I libri belli. A Carpi Aldo Manuzio e la xilografia

Questa mostra, davvero unica e interessante, prende corpo dalla presenza di Aldo Manuzio nella cittadina carpigiana. I libri belli ripercorre il legame esistente tra l’editore e Carpi. Manuzio capitò in terra modenese in qualità di tutore della famiglia dei Pio, tra il 1480 ed il 1489, probabilmente menzionato da Pico della Mirandola, zio dei principi Pio. Con Alberto III mantenne un rapporto privilegiato di amicizia. A Carpi nasce l’idea di una “stamperia” che egli potrà realizzare a Venezia con il sostegno economico del principe Alberto Pio. Attratto dalla grande quantità di codici che si trovavano con lo scopo di stamparli, di renderli più fruibili e meno costosi. Venezia era allora il migliore centro editoriale d’Europa: in quella città egli ebbe un’ulteriore spinta a pubblicare perché temeva la dispersione dei patrimoni librari, sotto l’instabilità politica del tempo e delle guerre. Inoltre egli voleva mutare l’approccio verso il libro, facilitare il sapere, ampliare la conoscenza. La mostra degli otto xilografi italiani è un omaggio alla figura illustre di Ugo da Carpi, inventore del chiaroscuro e si inserisce nel tradizionale appuntamento della Biennale della Xilografia. In questa occasione Emilio Isgrò ha cancellato alcune pagine del Polifilo, apportando così un suo personale omaggio all’invenzione dell’editoria moderna.

La mostra di Carpi tesse un filo lungo la penisola che raggiunge Bassiano (Latina), paese natale di Aldo Manuzio, padre della moderna editoria ed illustre umanista. A lui si deve l’invenzione del carattere “Bembo” e del corsivo. Inoltre lo possiamo anche definire lo sviluppatore dell’idea del tascabile, ovvero di un libro che potesse essere portato agilmente sia nei viaggi brevi che nei lunghi. Nel suo paese natale, Bassiano, si è sviluppata una tradizione culturale e tipografica che ha reso possibile la realizzazione di un museo unico in Italia, il Museo delle Scritture. La struttura si propone come un luogo di testimonianza e centro di ricerca, conservazione e valorizzazione della scrittura come segno dell’uomo, dalla tavoletta di cera ai bit dell’era digitale.

Il borgo medievale si raggiunge percorrendo una strada che, tornante dopo tornante, svela il suo paesaggio antico fatto di querce, faggeti e rocce. Queste terre separavano gli abitanti dei paesi dalle aspre e malsane paludi pontine, infine bonificate solo in epoca fascista. Territori attraversati nel corso dei secoli da cavalieri templari, briganti e papi. Parte di antichi feudi della nobile famiglia dei Caetani. Davanti alla porta del serpente, l’antico ingresso di Bassiano che è ora divenuto l’entrata del Museo delle Scritture, ci aspetta Samuele Caiani, istrionico Cicerone e padre putativo di questo singolare museo. La sede museale è dedicata al bassianese Aldo Manuzio, insigne editore, stampatore ed umanista, di cui quest’anno si celebra il V centenario della scomparsa. Una figura davvero singolare, formatasi inizialmente a Roma negli studi umanistici; poi approfonditi a Ferrara, fu tra i primi ad intuire la potenzialità dei caratteri a stampa per la diffusioni delle arti e della cultura.

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Ciò che rende singolare questo museo al visitatore, è che entrando in esso, ci si trova a ripercorrere la storia dell’uomo attraverso la scrittura, attraverso l’analisi di quel segno che ci ha caratterizzato sin dagli albori della civiltà… Il nostro ”cicerone” Samuele, bolognese di origine ma laziale d’adozione, ci accompagna in un percorso storico e antropologico delle diverse forme di scrittura.

Si inizia da una sala in cui si mostra l’evoluzione dei diversi strumenti e supporti impiegati per scrivere, sino ad arrivare alle moderne “macchine” informatiche. Su di un muretto, in maniera ininterrotta e senza didascalie, partiamo dalle tavolette di cera, per passare alle bellissime e leggiadre piume. Poi vediamo i pennini con i calamai e le relative boccette d’inchiostro. Successivamente notiamo le penne a sfera e le macchine da scrivere, tra cui le mitiche ”Valentina” e “Lettera” della Olivetti.
Fino ad arrivare ai computer. Non si può restare indifferenti ai tanti oggetti in mostra, poiché ognuno di essi in maniera commovente ci ricorda un’epoca ed i relativi sforzi per rendere più agevole il supporto con cui scrivere.
Nelle sale successive troviamo enormi e pesanti macchine tipografiche e la cassettiera del tipografo con tutti i tipi di caratteri che servivano per comporre il giornale. Un mestiere “infernale” perché un qualsiasi errore nella composizione dei caratteri (incluso l’eccessivo spargimento d’inchiostro) era passibile di licenziamento.

 

Senz’altro una delle sale più vivide nelfoto 2la memoria del visitatore, è quella dei graffiti. Questa sala un tempo era un carcere. Qui i lavori di restauro del museo hanno riportato alla luce sulle pareti, graffiti e disegni a carboncino. L’effetto d’insieme è stupefacente: sembra di trovarsi di fronte ad una specie di “Guernica”, in bianco e nero si scorgono testi di denuncia, riproduzioni di paesaggi, simboli religiosi, volti, parti significative del corpo umano. Il muro rappresenta uno spazio immaginario di libertà e fantasia. Ancora una volta la scrittura è protagonista e narra la vita delle persone ivi recluse.

Un’altra sala riproduce l’ambiente di un’aula scolastica del 1904, in cui insegnava Giovanni Cena e dove i bambini, sottratti alla vita di stenti e alla malaria delle campagne, apprendevano sui banchi di legno scuri, con il ripiano a ribaltina ed i fori per i calamai, il lavoro faticoso della scrittura e della lettura. Il museo si propone come luogo esplorativo dei differenti modi di essere della scrittura.

(ha collaborato Flaviana Fabozzi)

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