote, spinaci, brodo di pollo e della pasta da minestra (in Italia si chiamano ditalini, loro li chiamano “Tubettini Pasta”). Se vi chiedete perché “wedding” è molto semplice: l’origine è la minestra “maritata” di origine napoletana. Il “progresso” li ha inscatolati e portati nelle cucine e nelle mense americane per un classico pranzo italiano.

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Orgoglio nazionalista?

E’ vero che guardare piatti che conosciamo così bene in versioni cosi bizzarre ha un effetto straniante. Anzi perturbante, secondo la versione di Freud, ovvero un tipo di sentimento che “si sviluppa quando una cosa (o una persona, una impressione, un fatto o una situazione) viene avvertita come familiare ed estranea allo stesso tempo cagionando generica angoscia unita ad una spiacevole sensazione di confusione ed estraneità”. Insomma sembra una pizza, la cara, famigliare pizza di ogni sabato, eppure… non è lei, è qualcosa che mi fa paura.

Sono sentimenti comprensibili, eppure viene il dubbio che forse stiamo un po’ esagerando. Leggendo i commenti di pagine come Degrado italo-americano si nota come il cibo sia diventato sempre di più una questione di vita o di morte, soprattutto per noi italiani. “Credevo che questo fosse il secolo del sesso, invece è il secolo della cucina”, una frase del grande attore Paolo Poli riportata in un interessante articolo dello scrittore Martín Caparrós dove si racconta proprio una serata sul cibo organizzata ai giardini ducali di Modena…

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In effetti, dietro l’ironia di alcuni commenti per un piatto di spaghetti fatto male (a volte, ammettiamolo, davvero molto male) si notano uno sdegno e una collera spropositata e perfino un improbabile orgoglio nazionalista, di solito ben nascosto. Come se l’attacco alla cucina italiana fosse un attacco al Paese intero. Toccatemi tutto ma non la pizza. Questo forse perché la maggior parte degli italiani sono realmente convinti che la cucina italiana sia la migliore del mondo e non ammettono che venga “violentata” in questo modo. Ma qui sorge un dubbio…

Forse anche noi facciamo la stessa cosa con le cucine degli altri?

Ovvero: anche noi amiamo sperimentare, in ristorante e a casa, le cosiddette “cucine etniche”, cioè provenienti da altre culture e altri paesi (a parte quelli che orgogliosamente dichiarano di mangiare esclusivamente tortellini e zampone tutti i giorni). Cucina giapponese, cinese, thailandese, messicana, argentina, tunisina e così via. Ma siamo sicuri di farla come si deve? Potrebbe esistere una pagina identica a Degrado italo-americano con i nostri patetici tentativi di fare sushi, nigiri, noodles, makroud e gazpacho andati male. Per parafrasare il proverbio, si rischia di sputare nel piatto dove mangiano gli altri senza guardare il proprio, convinti di essere sempre e comunque “i migliori”.

E se proprio volete saperlo, io gli spaghetti peggiori della mia vita li ho mangiati in una casa di studenti bolognesi.

5 risposte a “La cucina modenese è amatissima dagli americani (ma sarebbe meglio di no)”

  1. Da viaggiatrice ultraventennale ho visto cucine spacciate per italiane in tutti gli angoli del mondo (è quella che vende di più, oltre ad essere la più cara), che di italiano avevano a volte solo un’assonanza nel nome. In Italia non ho MAI, e dico MAI, in vita mia, visto un ristorante etnico nella cui cucina lavorava uno chef italiano. Noi abbiamo molto più rispetto delle culture altrui, di quanto altri ne abbiano per la nostra. E devo dire che la cosa comincia a farmi un po’ incazzare. Saluti.

  2. Laura condivido la tua indignazione. Però al Nest di Ubersetto, ristorante fusion giapponese nelle intenzioni di chi lo ha aperto, ho mangiato il miglior spaghetto allo scoglio, cucinato a vista e servito caldo, da un cuoco [chef?] assolutamente italiano.
    A volte le migliori sorprese sono proprio dietro l’angolo di casa nostra.

    1. Infatti è proprio quello che intendevo. La cucina italiana fatta dagli italiani in italia è una cosa. Fatta all’estero, da chiunque, imitandoli, è un’altra. Bisognerebbe vedere cosa pensano i giapponesi del suo sushi, casomai. Poi vuoi mettere la difficoltà di fare un sushi con quella di fare un ragù con tutti i crismi? O la varietà di sapori a cui i nostri palati sono abituati dalla nascita contro il piattume monosapore della cucina giapponese? Senza contare che la loro materia prima la pescano nei nostri mari, e illegalmente pure. Parlo da ex proprietaria di due ristoranti a Roma, quindi un po’ addentrata nella materia. Mi pare ora di farci rispettare un po’ di più. Un abbraccio.

  3. “piattume monosapore della cucina giapponese” = ok Laura, si capisce che lei conosce bene il mondo della ristorazione italiana, ma quello della cucina giapponese (che non è solo il sushi) no 🙂

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