Gli Ebrei a Modena: breve storia della comunità locale

Modena è una delle città italiane che conservano importanti testimonianze della cultura ebraica. Una presenza che risale al XIII secolo, rafforzata dopo l’elezione della città a capitale del Ducato estense nel 1598. A Modena c’è infatti una sinagoga che si trova in pieno centro storico, a piazza Mazzini a pochi passi dal Palazzo Comunale. Un tempo in questa zona della città c’era il ghetto ebraico. Un perimetro delimitato da portoni e cancelli che andava dal vicolo Squallore a via Blasia passando per via Coltellini e via Torre fino a via Cesare Battisti.

Non ci furono mai pogrom, persecuzioni di massa né espulsioni di Ebrei a Modena ma sin dal 1638 venne istituito un ghetto per volere del duca Francesco I. A quell’epoca la comunità ebraica locale superava il migliaio di fedeli, mezzo secolo prima costituivano invece il 10% della popolazione totale. I mestieri concessi agli Ebrei del ghetto erano fra i più umili e meno remunerativi. Se si esclude qualche banchiere-prestatore e orefice, gli altri potevano commerciare in abiti usati, in oggetti, mobili o biancheria rammendata: erano i cosiddetti “stracciaroli” o “zavaiari”. C’erano anche modesti artigiani, raccoglitori di libri usati e piccoli commercianti.

Gli Ebrei italiani, oggi circa 30mila, hanno storicamente seguito i flussi migratori che dalla provincia portavano nei grandi centri urbani dove le comunità ebraiche erano già impiantate e strutturate intorno a scuole e istituti ebraici, sinagoghe e attività commerciali kosher.

Nella storia moderna, le migrazioni ebraiche verso Modena risalgono alla fine del XV secolo. Gli ebrei di Spagna cacciati dalla Reconquista cattolica della Penisola iberica si spostano nel Mediterraneo e si impiantano nella pianura padana. Sono Ebrei sefarditi che italianizzeranno i loro cognomi per fondersi meglio nella nuova realtà italica. Accanto a queste comunità “spagnole” ci sono gli Ebrei di culto italiano e una piccola comunità ashkenazita, ovvero di Ebrei provenienti dall’Europa orientale.

E’ di origine ashkenazita anche il rabbino capo di Modena e Reggio Emilia, Beniamino Goldstein che guida il Tempio israelitico dal 2009. Pronipote di ebrei ucraini migrati dall’estrema propaggine nord orientale al porto dell’allora Impero asburgico: i Goldstein lasciano Cernovizza e si stabiliscono per ragioni economiche a Trieste, sede di una delle comunità ebraiche più importanti del paese.

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Beniamino Goldstein passa la sua infanzia nella città giuliana poi parte per Israele dove prima studia nelle yeshivah e poi nell’Accademia talmudica. Si specializza nel collegio rabbinico di Gerusalemme nel 2000. Trasloca poco dopo a Merano dove per due anni e mezzo è rabbino capo della comunità ebraica, la più numerosa del Trentino Alto Adige. Sposato e con cinque figli si sposta successivamente a Milano prima di stabilirsi nel 2009 a Modena. “La funzione del rabbino non è assimilabile a quella del sacerdote e neanche a quello di guida spirituale della comunità – dice Goldstein – Un rabbino è uno studioso, un dottore in Ebraismo e il suo ruolo è quello di trasmettere la conoscenza dei Testi Sacri”.

A Modena abitano circa un centinaio di ebrei. Cognomi come Donati, Sacerdoti, Levi e Friedman sono tipici dell’ebraismo locale. Grandi famiglie che hanno segnato la storia ebraica di Modena. Una città in cui troviamo una sinagoga monumentale:“La caratteristica di Modena, che oggi conta soltanto un centinaio di fedeli sul suo territorio, è proprio l’esistenza di una sinagoga monumentale, un edificio neoclassico imponente che domina piazza Mazzini per una comunità numericamente molto ridotta”, spiega il rabbino capo.

La Sinagoga venne solennemente inaugurata nel 1873 e la sua costruzione “voleva testimoniare il nuovo senso di appartenenza degli Ebrei alla vita pubblica del nuovo regno: massima visibilità rispetto al passato e il messaggio che anche gli Ebrei hanno la loro cattedrale”, dice Goldstein.

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Per poter celebrare le funzioni canoniche nel mondo ebraico c’è una soglia numerica minima obbligatoria. E’ il “minian”, il quorum di dieci ebrei maschi di età adulta necessari per lo svolgimento della preghiera pubblica ebraica. “Nelle piccole comunità dove non si raggiunge questa soglia si celebrano solo le grandi feste come il Kippur ma durante l’arco dell’anno non c’è niente. Qui a Modena ogni sabato celebriamo la funzione regolarmente e superiamo ampiamente la soglia del “minian””.

Le sorti degli Ebrei di Modena, e d’Italia, seguono le evoluzioni storiche e politiche del contesto nazionale in cui sono inseriti peggiorando radicalmente durante il Novecento. “Le leggi razziali del 1938 sono per gli Ebrei italiani un atto di tradimento da parte dello Stato italiano. Appena qualche generazione prima molti Ebrei si erano impegnati nella lotta patriottica risorgimentale, avevano vissuto le trincee della prima guerra mondiale e partecipato attivamente ai grandi dibattiti politici del ‘900. Molti di essi erano stati nazionalisti e alcuni addirittura fascisti: l’aderenza degli ebrei al fascismo è stata infatti proporzionale alla partecipazione della popolazione al fascismo in generale”, osserva il rabbino capo.

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C’erano fascisti e antifascisti fra gli Ebrei, e un gruppo di mezzo che non era ne l’uno ne l’altro ma si adattava alla situazione in corso “ma nel 1938 cambia tutto e la percezione di essere stati traditi dallo Stato italiano prevale fra gli Ebrei del paese: le leggi razziali sono state infatti votate dal Parlamento e controfirmate dal re”.

Nel dopoguerra molti Ebrei di Modena si spostano a Milano o a Roma, altri ancora partono per lo Stato di Israele. Numericamente quasi irrilevante se paragonata alla presenza di altre minoranze religiose in città, gli Ebrei a Modena sono appena un centinaio. Molto pochi in confronto ai 9mila musulmani residenti nel Comune di Modena, orbitanti intorno a tre centri islamici, e ai circa 2mila fedeli evangelici divisi fra una ventina di chiese.

Gli Ebrei modenesi ereditano però di un edificio religioso dalle dimensioni monumentali che evidenzia la ricchezza culturale di queste aree della pianura padana e la coabitazione pacifica secolare fra comunità religiose. “Se si esclude l’ultimo periodo fascista la storia degli Ebrei a Modena e in più in generale in Italia è fatta di integrazione, lavoro e convivenza pacifica. Persino nel periodo delle leggi antisemite il grado di persecuzione a Modena è stato molto basso”, ricorda Beniamino Goldstein, rabbino capo della comunità ebraica di Modena e Reggio Emilia.

2 risposte a “Gli Ebrei a Modena: breve storia della comunità locale”

  1. Leggo qua e là, notizie simili a questa: una “presenza” ebraico, minuscolo, in quel tal paese o rione… Lo si potrebbe dire per altri: normanni, greci, albanesi… tanti altri… gli arabi poi, erano e sono siciliani… Ma quando si tratta di “ebrei” la “scoperta” assume un significato tutto nuovo e particolare…

  2. Un ritratto semplice ma anche efficace di una comunità ebraica che che cammina. E’ possibile partecipare per chi ha fatto un percorso di conversione con Lev Chadas e che per esigenze famigliari e logistiche vive in Emilia, ad alcuni momenti centrali perla via di un ebreo quali Rosh hasanah e yom kippur? Un si mi renderebbe un uomo felice che approda ad un porto e puòpensare e valutare come proseguiere la propria esperienza di ebreo in mezzo ad ebrei dsponibili a misurarsi e a sostenere il persorso?

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