Il giudice? Boh, sarà al mare

Il giudice? Boh, sarà al mare

Una mattinata in tribunale a Modena. Convocato come testimone. Con l'intimazione minacciosa ad essere presente perché, altrimenti, sarebbero i carabinieri a portarmi a forza a esercitare i miei obblighi di cittadino. Doveri che però, come ho scoperto, non valgono per TUTTI i cittadini.

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Per le seconda volta nella mia vita, dopo oltre 15 anni, stamattina mi è capitato di avere a che fare con la giustizia italiana. La prima volta non era andata benissimo. Il ricordo più vivido di quell’esperienza è il momento in cui, durante l’udienza nell’ufficio del giudice del lavoro, arriva una telefonata al magistrato. Telefonata conclusasi così: “Va bene amò, butta la pasta che tra poco sto a casa”. Dettagli, d’accordo. Niente di grave. Ma per me che in prima assoluta mi trovavo davanti ad un giudice sperando che dirimesse una questione che allora ritenevo importante, quella fu solo la punta dell’iceberg di un’impressione complessiva di sciatteria e di assoluta mancanza di interesse per le persone che la giudice (era una donna, ma è del tutto incidentale) aveva davanti.

Capisco la sindrome da “catena di montaggio”. E’ frequente anche in tante altre professioni a stretto contatto con le persone e il loro problemi – fisici, legali, burocratici, ecc ecc – però la sensazione che ne ricavai, e che ancora oggi rimane, fu quella di essere completamente annullato come soggetto, come individuo, per trovarmi ridotto a mero oggetto, un ingranaggio insignificante di un meccanismo totalmente alieno. Era come se io non esistessi, nonostante fossi al centro della questione (e fisicamente seduto di fronte al magistrato), la giudice si rivolgeva solo agli avvocati. Dibattevano tra di loro, parlando di me, senza mai nemmeno rivolgermi uno sguardo. Come se la legge, il piano in cui legge si esercita, fosse qualcosa al quale io non avrei potuto aver accesso in alcun modo. Qualcosa di alieno, appunto. Fino a quando mi accorsi che il dibattito stava prendendo una piega talmente surreale, talmente lontana da quella che era stata la realtà, da alzare il ditino e chiedere di poter intervenire personalmente, visto che di me si parlava, dicendo la mia. Bontà sua, la giudice mi concesse la parola. Intervenni riportando la vicenda a un piano di realtà che considerai accettabile, dato che ero praticamente l’unico presente a conoscerla davvero. Al di là dell’esito finale di quella vicenda, ricordo che ne uscì sperando di non aver mai più nulla a che fare con la giustizia italiana, tanto ero rimasto scottato dall’impressione di essermi trovato per un paio d’ore involontario protagonista di un racconto di Kafka.

Una speranza infranta dal postino che un mese fa circa mi consegna un raccomandata dal tribunale di Modena, in cui si intima me e due mie ex colleghe, di comparire – come testimoni – stamattina alle 9.30 di fronte al giudice del lavoro per un contenzioso risalente a oltre cinque anni fa, tra un’azienda e la Direzione territoriale del lavoro di Modena. Insomma, il Ministero del Lavoro. Qualora non ci presentassimo senza giustificato motivo – specifica la raccomandata – incorreremmo “nelle comminatorie di cui all’art. 255” e sarà disposto nei nostri confronti “l’accompagnamento con la forza pubblica”. In pratica, ci verrebbero a prendere i carabinieri a casa per costringerci ad esercitare il nostro dovere di cittadini. Io e una delle due ex colleghe – bravi cittadini a prescindere dalle minacce – ci presentiamo all’entrata del tribunale puntualissimi. La terza invece – che a questo punto immagino conosca meglio di noi come funziona la giustizia qui in Italia  – avrà invece il buon senso di non farsi proprio vedere.

Appena entrati ho subito l’impressione di trovarmi in mezzo a una bolgia. Letteralmente: “una delle dieci fosse in cui è suddiviso l’ottavo cerchio dell’Inferno dantesco“. Gente che strepita, una lunga coda allo sportello informazioni, un ambiente vecchio, grigio e cupo che anche fisicamente dà l’idea di una giustizia vendicativa e lontana. Malata terminale di burocrazia. Ma forse sono solo mie paranoie. Due militari ci bloccano all’ingresso, ci fanno svuotare le tasche di qualsiasi oggetto e ci scansionano con il metal detector. Niente armi. Possiamo andare. Coda allo sportello informazioni per sapere in quale aula ci dobbiamo recare, la raccomandata non specifica. Primo piano. Individuiamo la stanza dell’udienza. Dentro non c’è nessuno, ma siamo sicuri di essere nel posto giusto perché qualcuno ha piazzato un foglietto scritto a mano col nome del giudice che ci ha convocato e l’orario a fianco della porta. In attesa c’è l’avvocato dell’azienda (noi siamo testimoni per la Direzione territoriale del Lavoro) che però ci spiega di essere solo un sostituto perché il titolare, che non è di Modena, è impegnato in un altro tribunale e non essendo sicuro di potersi presentare puntuale, ha chiesto alla collega che lo rappresenta in città di fare temporaneamente le sue veci.

Attendiamo.

Alle 9.45 passa un tizio (scopriremo poi trattarsi dell’avvocato che rappresenta la Direzione territoriale) che parla col collega della controparte, informandolo che il giudice non c’è. “Forse – specifica – si è dimenticato”. Va a chiedere lumi in Cancelleria. Nel frattempo arriva l’avvocato “titolare” dell’azienda. Il sostituto, se ne va allargando le braccia: “Eh vabbe, noi siamo abituati”. Arrivano le 10. Torna l’avvocato della Direzione che ci informa che il giudice non verrà. Non si sa il perché. Non ci sarà e basta. “Quindi – ci spiega – tra qualche mese verrete riconvocati per una ulteriore udienza. Riceverete un’altra raccomandata”. Noi ci incazziamo un pochino domandandoci se siamo solo noi ad essere passibili delle “comminatorie di cui all’art. 255”, alle quali invece il giudice evidentemente non è soggetto. Anche se non si presenta senza giustificato motivo (almeno, a noi non ne è stato dato alcuno. Per cui boh: si sarà preso un giorno di meritato riposo al mare). Lo andranno a prendere i carabinieri a casa la prossima volta? Gli verrà inflitta qualche sanzione amministrativa? A riguardo, ho forti dubbi.

L’avvocato ci informa che se abbiamo dovuto chiedere un permesso di lavoro, possiamo farci rilasciare una dichiarazione dalla Cancelleria. Non è così né per me né per la collega. Ma poco cambia: chi pagherà per la nuova sfornata di raccomandate (a occhio e croce, tra avvocati, parti in causa e testimoni, più di una decina), per gli avvocati – sostituti compresi – che sono stati lì a non far nulla, loro malgrado, per me e la mia ex collega che anche se non siamo dipendenti abbiamo una nostra attività che, per fruttare, richiede il nostro lavoro e non perdere una mattinata – lei viene da fuori Modena – per vivere un incubo à la Kafkà? In salsa italiana, naturalmente.

La risposta, se ne avete ancora voglia, datevela da soli.

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Giornalista e videomaker, ho realizzato diversi documentari, reportage e inchieste. Il mio blog personale: dalomb

1 COMMENTO

  1. Articolo interessante perchè fa capire che noi poveri cittadini veniamo trattati come pacchi di qua e di là….sempre in attesa Inoltre mancanza di rispetto..

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