Dove osano le nutrie

Domenica 19 gennaio 2014 mia madre mi butta giù dal letto: «Ci hanno detto che sta arrivando l’acqua a Bastiglia». Non aggiunge niente, ma capisco al volo: dobbiamo sgombrare lo studio di mio padre, a piano terra. Ci capiamo subito perché, abitando nella parte vecchia di Bomporto, sono almeno cinque anni che ripetiamo, nei mesi invernali, lo stesso esercizio: prepararci a un’ipotetica alluvione, visto il livello altissimo delle acque del Naviglio, che, poco oltre piazza Roma, si ricongiunge col Panaro.

Solo un’esercitazione?
Della vocazione fluviale di Bomporto, a parte il nome, è rimasto poco. La gente non ha più rapporto con l’acqua, ma si può dire anche il contrario: l’acqua, di solito, scorre placida, apparentemente disinteressata al suo stesso colore, al proliferare delle alghe, all’incuria degli argini, tranne le volte in cui, nella storia, è entrata in paese (le «visite» principali sono ricordate da alcune tacche incise sulla chiesa).
Attorno alle 11 lo studio è sgombrato. In assenza di input ufficiali, nel primo pomeriggio vado a Modena per occuparmi della redazione di un servizio sulla Messa dei popoli di quell’anno. Mentre sono in Duomo mia madre mi chiama da casa: sembra che l’acqua stia arrivando.
Con il mio ragazzo torno subito in paese. Precauzionalmente svuotiamo il piano basso di casa. Le operazioni, più lunghe di quelle dello studio, si fanno concitate quando una Punto bianca entra nella piazza dove abito ordinando di abbandonare le case. Salgo in macchina con mia sorella, destinazione Modena. Non abbiamo focalizzato la situazione: partiamo con uno zainetto con poche cose per la notte e con il gatto.

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Scherzi da nutria
L’acqua arriva. I miei genitori scappano in bici dall’altra parte del fiume, rifugiandosi dai nonni materni. Seguo la situazione dal telegiornale. Riprese fatte da una barca nella piazza dove vivo. La notizia è casa mia, e io la vedo in tv. L’acqua sembra lambire i tendoni dei negozi di fronte a casa: quasi due metri. Non posso crederci. Alcuni alberi mi impediscono di capire se l’acqua è arrivata all’ammezzato, dove viviamo. Una telefonata dei miei me lo conferma. Penso: se devo associare una parola al terremoto del 2012, questa parola è paura. Sei in balìa di qualcosa di inspiegabile, che va e viene da sé. Qui la parola è rabbia. L’acqua grigia che vedo entrare in casa mia e dei miei amici, nascondere il parco, la chiesa, l’asilo, il cimitero, è acqua del Secchia, arrivata qui perché un manufatto umano (l’argine) ha ceduto, sotto il peso dell’incuria (e non citiamo le nutrie, per favore).
Si sa che anche la scarsità di operazioni di cura e pulizia degli argini oltre a favorire la privacy dei roditori, fa sì che la folta vegetazione impedisca di monitorare lo stato dell’argine per poter intervenire prontamente in caso di necessità (smottamenti, tane di animali…), oltre a impedire  il buon deflusso delle acque con effetti curiosi: ci sono momenti in cui a Finale Emilia il Panaro può essere semi-vuoto mentre a Bomporto c’è pericolo di esondazione.

Photo credit: GCVPC Modena via photopin cc.
Photo credit: GCVPC Modena via photopin cc.

Grandi pulizie
Dopo alcuni giorni il paese viene svuotato dall’acqua ripetendo uno stratagemma già utilizzato nel ’73: approfittando dell’abbassamento del livello del Naviglio, viene tagliata una sezione dell’argine e l’acqua che sommerge il paese viene fatta defluire. In quei giorni, alcune chiacchiere da bar proponevano di inserire una paratoia nel punto in cui è stato tagliato l’argine: della serie “a ‘sto punto, mettiamoci una zip…”.
Sabato. Partiamo da Modena armati di stivali, secchi, stracci. Lo sporco è ovunque, intride qualunque cosa: vorresti buttare via tutto, ma ti sembrerebbe di darla vinta a qualcosa di sbagliato. Quell’acqua melmosa, mi ripeto, non è natura, sono soprattutto errori umani. Inquinamento, assenza di programmazione. Ce lo ricorda, in fondo al paese, il corpaccione di un pesce siluro. Anche lui, come la nutria, è un ospite indesiderato, ingombrante, senza predatori. Ma non ha responsabilità sul luogo in cui vive e sul modo in cui lo fa.

 

Sull’argine si vedono allineate da alcuni giorni diverse idrovore. Le due più grandi non sono partite; le uniche che funzionano sono quelle agricole, prestate dai contadini della zona, utilizzate per l’irrigazione dei campi e, dunque, sottodimensionate: un placebo. Intanto i meravigliosi volontari della Protezione Civile ci aiutano a riprendere la situazione in mano e a reagire. La giornata è tiepida, c’è voglia di fare.
Nella settimana successiva, sull’onda dell’interesse che l’alluvione ha destato nell’opinione pubblica a proposito della gestione delle acque, si discute molto sulla storia della cassa di espansione del Panaro, in piedi da quarant’anni e mai collaudata. D’altra parte, la costruzione del muro in cemento della cassa di espansione era stata progettata prevedendo fori senza paratie, calcolati appositamente per garantire il deflusso di un certo quantitativo d’acqua. Dopo la messa in opera eseguita qualche anno fa di paratie per la regolazione del passaggio dell’acqua attraverso quei fori, quel muro si è trasformato in una diga: un manufatto che nessuno sembra volersi prendere la briga di collaudare. Il collaudo, del resto, richiederebbe di riempire la cassa di espansione di acqua: un’operazione abbastanza lunga da porre serie preoccupazioni anche rispetto ad eventuali precipitazioni eccezionali e prolungate durante il periodo di effettuazione del collaudo.

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Un mare di fango, una montagna di carta
Nei mesi successivi si aprono le danze della gestione dei contributi alle riparazioni. Il sistema appare estremamente burocratizzato e complesso, basti pensare che i danni ai fabbricati residenziali, commerciali e industriali sono gestiti da enti diversi, che non sempre richiedono la stessa documentazione.
Il cittadino non può che fare ricorso a tecnici specializzati per fornire le informazioni e la documentazione richiesta; per queste spese tecniche il sistema riconosce un rimborso calcolato percentualmente sull’importo complessivo del danno. Questo significa che per danni di importo relativamente basso, ma il cui rimborso richieda comunque una consulenza più costosa del valore massimo rimborsato, la corresponsione della differenza ricade sul cittadino alluvionato. Un sistema, dunque, che pone le persone davanti al dubbio di richiedere rimborsi per piccoli danni, rischiando una liquidazione nulla o parziale e l’accollo di gran parte delle spese tecniche, o di procedere direttamente ai lavori minori senza poi chiedere il rimborso. Un problema soprattutto per chi si trova in condizioni economiche difficili.
Ancora più grave, in questo senso, il problema del funzionamento dei contributi, strutturato sull’erogazione di rimborsi: se non hai i soldi da anticipare per fare eseguire i lavori di ristrutturazione e, quindi, non puoi fornire al Comune le fatture quietanzate, come fai a fare i lavori e quindi a rientrare a casa tua? Attualmente accordi tra gli enti pubblici e gli istituti bancari sembrano aver risolto questo aspetto, ma per chi aveva necessità di effettuare interventi urgenti, questa manovra è arrivata in ritardo.

Manifestazione a Modena alluvione 1973 archivio Cgil Cisl e Uil presso archivio storico.
Manifestazione a Modena alluvione 1973 archivio Cgil Cisl e Uil presso archivio storico.

18 gennaio 2015
Passeggio sull’argine. Si sta benissimo, fin troppo considerando che è gennaio. Una nutria nuota beatamente in prossimità del punto in cui è stato tagliato l’argine. Due ragazzi la guardano come se fosse un ordigno inesploso. Faccio ancora due passi verso il paese: si vedono Palazzo Rangoni, con la facciata squarciata dal terremoto, e poi il ponte sul Panaro, di prossima sostituzione. Chissà cosa se ne diceva cent’anni fa, quando l’hanno costruito. Chissà com’era, allora, il paese; com’era il fiume; com’era gennaio. E domani? Dopo tante alluvioni rimane solo una domanda: lezione imparata?

Immagine di copertina, photo credit: GCVPC Modena via photopin cc.

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