Il mistero delle foto ritrovate

Al Centro culturale F.L. Ferrari, dove ha sede la redazione di questa testata, è conservato un ricco archivio fotografico. Si tratta per lo più di foto risalenti agli anni ’80 e ’90. Lasciti di una cooperativa di fotografi, l’Ager, che conclusa la sua attività ha deciso di donare il proprio archivio. Un pomeriggio, scartabellando tra quelle immagini di una Modena di 25 anni fa, tanto diversa da quella che mi pare sia oggi (anche se il sottoscritto, all’epoca, veleggiava per altre lande), a colpirmi furono due foto finite chissà come dentro quell’archivio tutto locale. Le uniche due che, chiaramente, nulla avevano a che fare con quella imponente raccolta.  Sono due ritratti corredati, sul retro, da brevi didascalie (uno, a dire, il vero, sembra più la riproduzione di una stampa d’epoca).

panteranera2
Una rara foto di Celeste a 16 anni. Per la sua bellezza, nel Ghetto di Roma la chiamavano Stella. Divenne Stella Ria quando cominciò a vendere ai tedeschi la propria gente.

Celeste, “Pantera nera”, “Stella Ria”, collaboratrice delle SS, Ghetto ebraico di Roma. Elementi sufficienti per essere subito tentato a una ricerca più approfondita su questa ragazza, Celeste, di cui non avevo mai sentito parlare. Un tempo avrei fatto parecchia fatica a ricostruire la sua storia. Avrei dovuto girare per biblioteche, cercare tra gli schedari partendo probabilmente da parole chiave molto più generiche, tipo “ghetto di Roma”, “deportazioni”, “ebrei in Italia” o “leggi razziali”. Sperando poi di aver la fortuna di incappare in qualche testo storico dotato di un buon indice dei nomi. E forse, venticinque anni fa, alla fine avrei dovuto abbandonare la ricerca.

panteranera1
Celeste, detta “Pantera nera”, ex collaboratrice delle SS, il giorno in cui nella basilica di San Francesco d’Assisi le fu impartito il Battesimo.

Oggi invece, ci ho messo pochi secondi a scoprire (anche se a dirla tutta le informazioni raccolte sono spesso contraddittorie: leggenda e realtà si confondono facilmente) che “Pantera nera” è uno dei soprannomi che fu dato a Celeste Di Porto. Una giovane ebrea che nel 1943, Roma sotto il controllo nazista, diventò una collaborazionista denunciando durante il periodo d’occupazione decine di ebrei, tra cui, pare, suo cognato e suo cugino. Divenne l’incubo del Ghetto: per far riconoscere alla Gestapo e alla polizia fascista un suo correligionario, lo salutava con un cenno del capo. Il malcapitato veniva così arrestato e deportato nei lager nazisti.

celeste2

All’epoca Celeste aveva appena 18 anni, abitava in via della Reginella 2, ed era considerata tra le più belle ragazze del Ghetto: alta, slanciata, capelli e occhi neri, un seno prosperoso, la bocca carnosa, uno sguardo magnetico e ricco di fascino. Quinta di otto figli, in famiglia veniva chiamata Stella, pare per la sua vistosa bellezza. Quando la mattina all’alba del 16 ottobre 1943 – il cosiddetto “sabato nero” – le SS invasero le strade del Portico d’Ottavia, porta d’ingresso al Ghetto, rastrellando 1024 persone tra cui oltre 200 bambini, i Di Porto riuscirono tutti a scampare miracolosamente alla cattura.

Ma fu proprio in seguito a quell’evento, qualcuno ipotizza a causa dello choc, che Celeste, la stupenda ragazza ebrea, comincia la sua carriera da “Pantera Nera” decidendo di passare al servizio dei tedeschi. Le voci che corsero allora, le ipotesi che sono state fatte in seguito  – chi dice che tradì il suo popolo per soldi, allora la cattura di un ebreo valeva la ricompensa da 5.000 a 50.000 lire a seconda dell’importanza del soggetto; chi per odio nei confronti dell’ambiente in cui viveva che l’aveva sempre considerata una ragazza “facile” forse in virtù della sua bellezza; chi per amore del milite fascista e cacciatore di ebrei Vincenzo Antonelli – non potranno mai avere risposta certa.

Tedeschi e repubblichini in via Rasella subito dopo l'attentato del 23 marzo 1944.
Tedeschi e repubblichini in via Rasella subito dopo l’attentato del 23 marzo 1944.

Antonelli era un agente della banda di repressione (reparti paramilitari costituitisi spontaneamente con la nascita della Repubblica Sociale Italiana) romana che prese il nome dai suoi comandanti Gino Bardi e Guglielmo Pollastrini, agli ordini di Gestapo e SS. “Massacratori all’ingrosso” li definì dopo la guerra Ferruccio Parri. Per lo più ex squadristi così violenti e crudeli che in diverse occasioni perfino gli organi istituzionali della RSI cercarono di scindere le proprie responsabilità dall’operato di queste squadracce. Celeste aveva conosciuto l’Antonelli lavorando come cameriera nel ristorante noto per essere frequentato dai fascisti “Il Fantino” di Piazza Giudìa o Giudea (qui diverse immagini del presente e del passato di quella storica piazza, oggi ridenominata “delle Cinque Scole”), da cui ottenne in seguito il suo secondo soprannome, Stella Ria. Da lì cominciò fattivamente il suo lavoro di delatrice.

La Pantera nera raggiunse il culmine della sua tragica azione nel marzo del ’44 quando, dopo l’attentato di via Rasella ad opera del GAP (Gruppi di Azione Patriottica) che provocò la morte di 33 poliziotti tedeschi, consegnò alla morte segnalandone i nascondigli 26 ebrei, trucidati alle Fosse Ardeantine nella rappresaglia voluta dal capo della Gestapo di Roma, Herbert Kappler.

Nell’elenco delle persone da fucilare fu inserito all’ultimo momento anche Lazzaro Anticoli, pugile dilettante piuttosto noto a Roma col nome di Bucefalo, che sostituì nella lista di Kappler Angelo Di Porto, fratello di Celeste. Prima di essere portato via dal carcere per essere fucilato, Anticoli riuscì ad incidere sul muro della sua cella a Regina Coeli, la numero 306, la condanna definitiva nei confronti di Celeste: “Sono Anticoli Lazzaro, detto Bucefalo, pugilatore. Si non arivedo la famija mi e’ colpa de quella venduta de Celeste Di Porto. Rivendicatemi“.

Civili rastrellati dopo l'attentato.
Civili rastrellati dopo l’attentato.

Celeste Di Porto, la “Pantera nera”, “Stella Ria”, divenne così il terrore di Roma. Una vergogna insopportabile per il padre Settimio che, distrutto, decise di presentarsi ai tedeschi di sua spontanea volontà, autodenunciandosi come ebreo. Fu spedito nei lager e morì gasato a Mauthausen. Quando Roma fu liberata, inizialmente lei rimase in città, nonostante i rischi altissimi e l’odio nei suoi confronti. Racconta la leggenda che quando la folla dei parenti delle vittime corse sotto casa sua reclamando vendetta, lei si affacciò beffarda alla finestra gridando: “Embe’ , che volete? Ci ho gia’ due alleati in camera, cercate d’ annavvene“. Un episodio che pare poco credibile anche se utile ad accrescere la fama di spietatezza della famigerata “Pantera nera”. Che comunque si trasferì velocemente a Napoli dove, pare, esercitò la professione di prostituta.

Riconosciuta, nel 1947 fu tradotta a Regina Coeli e processata per i suoi crimini. Fu condannata a 12 anni anche se, grazie ad una serie di condoni ed amnistie, ne scontò soltanto tre (secondo altre fonti, sette), nel carcere di Perugia, dal quale uscì nei primi anni Cinquanta “rinata” in seguito a una crisi mistica che la portarono a convertirsi al cattolicesimo. Fu battezzata nel convento delle clarisse di Assisi, dove fu ospite per un anno, prima di venirne cacciata, sembra perché troppo poco “celeste” nonostante il nome. Da lì in poi le notizie su Celeste Di Porto si fanno del tutto confuse. Nel 1958, dovrebbe esser tornata a Roma, a Centocelle, casalinga ignorata e riservata, sposata con un operaio, senza figli. Poi forse a Milano. Wikipedia la dà morta nel 1981, mentre il saggista Silvio Bertoldi, in un articolo sul Corriere del 1994, scriveva: “Oggi, se è ancora viva, dovrebbe avere 69 anni”.

stella2Ancora adesso, a distanza di oltre settant’anni da quegli eventi, resta molto da scoprire e raccontare sulla vicenda della Pantera nera. Verità e leggenda sono assolutamente confuse. Anche perché non risultano rigorosi studi storici sulla sua figura. E’ noto invece il romanzo – assai documentato in realtà – che lo scrittore originario di Finale Emilia, Giuseppe Pederiali, dedicò alla sua controversa figura , “Stella di piazza Giudia” pubblicato nel 1995. Al quale risale probabilmente anche la spiegazione più semplice del piccolo mistero, quello delle foto ritrovate, infinitamente meno interessante dei tanti che ancora ammantano la figura della Pantera nera. Forse all’epoca – non lo sappiamo perché non c’eravamo – Pederiali presentò a Modena il suo romanzo. Forse qualcuno, magari l’autore stesso, tirò fuori dal cilindro queste immagini poi riprodotte da uno dei fotografi della Cooperativa Ager. Non lo sappiamo e probabilmente non lo sapremo mai.

Forse, visti i tanti buchi nella storia di Celeste, visto il continuo intrecciarsi di realtà e leggenda rispetto a quel che sappiamo di lei, vale la pena concludere questa modesta ricerca nello stesso modo in cui Pederiali chiude il libro. Un ultimo capitolo, non romanzato, dedicato alla sua personale indagine per ricostruire la storia di Celeste.

“Era l’ora della merenda, e la mia golosità, insieme alla simpatia delle due proprietarie che lavoravano immerse in una fragranza di focacce e biscotti, prolungarono la visita nel negozio, confortata da assaggi, consigli, notizie sui dolci tradizionali del Ghetto. Uscii con sotto il braccio un pacchetto tiepido, ricamato di nastrini arricciati, e con la bocca e l’animo addolciti. Sulla strada, a pochi passi da Via della Reginella, incrociai una ragazza bruna che mi guardò. Ricambiai lo sguardo e la riconobbi subito, nonostante l’avessi incontrata soltanto in fotografia. Era passata poco oltre, e quando la chiamai, Celeste!, lei si voltò e disse: Mi conosce? Io risposi di sì, senza precisare come. Con reciproca curiosità rimanemmo uno di fronte all’altra senza sapere cosa dire di più. Io cercavo parole che non apparissero come il pretesto per avvicinare una sconosciuta; e intanto il fluire del tempo (il rapido mi aspettava alle ore 20,05 del 9 gennaio 1995) fece sfumare il miracolo. Parlò lei per prima: Dunque? Le risposi: Somiglia a una Celeste che abitava qui, molto tempo fa. Una sua innamorata? No, soltanto il personaggio di un libro; vero, però. Non domandò se l’eroina era buona o cattiva. Domandò: Era bella? Molto, come lei. Grazie. Non ha mai sentito parlare della Pantera Nera? Rise divertita: Era la nonna della Pantera Rosa?, domandò, protetta dalla giovane età e dalla giovane spavalderia”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *