Il segreto di Giovanni

Il segreto di Giovanni

Come si fa a uscire indenni dal tritacarne di un secolo come il Novecento e le sue due guerre mondiali? A passare dalla vita di campagna, tra boschi e campi, ai fumi insalubri di una fonderia nel pieno del boom industriale degli anni '60? Eppure, Giovanni Goldoni, modenese del '15 e cento anni esatti da compiere tra pochi giorni, ce l'ha fatta. Questa è la sua storia (e il segreto della sua longevità).

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Chi lo conosce, quando lo incontra lo abbraccia, lo coccola, lo tocca come si fa con un portafortuna, e poi fa partire l’immancabile domanda: “Giovanni, lei me lo deve rivelare il segreto, eh…”. Lui – Giovanni Goldoni da San Felice sul Panaro, cento anni esatti da compiere il prossimo 9 luglio – si fa una risata e non risponde. E mica perché non voglia. Ma no, è perché la risposta non ce l’ha nemmeno lui. Già, come si arriva a festeggiare il proprio centenario – la mente brillante e reattiva e un corpo che gli permette ancora di farsi tranquillamente una passeggiata da casa, in viale Monte Kosica, fino in centro – dopo esser passato nel tritacarne della Storia di un secolo come il Novecento? Quale il suo segreto, se ne esiste uno?

Lui preferisce festeggiare il compleanno il 24 giugno, giorno in cui si celebra San Giovanni Battista, ma è il 9 luglio 1915 quando sua mamma Regina lo mette al mondo nel loro casolare di San Felice – “frazione di San Biagio” come ci tiene a precisare – che papà Cesare possiede circondato da un podere di venti biolche (un’unità di misura agraria utilizzata solo in Emilia e corrispondente a 2.836 metri quadri). Sono brutti tempi. Da nemmeno due mesi l’Italia è entrata in guerra a fianco della Triplice Intesa contro gli imperi di Germania e Austria. Da queste parti però, la vita in campagna scorre tranquilla, segnata come sempre dai ritmi delle stagioni, della semina e della raccolta, della mungitura, della macellazione del maiale. La follia degli uomini resta fuori da una quotidianità che si ripete sempre uguale a se stessa da secoli.

Il signor Giovanni in Duomo in occasione della messa per celebrare San Giovanni Battista, 24 giugno 2015.
Il signor Giovanni in Duomo in occasione della messa per celebrare San Giovanni Battista, 24 giugno 2015.

“Ho cominciato a lavorare la terra con mio padre, i miei due fratelli e le mie due sorelle fin da piccolo – ricorda oggi Giovanni – come si usava allora per tutti i figli di contadini”. Il primo ricordo nitido di quell’epoca risale alla scuola elementare che, allora, per un bambino di campagna doveva essere un’emozione fortissima: unico modo per scoprire l’esistenza, seppur virtuale, di un altro mondo. Diverso dal ristretto orizzonte della vita campagnola i cui confini superavano rarissimamente i limiti geografici del paese più vicino: “Fino alla partenza per il militare, a 21 anni, non ero mai stato nemmeno a Bologna. Di quei cinque anni di scuola (Giovanni beneficiò della riforma Gentile del 1923 in cui la scuola elementare fu portata a 5 anni per tutti) ricordo il maestro Luigi Cotti e il mio grande amico Arturo Cavallini, che purtroppo la seconda guerra mondiale si portò via”. Da ragazzi, con Arturo e altri amici, il massimo delle distrazioni per Giovanni è la domenica, quando in bicicletta parte la mattina per andare a San Felice alla messa. Maschi e femmine rigorosamente separati nei banchi opposti, e sguardi timidi che ogni tanto si cercano e si incrociano tra una navata e l’altra, fino a che il prete pronuncia la fatidica formula, allora in latino, “Ite, Missa est”.

“Conclusa la messa – racconta Giovanni – sul sagrato, si poteva osare un pochino di più. Qualche chiacchiera innocente: ‘Come sta signorina?’, ‘Io bene, e lei?’. I più audaci si lanciavano in una breve passeggiata nel viale antistante la chiesa, naturalmente con la mamma di lei al seguito. Ma il vero divertimento cominciava di pomeriggio quando noi ragazzi ci riversavamo in massa a un circolo locale che organizzava balli gratuiti. C’era anche il cinema a San Felice, ma io ci andavo raramente. Preferivo il circolo dove si poteva passare un po’ di tempo con le ragazze. Loro stavano sedute sulle sedie ai margini della pista, la mamma sempre a fianco, in attesa che noi le invitassimo. Un ballo solo, sempre sotto stretto controllo, e poi tornavano a sedersi al loro posto, fino al giro successivo. Allora ci si poteva conoscere solo così. La sera? Come se non esistesse. Si andava a letto e basta. Durante la settimana, certo, ma anche il sabato e la domenica. Non c’erano differenze. L’unico giorno buono per socializzare era la domenica. Al massimo, fino al tardo pomeriggio. Poi, tutti a casa”.

Dopo la messa, grande festa in Arcivescovado per i 100 anni del signor Giovanni
Dopo la messa, grande festa in Arcivescovado per i 100 anni del signor Giovanni

Nel 1936, 21 anni appena compiuti, arriva la chiamata per il servizio di leva. Partenza dalla stazione di Modena con destinazione Lecce. Arrivati a Rimini, per la prima volta Giovanni e tanti altri ragazzi come lui vedono il mare, “questa cosa immensa di cui fino ad allora avevo solo sentito parlare. Per l’emozione, mi misi a piangere”. A Lecce, dopo un breve periodo di assegnazione all’Ufficio matricola, quello incaricato di redigere e aggiornare i documenti relativi allo stato di servizio di ciascun militare, Goldoni diventa attendente di un maggiore. Tra i suoi compiti, oltre a lucidare ogni giorno le scarpe dell’ufficiale, vi è anche quello di essere dalla mattina al tardo pomeriggio a disposizione della moglie per eventuali suoi bisogni, come ad esempio fare la spesa, incombenza di cui si incarica appunto Giovanni. Il servizio di leva dura 24 mesi, periodo durante il quale il giovane soldato non tornerà mai a Modena. Due anni senza sentire praticamente mai la sua famiglia: “Io ogni tanto scrivevo, ma loro non rispondevano quasi mai perché in famiglia non è che se la cavassero benissimo con la scrittura. Però ho un bel ricordo di quegli anni. La signora, allora sulla sessantina, era gentile, e quando per qualche motivo non potevo recarmi da lei, mi faceva chiamare per darmi qualche incarico. Mi sentivo come a casa”.

Una sensazione che probabilmente deriva proprio dalla forte presenza femminile della “signora”. Proprio come a casa, anzi in casa, dove mamma Regina – “angelo del focolare”, come si diceva una volta – comanda tutti a bacchetta, perfino il patriarca, il marito. Oltre che naturalmente i figli e, quando verranno a vivere con loro, anche le nuore. “Siamo arrivati ad essere in 17 a vivere del casolare – spiega Giovanni – e la mamma era a capo di tutto, quindi non c’erano grandi problemi. Le nostre donne chiedevano alla suocera. Mia mamma dava gli ordini e stabiliva i turni di lavoro in casa e in cucina. Ogni domenica una coppia non poteva uscire per i vari lavori che dovevano esser fatti anche nel giorno di festa, ad esempio la mungitura, gli altri erano liberi di andare dove volevano”.

Dopo la festa, il vicesindaco Gianpietro Cavazza consegna a Giovanni Goldoni una medaglia commemorativa del Comune di Modena
Durante la festa, il vicesindaco Gianpietro Cavazza consegna a Giovanni Goldoni una medaglia commemorativa del Comune di Modena

Nel 1940, quando scoppia la guerra, Giovanni ha 25 anni e naturalmente viene richiamato in servizio, abile a arruolato. Ma grazie all’intercessione di un ufficiale medico riesce ad evitare il fronte, e viene assegnato all’Ufficio matricola del distretto di Modena. Fino al 1942 quando arriva l’ordine di trasferimento a Verona in un comando che si occupa della logistica a supporto del CSIR, il Corpo di spedizione italiano in Russia (nel giugno del 1942 confluito nell’ARMIR, Armata italiana in Russia), formatosi nel luglio del 1941 dopo il via di Hitler all’operazione Barbarossa, l’invasione dell’Unione Sovietica. Un’assegnazione che gli permetterà di evitare la tragedia delle ritirate del ’42 e ’43 nelle quali perirono oltre 70 mila uomini.

“Il mio unico contatto con la Russia – ricorda – avvenne all’inizio del ’43 quando insieme ad un ufficiale e altri tre soldati, partimmo su una tradotta carica di vettovaglie per le truppe impegnate su quel fronte. Arrivammo velocemente fino a Kiev, oltre non si poteva procedere, dove dei camion ritirarono il nostro carico. Il ritorno fu un incubo. Ci vollero quaranta giorni per tornare a Verona perché il nostro treno non aveva più la priorità e spesso ci fermavano anche tre o quattro giorni in qualche binario morto per dare la precedenza ad altri treni”.

Quando arriva l’8 settembre, Giovanni è sempre a Verona. Dopo i primi attimi di felicità per il proclama di Badoglio che annuncia l’armistizio con gli Alleati, è il caos. Non arrivano ordini e nessuno sa bene cosa fare. In tanti si danno alla fuga. Anche Giovanni insieme a quattro commilitoni. Prioritario è recuperare abiti civili, perché in caso di cattura da parte dei tedeschi con ancora addosso la divisa, si può essere accusati di diserzione. Appena fuori Verona, un contadino impietosito regala loro pantaloni e camicie, e anche arnesi da lavoro – una zappa, una vanga, perfino una scopa – “in modo che se ci avessero fermati, potevamo provare a raccontare di essere contadini diretti verso i campi”. Per tornare a casa, il problema è superare il Po. Il grande fiume è un ostacolo insormontabile e certo non si possono attraversare i pochi ponti rimasti, sorvegliati dai tedeschi.

In Arcivescovado
In Arcivescovado

“A sera, arriviamo a casa di un contadino vicinissima alla riva del fiume, nei pressi di Ostiglia. Chiediamo aiuto, ma lui è terrorizzato di eventuali rappresaglie, dovessimo esser scoperti, e vuole mandarci via. E’ solo grazie alle insistenze della moglie che accetta di ospitarci per la notte, nascosti nel pollaio. Una notte infernale, con le galline in continuo movimento per la presenza di ospiti alquanto indesiderati. La mattina presto, l’uomo ci chiama. La strada sembra libera e si può tentare la traversata. Ci fa salire su una specie di chiatta che però, ricordo bene, più che altro era un portone galleggiante. Sufficiente però per portarci sulla riva opposta e poi, da lì, a piedi fino a casa”. Dove, per quasi due anni, fino al giorno della liberazione, Giovanni non si muove di un passo, nemmeno un salto in paese, al massimo qualche puntata nei campi per dare una mano.

Finita la guerra, si torna alla vita di sempre. Non diversa dalla precedente. I soldi sono pochi, ma la terra dà da vivere a sufficienza per tutta la famiglia. Che comincia ad allargarsi. I due fratelli di Giovanni si sposano. Toccherebbe a lui a dire il vero, che da quattro anni “fa l’amore” – espressione che all’epoca significava semplicemente una timida frequentazione che più casta non si potrebbe – con Alves Bortoli, figlia di un mezzadro e di professione babysitter, conosciuta al paese di lei, Cividale, frazione di Mirandola, sempre nel solito modo: su una pista da ballo. Solo che il fratello minore Elvino e la fidanzata sono andati un po’ oltre. Lei è rimasta incinta e la loro situazione va sistemata. Soldi per due matrimoni quasi in contemporanea non ci sono, sentenzia papà Cesare, e siccome la priorità va data a Elvino, Giovanni ed Alves dovranno aspettare. Fino al febbraio del 1952 quando, lui ormai trentasettenne – “un po’ anzianotto” ammette – la coppia può convolare a giuste nozze. Per poi trasferirsi in casa Goldoni, sempre diretta con pugno di ferro da mamma Regina, insieme ai fratelli, alle mogli e ai loro figli.

Un regalo in ricordo dei 37 anni passati come portinaio  in Curia a Modena
Un regalo in ricordo dei 37 anni passati come portinaio in Curia a Modena

La famiglia si allarga, anche se non con il contributo di Alves e Giovanni che figli non ne avranno mai, e vivere tutti insieme nel casolare diventa sempre più complicato. “Intorno al 1960 Alves cominciava ad essere un po’ stanca dopo otto anni di vita in comune – ricorda Giovanni – oltre a sentire il peso della presenza dominante di Regina. ‘Voglio una vita un po’ migliore per noi’, continuava a ripetermi. Così una domenica prendiamo la bicicletta – mai avuto né patente né macchina in vita mia – e andiamo a trovare sua sorella che sta in città, a Modena. Dove per altro lavorano già due figli di mio fratello Mario, uno in un’azienda metalmeccanica, l’altro in Fiat. Mia cognata conosce una gran signora, la signora Machelli, alla quale chiede aiuto: ‘Ci trova mica un posticino di lavoro a mia sorella e suo marito?’. La Machelli si dà da fare. Chiama un sacerdote di San Cataldo che mi mette in contatto con la Fonderia Valdevit. Mi presento al direttore che è disposto ad assumermi già dal giorno dopo. Anche allora, per posti simili si faceva fatica a trovar gente disposta a lavorarci. Troppa fatica, troppo caldo, e poi gas e fumi di ogni tipo. Io invece accetto e insieme ad Alves, con il benestare delle nostre famiglie, ci trasferiamo in un bel posto, un minuscolo appartamento – una camera, un bagno e un buchino che faceva da cucina – al piano terra della villa della Machelli, dove Alves prende servizio come babysitter e cameriera. Siamo rimasti lì fino al 1973, quando ci siamo trasferiti nella casa di viale Monte Kosica che avevamo comprato coi nostri risparmi fin dal 1970, senza poterla abitare però perché non avevamo i soldi per i mobili. Così la affittammo per tre anni, fino al ’73 appunto, anno in cui ci trasferimmo definitivamente. Anche se la Machelli non voleva, eravamo come una famiglia. A volte si mangiava insieme e spesso la domenica si andava a passeggio tutti quanti. Ma io avevo ormai quasi sessant’anni ed era venuto il momento di andare ad abitare finalmente da soli io e la mia signora. Entrare finalmente nel nuovo appartamento fu bellissimo. Un sogno”.

Insieme alla badante Daria.
Insieme alla badante Daria.

Poco dopo Giovanni va in pensione, ma i soldi dopo una vita di lavoro son pochini e c’è da rimboccarsi ancora le maniche. In fonderia ha conosciuto un prete, Don Gibellini, col quale è rimasto in contatto e al quale chiede aiuto. “Io faccio tutto – gli precisa – cameriere, spazzino, qualsiasi cosa”. Una sera del 1976 in casa Goldoni squilla il telefono. E’ Don Gibellini.
“Io avrei un posto di lavoro”.
“Che posto è?”
“C’e da andare in portineria in vescovado. Domani puoi cominciare”.
“Io ero felice come una Pasqua. Non mi sembrava vero. Ma la Alves non era del parere: ‘Non è un posto per te – mi diceva – te sei uno dalla campagna, vieni dalla terra e il vescovado non è il tuo posto. Poi magari succede che vai lì e fai ridere’. Mi sa che si sbagliava, visto che lì ci sono rimasto per 37 anni, fino al 2013 quando, ormai novantottenne, abbiamo deciso che forse era tempo di andare definitivamente in pensione. Sono stato il portinaio di cinque vescovi, da Monsignor Amici che a dire il vero ho conosciuto appena, fino a Monsignor Lanfranchi, passando per quelli con cui forse ho legato di più, Monsignor Foresti, oggi vescovo di Brescia, e Monsignor Quadri, anche grazie alla presenza della sorella Rina, una persona fantastica che comandava a bacchetta anche il fratello” dice ridendo. Prima di concludere con orgoglio: “Quando nel giugno dell’88 Papa Wojtyla venne in visita pastorale a Modena fui il primo ad accoglierlo aprendo la porta dell’Arcivescovado”.

La scrivania che per 37 anni  ha fatto da postazione di lavoro per Giovanni Goldoni
La scrivania con vista su Corso Duomo che per 37 anni ha fatto da postazione di lavoro per Giovanni Goldoni

Eccolo qui, nell’orgoglio che Giovanni lascia trasparire in questa frase, il segreto della sua longevità. Che risiede, forse, nell’aver attraversato la storia – personale e quella con la maiuscola, tra due guerre mondiali, l’Emilia contadina del primo Novecento, poi il boom economico con le sue fabbriche insalubri, l’inquinamento, e tanto altro ancora – con la semplicità assoluta, disarmante, di chi riesce a provare grandissima emozione e immenso orgoglio professionale solo nell’aprire una porta – sia pure, in questo caso, per fare entrare un uomo che ha fatto la storia – così come nell’accogliere quotidianamente tante persone, accompagnarle nell’ufficio del “capo”, recapitare una lettera o svolgere qualche altro incarico che molti di noi, figli di un altro tempo, considererebbero “minore”. Un atteggiamento che lo ha caratterizzato, indipendentemente dal contesto, per una vita intera.

Programmi per il futuro, signor Giovanni? “Ah niente di che – risponde serio – passeggiare avanti e indietro insieme alla mia badante, Daria, di cui oggi non potrei fare a meno”. E mi par giusto, dopo quasi cento anni di lavoro, essere “un po’ stanchini” e riposarsi. Giusto un po’.

In copertina: Giovanni Goldoni con la sua badante, la signora Daria.

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Giornalista e videomaker, ho realizzato diversi documentari, reportage e inchieste. Il mio blog personale: dalomb

1 COMMENTO

  1. Sono rimasto folgorato dalla storia e dalla carica umana di Giovanni. Al giorno d’oggi invece è difficile trovare lavoro e lo stress è a 1000. Complimenti x il traguardo quasi raggiunto. .

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