Il Posto degli artisti, dove la cultura si progetta

A Modena, in Piazza della Pomposa. precisamente davanti al ristorante L’Erba del Re e dietro un portone insospettabile, c’è una rampa di scale che conduce a Il Posto, una fucina di cultura a 360° come quelle delle grandi città dallo spirito frizzante, magari estere. Il Posto è una dimensione parallela dove oggetti e costumi di scena modellano lo spazio, un bianco arioso fa contrasto con luci e colori, e un terrazzino ombreggiato fa compagnia a una sala allestita a platea che profuma di note musicali. E’ un luogo delle arti, un’installazione, un’esperienza sensoriale ricca di particolari dove niente è lasciato al caso. posto7Le sue artefici sono le sorelle Roberta e Francesca Vecchi, costume designer – o “progettiste”, come amano definirsi – da anni impegnate in numerose collaborazioni per il cinema, il teatro, la moda, la musica e le arti performative. Le vedremo presto all’opera con l’installazione performativa “Memorie del Possibile” che inaugurerà il 20 settembre presso il ridotto del Teatro Storchi, in collaborazione con l’Associazione Virginia Reiter.

UNO SHOWROOM PER LE ARTI PURE E LA PROGETTAZIONE TOTALE. “Il Posto nasce quasi 5 anni fa come nostro studio, in un momento in cui siamo partite per due film di cui uno molto grosso, “Diaz”. – spiega Roberta -. Lo abbiamo completamente ristrutturato per tenere i nostri costumi e per essere un luogo di progettazione. Quando siamo tornate, oltre che progettare i nostri lavori, abbiamo iniziato a vendere i costumi e a fare serate musicali che poi si sono espanse verso rappresentazioni, performing arts, teatro di ricerca, per quello che può contenere questo luogo quindi massimo 60 persone. Per strane vicissitudini le persone sono arrivate e si sono innamorate.”

posto2Così, quasi per un naturale fluire degli eventi, Il Posto è diventato un’associazione culturale, un luogo di incontro e confronto artistico dove si lascia la parola alla creazione intesa come progettazione totale, “quella del Bauhaus che ci è tanto cara” come indica Francesca. E dove si punta alla purezza dell’espressione, senza i compromessi che la vita richiede quotidianamente.

posto6SENZA CULTURA NON SI PROGETTA NIENTE. L’espressione culturale non nasce per caso, bisogna che quell’urgenza di esprimersi, quella necessità culturale si unisca a una formazione che sappia stimolare. Roberta ne spiega il perché. “Il mio maestro, Fronzoni, diceva: senza cultura non si progetta; inizia a progettare te stesso e la tua vita e poi arriverai a progettare i loghi, i marchi e le case; non ci si improvvisa, si studia continuamente; ci sono molti metodi, tu ne sposi uno che nel tempo può cambiare e attraverso quello affronti tutto.”

Una formazione precisa e stimolante, dunque, e non artisti bohémien in balìa di un estro intermittente. Infatti, ciò che oggi sta particolarmente determinando l’identità de Il Posto è un progetto di workshop didattici, con la partecipazione di esponenti del mondo della cultura: tra questi, il giornalista Andrea Scanzi (in una veste inusuale, poiché chiamato per parlare di musica), i figli di Ivan Graziani, i registi Daniele Vicari e Daniele Gaglianone, il poeta Giancarlo Sissa, il disegnatore Stefano Ricci e molti altri.

Queste sinergie che, come spiega Roberta, riuniscono a Il Posto “tutte le discipline in cui noi siamo entrate attraverso la nostra curiosità e i nostri costumi”, sono frutto di collaborazioni e buoni rapporti, talvolta nati all’interno dello stesso Posto. Che diventa così una fucina dove, aggiunge Francesca, c’è la “possibilità di chiamare persone di un certo livello dando loro un contributo, e questo per formare dei giovani, delle persone, che altrimenti non le vedrebbero mai insegnare a Modena.”

posto3PORTARE CREATIVITA’ LADDOVE CE N’E’ BISOGNO. Già, Modena. Come se la passa la creatività modenese oggi? Continua Francesca: “Noi abbiamo trascorso molta parte della nostra vita lavorativa a Roma e in giro. Anche con il Posto giriamo, ma stiamo spesso anche a Modena e io mi sono resa conto che c’è una quantità di meraviglia inespressa, di altissimo livello.” Le fa eco Roberta: “Se si potesse dare la possibilità di fare esperienza (una parola enorme e infinita) a moltissimi giovani e non giovani, persone con il talento, si capirebbe anche che questo produce reddito. Non si può scindere il lato economico, e quando si parla di cultura parlare solo di bellezza che ti fa vivere bene. Ti fa vivere bene, ma ti fa vivere malissimo, se tu non hai il denaro per sopravvivere e per alimentare la tua cultura.”

posto4Un eterno ritorno spinoso e frustrante, quello del riuscire a vivere con la cultura o della propria creatività. Specialmente in Italia, come sottolinea Francesca spiegando che un artista – nel senso ampio della parola – non è “né un dopolavorista, né un fannullone” e deve avere “diritti sacrosanti”, ricordando che un investimento su questo capitale umano creativo “non è dare 100 o 1000 euro, ma investire in modo sostanziale e sostanzioso. E si avrebbe un ritorno economico, ma ci vuole una mente aperta e lungimirante per fare questo”. Stessa cosa per dare credibilità, per esempio, ad un ragazzo di 18 o 20 anni. “I giovani – asseriscono le sorelle Vecchi – hanno talmente tante cose da raccontare e da insegnarci. Gli adulti danno un supporto di altro tipo, ma noi rimaniamo molto informate attraverso i giovani.”

posto5NESSUN LIMITE AL BISOGNO DI CULTURA E CREATIVITA’. “Noi abbiamo iniziato quando la Fandango prendeva registi esordienti che avevano fatto documentari o cortometraggi e li portava avanti fino a quando non diventavano conosciuti – racconta Roberta. – Questo paese dava la possibilità di fare nascere i talenti perché erano in embrione e dovevi dare la possibilità di lanciarli. La difficoltà di questo momento storico rispetto alla cultura è il seguente: rimangono le figure che ormai si sono formate e diventano sempre più conosciute, ma in realtà ce ne sono pochissime adesso che hanno la possibilità di venire fuori. Non c’è più questa idea. Ci dicevano sempre alla Fandango che non è col primo film che un regista diventa famoso, può anche sbagliarlo, ma gli dobbiamo dare la possibilità di farne almeno tre.”

Ascolto, credibilità, possibilità, essere pagati per il proprio lavoro, continuità, non darsi limiti, alimentare la propria creatività, unire cultura del progetto e progetto della cultura. Gli ingredienti sono tanti e non ci sono limiti geografici. Per questo Il Posto, che vuole accogliere questi valori in ogni centimetro del suo spazio, pur avendo il physique du role della metropoli si trova a Modena. Perché, conclude Francesca, “anche se ci sono 40°, o -30°, anche se non sei a Berlino o a New York, c’è molta terra fertile: basta avere la possibilità di coltivarla”.

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