Guida interattiva per farmacisti digitali

Van Gogh adorava il giallo. La sua stanza ad Arles era dipinta di giallo, molti dei suoi quadri più famosi, come la “Notte stellata” o “La terrazza del caffè la sera”, testimoniano la predominanza di questo colore. Secondo gli studiosi, Van Gogh non adorava il giallo, molto più semplicemente “vedeva giallo”, in preda ad intossicazione digitalica determinata da abuso di assenzio e di digossina, farmaco utilizzato per la cura dell’epilessia. Un dono eccezionale per gli amanti dell’arte ma, nella vita di tutti i giorni, le interazioni tra principi attivi, cibi, alcool, erbe, integratori e sostanze di abuso, possono determinare conseguenze molto più pericolose, e meno note.

Mentre gran parte della gente è a conoscenza delle interferenze tra alcool e farmaci, quasi nessuno sa che bere succo di pompelmo limita gli effetti degli antistaminici o dei farmaci per l’ipertensione, oppure che la liquirizia, considerata come espettorante e presente nei moderni sciroppi per la tosse, riduce l’efficacia dei farmaci ipertensivi. Si ritiene che l’aglio abbia l’effetto di abbassare i livelli di colesterolo e di ipertensione, ma pochi sanno che aumenta il rischio di sanguinamento in soggetti in trattamento con farmaci anticoagulanti.

Liquirizia

È un'”epidemia silenziosa”, determinata dalle reazioni avverse ai medicinali. Una denuncia sanitaria del 2011, firmata Sic Sanità, parla di 40.000 vittime l’anno in Italia, più di quelle di incidenti stradali, soprattutto tra anziani sottoposti a terapie farmacologiche complesse. Sì, perché la causa principale di reazioni, spesso letali, per i pazienti, è l’interazione, un problema di fronte al quale si trovano in difficoltà anche i medici e i farmacisti più coscienziosi.

Dalla consapevolezza di tali rischi è partito il 16 giugno a Modena il primo progetto di ricerca “Studio sull’intercettazione delle interazioni farmacologiche nelle farmacie di comunità”, nato dalla collaborazione tra Unimore – Università degli studi di Modena e Reggio Emilia e Federfarma Modena, con l’ausilio delle più moderne tecnologie informatiche. La sperimentazione prevede una prima formazione dei farmacisti, in seconda battuta, una raccolta di dati di pazienti, previo opportuno consenso informato, sottoposti a diverse terapie e, infine, l’analisi di questi dati da parte dei ricercatori Unimore, guidati dalla prof.ssa Nicoletta Brunello, Presidente del Corso di Laurea in Farmacia e dalla dott. ssa Silvia Alboni del Dipartimento di Scienze della vita.

Il progetto di ricerca si avvale di un database, “Interaction Explorer“, ideato e realizzato, in collaborazione con l’ing. Giorgio Fontana, dal dott. Marco Venuta, docente di Psicofarmacologia presso Unimore. Abbiamo incontrato il dott. Venuta nel suo studio del Policlinico di Modena e ci siamo fatti spiegare il suo interesse per le interazioni.

photo credit: Pills 3 via photopin (license)
photo credit: Pills 3 via photopin (license)

Come nasce “Interaction Explorer”?
Nasce dall’esperienza clinica. Circa 15 anni fa sono stato incaricato di dedicarmi alla consulenza ai medici di base sulla depressione. Questo mi ha portato a contatto con una popolazione molto variopinta, spesso persone anziane, per le quali dovevo limitarmi a un intervento di tipo farmacologico. Loro stavano assumendo una molteplicità di farmaci, ai quali io dovevo aggiungerne altri che non sono semplicissimi dal punto di vista delle interazioni. Mi sono chiesto come fare tutto questo con maggiore sicurezza.

Guardando le possibilità esistenti, mi sono accorto che il panorama era piuttosto desolante, nel senso che c’era moltissima letteratura scientifica ma non c’erano strumenti che traducessero questi dati in qualcosa di utilizzabile. Ho cominciato a voler creare uno strumento che mi facesse sentire più tranquillo nella prescrizione dei farmaci. Come spesso succede, ho cominciato per gradi a utilizzarlo personalmente poi la cosa si è sviluppata. Avendo io una certa passione per l’informatica, ho collaborato con l’ingegner Giorgio Fontana del Policlinico, che si è occupato della traduzione software di una banca dati che va aggiornata quotidianamente per fornire risposte rapide a partire da un’osservazione: quando assumiamo un certo numero di farmaci la frequenza degli eventi avversi aumenta in proporzione al numero di farmaci o dei principi attivi, perché noi facciamo riferimento a cibi, erbe, sostanze d’abuso ma per il nostro organismo sono tutte uguali.

photo credit: Apothecary Hall – National Botanic Garden of Wales via photopin (license)

Siamo in una società che utilizza molti farmaci e per fortuna, perché i farmaci hanno segnato un progresso nella salute dell’uomo, però questo ha generato terapie spesso complesse (una persona anziana prende mediamente dai 5 ai 6 farmaci). Se lei prende in considerazione 5 farmaci, in un prontuario di 2000 farmaci, per il calcolo combinatorio di cinquina possibile, abbiamo qualcosa come 240 trilioni di interazioni: una complessità numerica assoluta. Di fronte a questa complessità, sappiamo che non esisterà mai una dimostrazione scientifica dell’effetto di 5 farmaci insieme. Non potranno mai essere fatti 240 trilioni di studi. È un problema complesso e grave, perché di interazione si può anche morire, ma spesso rimosso, forse inconsciamente, dal campo di osservazione dei clinici. Il medico si limita a ragionare in termini prudenziali: prescrive prudentemente un farmaco al mattino, uno alla sera, è prudente nei dosaggi (più bassi in partenza), utilizza i farmaci che conosce meglio. Ma le regole prudenziali non sono sufficienti a cogliere una tale complessità.

Uno screenshot di Interaction Explorer
Uno screenshot di Interaction Explorer

Il 16 giugno è partito qui a Modena il progetto di sperimentazione che prevede la formazione dei farmacisti e la collaborazione tra Università e Federfarma. Si prospetta un nuovo ruolo per il farmacista in quest’ambito?
Come si evince dalla letteratura scientifica internazionale, nel mondo occidentale, nella gran parte delle situazioni, il ruolo di monitoraggio delle interazioni farmacologiche è affidato ai farmacisti. Una specie di secondo livello a cui i medici si rivolgono per avere un parere sulla compatibilità dei farmaci. C’è una ricerca interessante in Canada, in cui viene chiesto ai medici cosa si aspettano dai farmacisti: risulta che il desiderio è che sulle interazioni intervengano soprattutto loro. Questo è uno dei motivi per cui è partita questa ricerca, che ha intercettato anche una necessità di cambiamento che i farmacisti avvertono sulla loro figura professionale. Nel senso che loro stanno vivendo un momento di crisi, a causa di una serie di modifiche nel loro modo di lavorare: è aumentata la concorrenza, i pazienti comprano farmaci anche sul web. Per questi motivi, sono alla ricerca di percorsi di professionalizzazione per mettere meglio a fuoco la loro identità professionale. In particolare, alcuni farmacisti modenesi, come la dott.ssa Silvia Lodi e la dott.ssa Silvana Casale, attuale presidente di Federfarma, hanno percepito in questo progetto una possibilità concreta di andare nella direzione di una professionalizzazione dei farmacisti. Sono in embrione anche alcune altre ricerche questa volta fatte coi medici, questa è solo la prima che prende corpo in maniera significativa.

Young female pharmacist reaching for medicine
Fonte immagine: Farmacianews

Il servizio offerto da “Interaction Explorer” è a pagamento. Si deduce che il singolo cittadino non può accedere liberamente all’acquisizione di informazioni relative ai propri farmaci. Come mai questa scelta?
La scelta della commercializzazione è una scelta legata alla possibilità di dare un seguito a questa attività. Finora si è trattato di una dedizione non sponsorizzata, ma ora si sente la necessità di percorrere una strada diversa. In realtà l’acquisizione di dati è molto onerosa anche dal punto di vista del reperimento della letteratura scientifica. Senza contare le necessità di aggiornamento quotidiano. È molto sconsigliabile, infatti, per chi non ha competenze farmacologiche, accedere a uno strumento di questo tipo, che nasce come supporto al giudizio clinico: chi non ha una capacità di giudizio clinico non sa come utilizzare questi dati e rischia di utilizzarli molto male. Si rischia, appunto, sotto la spinta delle emozioni o della lettura non lucida dei dati, di prendere delle decisioni molto negative. Una persona, per esempio, può essere indotta ad eliminare un farmaco importante per la sua salute.
Crede che un progetto ambizioso come questo possa contribuire a ripulire l’immagine della sanità modenese dopo le recenti inchieste e le condanne dello scorso febbraio?
Non so valutare questo, ma posso dire con certezza che l’Università, nonostante i suoi problemi e i suoi conflitti, permette anche delle esperienze collaborative fruttuose, offrendo opportunità che difficilmente si trovano al di fuori di questo mondo.

Tra le luci e le ombre della sanità modenese, oggi preferiamo le luci.

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