Il destino dell’umanità in questi tempi inumani

Il destino dell’umanità in questi tempi inumani

Il convegno su Vasilij Grossman, tenutosi lo scorso weekend a Palazzo Europa davanti a una platea gremita di studenti - 200 il primo giorno - e di adulti curiosi e insegnanti - 150 il secondo - consolida la convinzione espressa dal curatore, il Prof. Francesco Maria Feltri (Istituto F. Selmi): "La città di Modena sente il bisogno di una divulgazione culturale per gli adulti e per i giovani. Il successo di questa iniziativa ne è stata la prova". Pienamente soddisfatto anche il presidente del Centro Culturale F. L. Ferrari, Paolo Tomassone che annuncia, a breve, la pubblicazione degli Atti del Convegno su un uomo, uno scrittore, che ci ha offerto una delle riflessioni più interessanti sul "secolo breve".

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La letteratura di Grossman potrebbe risultare scomoda a chi mantiene ciecamente la sua posizione a sinistra. Si tratta di tematiche “post ideologiche”, nella definizione di Feltri, che invitano a ragionare sul Novecento “superando i vecchi steccati ideologici e ciò non vuol dire necessariamente ripudiare la militanza politica pregressa, ma arricchirla, considerando i vecchi valori in cui si credeva alla luce di una logica e di una onestà intellettuale a 360°”.
Chi difende la cultura di sinistra non vede di buon occhio l’eretica equiparazione nazismo hitleriano/comunismo staliniano che Grossman intuisce con precocità e fermezza e, come conferma Feltri, “è un dubbio legittimo se si tengono presenti i numeri e le politiche antisemite”.

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“Stalin aveva le sue ragioni. Ha fermato i nazisti. Le purghe, purtroppo, sono state inevitabili: era pieno di infami. I GULag non erano certo Auschwitz. I kulaki un male necessario per la Grande Madre Russia”, sono tra le opinioni più diffuse degli apologeti dello stalinismo. Non è quello che ha fatto Vasilij Grossman.
«Per ucciderli, si è dovuto spiegare che i Kulaki non erano uomini. Sì come quando i tedeschi dicevano: gli ebrei non sono uomini», scriveva infatti in “Tutto scorre…”, opera che racconta con lucido realismo il ritorno a casa di un sopravvissuto al GULag. Eresie per un intellettuale di regime, entusiasta dello stato sovietico e, a tal punto amante dell’Armata Rossa, da seguirla sul campo e raccontarne le grandi e piccole imprese in scritti realistici e non retorici, che lo hanno reso famoso e ammirato persino da Gorkij. Si deve alla scoperta degli orrori della Shoah e al dilagare dell’Antisemitismo sovietico post bellico la sua trasformazione in “uno dei primi intellettuali dissidenti della società sovietica del dopoguerra”.

Guardare all’esperienza sovietica dal punto di vista della storia ebraica, e prezioso in questo senso si è rivelato l’intervento della Prof. ssa Elissa Bemporad (Queens College – City University of New York), appare dunque molto utile per avvicinarsi a una possibile verità storica. Secondo la ricca ricostruzione di Bemporad, l’antisemitismo era tradizione del regime zarista ed è la rivoluzione del 1917 che cambia radicalmente le cose anche sotto questo aspetto. Lenin si oppone a qualsiasi retaggio zarista, elimina la propaganda antisemita come frutto dello sciovinismo russo e considera, al contrario, gli ebrei, un alleato ideale contro lo zar. Ovviamente le attenzioni “antireligiose” di Lenin non si limitano all’ebraismo ma, come sottolinea Bemporad, quest’ultimo porta avanti “una oppressione di pari opportunità” contro tutti i leader religiosi e borghesi.

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In questo clima, Grossman matura la sua personalità di scrittore atipico: come Primo Levi è, infatti, un chimico prima di diventare uno scrittore; la sua è una famiglia ebraica di divorziati lontana dall’ortodossia yiddish e non risulta mai iscritto al Partito Comunista. “È un giovane ambizioso che vuole lasciare un segno nel mondo” secondo Elissa Bemporad e, in una lettera del 1927, proprio lui conferma: “Tutto ciò che ho”, riferendosi al successo di scrittore, “lo devo allo stato sovietico”. Due anni segnano il cambiamento. Nel 1941, la madre viene barbaramente assassinata dai nazisti insieme a circa 20.000 ebrei della sua cittadina di origine, Berdyčiv. Il dolore inesauribile si esprime nei vent’anni successivi in lettere senza risposta scritte alla madre e riecheggiate, come ricorda il Prof. Feltri, in “Vita e destino”, nell’ultima lettera che la madre ebrea di uno dei protagonisti, deportata in un lager, indirizza al figlio: il fisico teorico Sturm.

Leggi anche: Grossman, testimone e narratore del ‘900.

Scrive Grossman, senza speranza di risposta, nel 1961: «Il mio romanzo è dedicato al mio amore e alla mia devozione per il popolo. Questa è la ragione per cui è dedicato a te. Per me tu sei l’umanità e il tuo terribile destino è il destino dell’umanità in questi tempi inumani. Per tutta la mia vita ho creduto che ciò che di buono, onesto e gentile si trova in me, il mio amore per il prossimo, venisse da te. Tutto ciò che in me vi è di cattivo, invece, non proviene da te. Ma tu mi vuoi bene, Mamma, e mi vuoi bene anche con tutto il male che porto in me». Dal 1941, dunque, lo scrittore comincia a opporre “una resistenza di pensiero” al genocidio in corso non meno importante di quella politica e militare, secondo la Prof.ssa Salomoni; ora deve parlare “a nome di quelli che sono sotto la terra” e che hanno lasciato un’eredità di silenzio, di assenza di suono, la stessa che si respira nell’ “Inferno di Treblinka” e che corrisponde alla morte.
L’altro anno che fa da spartiacque per il pensiero e l’esperienza dell’autore è il 1948, anno di nascita dello Stato d’Israele, e guardare anche questo evento dall’angolo visuale dell’Ebraismo pone innanzi riflessioni talvolta imbarazzanti, se associate alla complessità della questione arabo-israeliana irrisolta che tutt’oggi riempie i giornali e le coscienze. Gli ebrei sovietici dal 1948 diventano pericolosi, ci ricorda la Prof.ssa Bemporad: hanno due stati, sono delle spie, sono il nemico interno. È, poi, la stessa e identica ragione che aveva spinto Mussolini, in Italia, alla svolta delle leggi razziali prima rivolte contro i neri, a scopo coloniale, e poi alla comunità ebraica sentita, nella sua compattezza e autonomia, come una falla nel sistema totalitario.

palazzo europa

Stalin cede all’antisemitismo di stato e la tragedia russa, ravvisabile nella perdita generale di libertà, diventa la tragedia ebraica. Le persecuzioni trovano il loro culmine nel cosiddetto “complotto dei medici ebraici”, accusati di aver assassinato leader sovietici e torturati per ottenere false confessioni con l’ausilio di una diffamatoria campagna di stampa, a cui pare abbia partecipato Stalin stesso.
Siamo nel 1952, Stalin troverà la morte l’anno dopo.

Tutto questo sta dietro e dentro “Vita e destino”, pubblicato per la prima volta da una casa editrice di ambiente cattolico di destra, legata a Comunione e Liberazione. Il Prof. Feltri invita ad andare al di là del “filo spinato ideologico” che ha circondato e, velatamente, circonda ancora questo autore per riscoprirlo, liberi di leggere, nella sua grandezza. Così avrebbe voluto Grossman, per cui la libertà è il valore supremo e coincide con la “Vita” stessa. Il “Destino”, invece, lo inventiamo noi e non aderendo a grandi progetti etico-ideologici ma regalando piccoli gesti di bontà e di attenzione al prossimo.

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Penso, insegno, scrivo, vivo. Non sempre nell’ordine.

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