#JeSuisCharlie, Il dialogo è la nostra unica arma

Attacco terroristico alla libertà. Assalto alla democrazia. Con qualche variante sul tema, quasi tutti quotidiani mondiali hanno così sintetizzato nei titoli le notizie sull’assalto armato contro il giornale satirico Charlie Hebdo di giovedì 7 gennaio 2015 a Parigi, durante il quale hanno perso la vita 12 persone tra giornalisti, vignettisti e agenti della sicurezza. C’è chi nelle ore successive ha invocato una guerra di religione in Occidente, e chi ha rispolverato le vecchie tesi del politologo Samuel P. Huntington sullo “scontro di civiltà”. Gli appassionati del complotto hanno cominciato a riempire pagine e pagine con analisi e riflessioni sul tema, allo stesso modo gli ossessionati dal “diverso” hanno acceso dibattiti e minacciato misure più severe sulla libera circolazione tra gli stati membri d’Europa. Liberato il campo da errori di giudizi e approssimazioni, a poche ore dalla tragedia rimane – non solo in Francia – la paura di altre azioni terroristiche. Ma anche il desiderio di rimanere uniti (almeno per qualche ora) e di marciare nelle piazze in segno di solidarietà alle vittime e ai colleghi uccisi. Ne abbiamo parlato col giornalista Guido Mocellin che cura su “Avvenire” la rubrica “WikiChiesa“, attento osservatore del flusso di notizie di carattere religioso che viaggiano sulla Rete.

Liberation_LIBE_20150108_Paris-1Mocellin, qual è la libertà che secondo alcuni è finita sotto attacco dei terroristi a Parigi?
La rivista Charlie Hebdo fa un uso della libertà di espressione estremo anche a costo di ferire la coscienza delle persone. Ferire la coscienza delle persone con un disegno o una vignetta è naturalmente diverso che ferirle con un Kalashnikov, per cui questo argomento non serve a giustificare in nessun modo l’attentato. Per prima la Chiesa cattolica, anche quando giustifica la guerra con un atto di violenza organizzato e legalizzato contro un altro, pretende un criterio di proporzionalità. A delle vignette anche profondamente offensive della coscienza religiosa di qualcuno si dovrebbe rispondere con vignette e testi altrettanto offensivi. Cosa che immagino succeda già anche se io non conoscendo la lingua non leggo riviste arabe, ma non si dovrebbero usare altre armi.

Si parla principalmente della satira verso Maometto e l’islam, ma la rivista francese non ha risparmiato anche esponenti della Chiesa cattolica.
E’ vero. Nel 2012, per esempio, contro l’arcivescovo di Parigi, il card. André Vingt-Trois, che si era pronunciato rispetto a questioni legate all’omosessualità, ci fu in copertina una vignetta molto offensiva che faceva riferimento a una relazione omosessuale plurima tra le persone della Santissima Trinità.

02Per qualcuno si sta consumando una guerra di religione. E’ d’accordo?
Il sentimento religioso è una cosa seria, una situazione molto complessa.
E’ vero come ha detto Benedetto nel famoso discorso di Regensburg – che in questi giorni viene citato abbastanza a sproposito – che è proprio l’incontro della fede con la ragione che scongiura l’utilizzo della fede a giustificazione della violenza. Ma è anche vero che anche per i cristiani questo si è imparato relativamente da poco, nel senso che prima di smettere di usare la religione come giustificazione della violenza i cristiani ci hanno messo un pezzo e in qualche parte del mondo hanno continuato ad usarla e anche cristiani contro cristiani. Non voglio dire che i redattori di Charlie Hebdo avrebbero dovuto censurarsi, per carità, ma l’uso della libertà di espressione che questa rivista fa è un uso estremo.

UntitledDa ogni parte del mondo è giunta la solidarietà alle vittime dell’attacco brutale e tutta l’Europa si è stretta attorno ai colleghi di Charlie Hebdo al motto “Je suis Charlie”.
Questo è un sentimento che da giornalista condivido. Io mi sento particolarmente toccato da questa forma di attentato rispetto a una bomba su un treno, tanto per evocare le forme preferite negli attentati di matrice neofascista in Italia negli anni passati. Mi sento particolarmente ferito perché è rivolto alla categoria dei comunicatori. Abbiamo un precedente anche per questo in Italia perché il terrorismo di sinistra, contrariamente a quello di destra che colpiva nel mucchio, prendeva di mira distinte categorie e tra queste i giornalisti. Ricordiamo che negli anni 70 fu coniato il neologismo “gambizzare”, ferire alle gambe con armi da fuoco, e tra i “gambizzati famosi” c’erano anche fior fior di giornalisti: rimasero feriti per esempio Emilio Rossi all’epoca direttore del TG1 e Indro Montanelli, mentre Carlo Casalegno fu ucciso durante un agguato delle Brigate Rosse.
Quando un attentato colpisce dei giornalisti è comprensibile che tutta la categoria – in tutto il mondo in questo caso – si senta colpita e quindi solidale. Sui social ho trovato qualcuno che, argomentando in modo più radicale l’eccesso dell’utilizzo della libertà di espressione, scriveva “io non sono Charlie”. Ma mi pare che la stragrande maggioranza si sia identificata coi i giornalisti francesi. Anche nel ristretto giro dell’informazione religiosa in Rete mi pare che non ci siano stati particolari distinzioni perché il sentimento di solidarietà è molto forte.

04A parte le ricostruzioni di cronaca, negli editoriali o nei commenti si leggono in queste ore analisi e sentenze di ogni tipo.
Naturalmente si avverte in questi casi che chi è nelle condizioni di farlo o chi è particolarmente abituato a farlo, strumentalizza, perché un evento del genere è fatto apposta per strumentalizzare. Questa è senz’altro la principale preoccupazione delle fonti arabe o comunque di quelle italiane ma più vicine per sentimento o per spirito all’Arabia.
Tutte le volte che ci sono forme terroristiche di questo tipo ci si interroga sempre: “a chi giova?”. E’ una domanda giusta, ma non deve necessariamente individuare i mandanti dell’attentato altrimenti inizia un gioco che non finisce più. La matrice dell’attentato verrà individuata dalla magistratura e dagli inquirenti francesi.

Da subito, però, si è parlato di terrorismo islamico. In alcuni video con le scene della rappresaglia si sente urlare “Allah akbar”, “Allah è il più grande”.
A me pare abbia fatto bene il papa a non citare l’Islam nelle prime parole che ha dettato alla sala stampa per due motivi. Prima di tutto perché finché non c’è una ragionevole certezza da parte degli inquirenti o finché non c’è una rivendicazione non è giusto darla per scontata. Poi perché non si può identificare con l’islam radicale tutto l’islam. Questo rimane un presupposto fondamentale anche per resistere alle strumentalizzazioni che si sentono in questi giorni.

Di che tipo di strumentalizzazioni parla?
Ce ne sono di due tipi: una politico-ideologica e una puramente massmediatica. Un episodio come quello di mercoledì “tira” e le testate generaliste di qualunque matrice ci si buttano sopra. Famiglia Cristiana per esempio ha “coperto” l’evento sul suo sito web e lo ha rilanciato con una forza inusitata. Non è una scelta da parte della testata giornalistica legata all’oggetto, ma alla popolarità della notizia. Una testata giornalistica popolare quando si trova di fronte a un tema di flusso particolarmente popolare che diventa virale o promette di diventarlo, ci monta su anche in modo eccessivo. Io ho trovata giusta la decisione di Avvenire di non pubblicare le immagini del poliziotto ucciso a terra mentre chiedeva pietà. Quando si pubblicano immagini forti, relative alla violenza o alla sessualità, c’è sempre un dato di ambiguità molto grande nel pubblicarle: da un lato si pubblica volendole stigmatizzare, ma intanto le si pubblicano ben sapendo che in quel modo si attira la curiosità morbosa della gente.

05Che idea si è fatto di questo attacco alla sede di un giornale?
Io concordo con chi ritiene che l’islam radicale sia una reazione minoritaria, molto aspra e violenta ma minoritaria, all’irruzione della modernità e che quindi per loro come per noi la cura sia la modernità. Che poi la cura – come dice qualcuno – sia peggiore del male di questo si potrebbe ragionare a lungo. Ma rimango convinto che tutti questi movimenti siano resistenze alla modernità, all’occidentalizzazione, alla globalizzazione dei costumi e delle abitudini, alla penetrazione di gusti e modi di vivere moderni. Questo sul lungo periodo. E sul breve non c’è dubbio che si debba affiancare l’uso della forza in quelle aree dove rischiano di prevalere militarmente le fazioni più radicali rispetto a quelle più moderate ma operando sinceramente a favore della maggioranza della popolazione, non con interventi di colonizzazione.
Gli Stati Uniti, dalla fine della guerra del Vietnam in poi, hanno sempre agitato il nemico arabo islamico, pensiamo per esempio, alla vicenda di Sigonella 1984. Anche nei film d’azione dell’epoca c’è sempre di mezzo la Libia. Questa cosa l’hanno sempre patita dalla rivoluzione iraniana, da quando l’Iran è passato dalle mani dello Shah a quelle di Khomeini e degli ayatollah. Avendola patita l’hanno anche sempre molto enfatizzata.
Dal lato dell’islam mi pare che la svolta sia avvenuta con la guerra del 1991, quando di fatto gli Usa occupano l’Arabia Saudita e da lì in qualche modo Osama Bin Laden si mette all’opposizione del suo stesso paese e immagina che ci sia bisogno di una resistenza armata con quelle modalità che conosciamo.

06Il ministro degli Esteri dell’Italia, Paolo Gentiloni, l’ha definito “il nostro 11 settembre”. La convince questa posizione?
Mi pare veramente un giudizio eccessivo. Noi i nostri 11 settembre li abbiamo avuti: gli attentati a Madrid e a Londra hanno fatto ben più morti. Poi che l’attacco dei giorni scorsi faccia impressione perché è ai danni della redazione di un giornale, della libertà d’espressione ci può stare. Ma mi pare che equipararlo all’11 settembre 2011 non valga neanche come impatto simbolico. Con tutto il rispetto che si deve avere nell’affrontare queste questioni, faccio notare che 12 morti non sono i tremila sotto le macerie delle Torri Gemelle. Noi stessi a Bologna nel 1982 abbiamo avuto 82 morti alla stazione di Bologna, ben più di 12.

Quali insegnamenti si possono trarre da questa triste vicenda? Su cosa occorre lavorare per evitare l’inasprirsi degli scontri tra civiltà differenti?
Qualche giorno fa ho accostato due articoli di due vescovi. Quello del vescovo di Ferrara mons. Luigi Negri era sulle due cooperanti rapite in Libia e metteva a confronto l’immagine delle due ragazze vestite di nero minacciate e obbligate a leggere un videomessaggio e quella scattata prima di partire, dove sono avvolte nella bandiera palestinese. Il commento del vescovo era: queste sono le due civiltà, quella gioiosa della capacità di godere delle cose della vita e l’altra oscurantista. Ha voluto in questo modo enfatizzare l’identità: noi siamo quelli che abbiamo l’identità migliore.
giornale5L’altro articolo invece è quello in cui descriveva l’operazione opposta fatta dal card. Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia. Di fronte all’annunciata manifestazione di Pegida, il movimento di piazza
contro l’islamizzazione dell’occidente, Woelki il 31 dicembre fa un’omelia molto dura contro chi agita lo spettro dello scontro di civiltà e durante la manifestazione spegne le luci della cattedrale per protesta. Prima di arrivare a Colonia Woelki è stato vescovo a Berlino dopo la caduta del Muro, quindi conosce bene la situazione del territorio. E ora ha voluto dare un giudizio rispetto al rischio che la Germania corre di radicalizzare lo scontro tra europei e turchi.
Soprattutto da parte degli uomini di religione la retorica (in senso buono) del dialogo credo che vada tenuta alta, lasciando invece intendere in termini di politica internazionale che – con la comunità internazionale unita, sotto l’egida delle Nazioni Unite e non sotto l’arbitrio di una o l’altra potenza – nelle aree più a rischio non si possa anche intervenire con la forza. Questa è stata anche a suo tempo la linea di Giovanni Paolo II che ha condotto con molta perizia perché riusciva a tenere assieme le ragioni delle comunità cristiane minacciate di estinzione nei paesi del Medio Oriente, le ragioni della comunità internazionale ma anche le ragioni della pace.
Credo che gli uomini di religione e in generale i veri credenti non possano fare altro, non c’è alternativa: per quanto retorico possa essere è l’unica arma che abbiamo.

(a cura di P.T.)

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