Dopo Parigi, le ragioni dell’odio

Modena. Vicino alla chiesa di San Giuseppe a pochi passi dalla stazione ferroviaria incontriamo due prostitute di origine slava. Lo sguardo severo, rigide nel freddo di fine novembre quando la luce cala alle 17. Ci addentriamo nelle stradine interne del quartiere Tempio, ci sono bar, gelaterie, un albergo modesto, un alimentari di prodotti orientali. Compriamo la salsicce merguez, insaccato di agnello e manzo molto speziato, e la tahiné, i semi di sesamo, l’ingrediente imprescindibile per la preparazione dell’hummus. Dal frigo prendo una bottiglia di leben, il latte fermentato bevuto durante i pasti per addolcire l’effetto del cibo speziato. L’atmosfera è ambigua: i proprietari della bottega sono sorpresi di vedere dei clienti occidentali comprare il loro prodotti.

Qualche strada più avanti c’è la moschea turca “Ulu Cami”, enclave del ministero degli affari religiosi turco in territorio italiano: è tutto in ordine, i fedeli in fila con le scarpe in mano aspettano il loro turno per pregare. Fuori, una macchina della polizia senza lampeggianti. “Dagli attentati in poi ogni moschea è sotto stretta sorveglianza sia a Modena che in Italia”, dice un funzionario delle forze dell’ordine. Polizia e agenti della Digos in borghese stazionano nelle vicinanze dei centri islamici. Davanti a questa pressione le tre “moschee” della città hanno cominciato a tradurre le preghiere e soprattutto i sermoni del venerdì in italiano. Cosa che già parzialmente facevano ma che ora è pratica sistematica.

La rotonda di via delle suore
La rotonda di via delle suore

Il cavalcavia di Viale Mazzoni collega la città spezzata in due dalla linea ferroviaria e porta alla zona di viale Gramsci. Continuando per un paio di chilometri si arriva al quartiere dormitorio della Sacca alla fine del quale troviamo la moschea di via delle Suore, il centro islamico più antico e frequentato della città. In queste zone la percentuale di residenti migranti aumenta del 30% rispetto al centro storico dove pure abitano molti stranieri.

Nella zona di viale Gramsci troviamo un paio di bar-ricevitoria, una decina di negozi etnici e qualche parrucchiere. La popolazione è mista con una maggioranza di africani anglofoni di fede cristiana (Ghanesi, Nigeriani). Nessuna percezione di pericolo, nessun allarme degrado. Solo una lunga serie di palazzoni anni ’50 e ’60 grigi e anonimi dove vive questa classe popolare.

La costruzione di centri sportivi e commerciali, come il centro commerciale “La sacca”, la presenza di chiese africane, di luoghi di aggregazione, di parchi e di palestre, di musei, di corsi di lingua e di formazione sono il segno che le amministrazioni pubbliche non hanno dimenticato queste aree, da sempre popolari, abitate un tempo dalla manovalanza meridionale.

Rue du Brabant. Bruxelles. La parabola del criminale radicalizzato trova in questi quartieri decine di esempi. Siamo nel quartiere limitrofo a Molenbeek, zona nord-ovest di Bruxelles, sotto sorveglianza e teatro di oltre 20 operazioni nel solo fine settimana del 20 novembre. Alla ricerca dell’ultimo uomo del commando. Abdessalam Salah marocchino nato e cresciuto a Molenbeek. Nella vicina Schaarbeek troviamo tutti gli ingredienti necessari per un’esplosione sociale e culturale. Rue du Brabant è la casbah di Bruxelles, dove è difficile trovare un “bianco”. Le donne sono tutte velate, gli uomini portano la barba lunga e le tuniche bianche fino alle caviglie, tutti i negozi sono di carattere etnico magrebino, ci sono decine di moschee, bagni turchi e sale da thé con nargilé. Solo gli uomini vanno al bar a fumare il “shisha” ed è proibito bere alcol. Nessuno dei negozi e dei café di rue du Brabant vende bevande alcoliche. E’ un isolato dove spariscono i riferimenti culturali occidentali. Potremmo essere a Casablanca o ad Algeri.

Quartiere Molenbeek, Bruxelles
Quartiere Molenbeek, Bruxelles

A meno di 200 metri da una delle moschee del quartiere ci sono i primi peep show della rue de l’Aerschot. E’ il quartiere a luci rosse di Bruxelles, con i sexy shop e le prostitute in vetrina come a Amsterdam e in Germania. Il sacro e il profano a pochi metri di distanza, si toccano in prossimità di alcune stradine interne. Ogni paio di vetrine ci sono dei bar anonimi dove la piccola malavita di quartiere stabilisce patti e regole e fa affari con la droga. Agli angoli delle strade, gruppi di giovani magrebini vendono l’erba, importata direttamente dall’Olanda e la cocaina.

Le strade di Molenbeek, di Scharbeek, di Saint-Josse da dove proviene una percentuale importante dei circa 500 foreign fighters belgi arruolati nell’ISIS sono simili a quelle di Saint-Dennis, delle cités francesi come la Grande Borgne e delle altre periferie parigine magistralmente raccontate nel film del 1995 “La Haine” di Mathieu Kassovitz. Quartieri in cui la disoccupazione sfiora il 60% e più del 50% delle famiglie vive in stato di povertà assoluta. Queste strade al limite del ghetto o che già ghetto sono, esistono a Londra, a Parigi, a Berlino. Ma anche a Milano, con l’area di via Padova e a Roma nel quartiere di Torpignattara.

Bruxelles blindata
Bruxelles blindata

La sottocultura che si sviluppa in questi quartieri è stata spesso al centro dell’attenzione dei sociologici e dei media. In zone economicamente depresse e escluse dal benessere i giovani hanno sviluppato una ricca tradizione musicale legata al rap più contestatario, seguendo grandi crew di hip hop che hanno spesso componenti convertiti all’Islam. Siamo davanti a una critica sociale dal basso che spesso ha subito delle deviazioni verso la militanza religiosa, l’unica solida cornice alla quale aggrapparsi per rimettere in questione la vita di queste società. Una sottocultura violenta e antisistema, che ammira il grande banditismo, ha una simpatia naturale per il ribelle, il fuorilegge che emerge dalla strada. Che odia l’autorità quanto lo squalo della finanza che non si sporca le mani. Una combinazione esplosiva di odio religioso, inquietudine e forza giovanile e rabbia sociale coltivata da individui pieni di risentimento senza nulla da perdere.

Una decina di giorni dopo gli attentati di Parigi, in un discorso ufficiale trasmesso da uno dei suoi canali jihadisti, un comandante dell’Isis ha esortato i combattenti a prendere le armi in Europa, laddove essi si trovavano. Ha ordinato di sospendere i viaggi degli aspiranti jihadisti europei nel Levante e attaccare i “crociati” sul loro territorio.

Una mossa disperata per l’Isis che trovandosi in difficoltà sul campo militare cerca di portare la guerra mediorientale nel cuore d’Europa. Ma sul terreno invece continuano i bombardamenti sulle loro postazioni siriane mentre ora dopo ora prende forma una coalizione internazionale ampia e determinata a farla finita con la farsa dello Stato Islamico.

Tuttavia questa strategia spaventa non poco le grandi metropoli occidentali costrette a esaminare le proprie società plurali e a rivedere in modo critico le loro politiche di integrazione. Che siano assimilazioniste alla francese o multiculturaliste all’inglese, esse hanno fallito.

Parigi, banlieu
Parigi, banlieue

Come il Belgio anche l’Italia è un hub logistico del terrorismo islamico, un territorio di passaggio e di riorganizzazione. I jihadisti non hanno nessuno interesse a attaccare questi due paesi poiché è da essi che partono e si scambiano armi, soldi e obiettivi.

A Modena, la periferia che più si avvicina al contesto delle banlieue a rischio radicalizzazione è la zona Sacca. Un quartiere dormitorio in cui risiedono vecchi e nuovi migranti che convivono in relativa pace nonostante alcuni casi di furti e piccole rapine.

A livello urbanistico, il quartiere Sacca presenta tutti gli elementi superficiali di un quartiere periferico a rischio, “degradato”, in cui gli abitanti perlopiù magrebini si riuniscono presso la moschea di prossimità, il centro di via delle Suore, un magazzino convertito a sala di preghiera inserito in un grigio contesto semi-industriale, fra officine meccaniche e l’imbocco con la tangenziale.

A Modena risiedono circa 9mila musulmani, in tutta Italia sono un milione e mezzo. Pochi in confronto ai sei milioni di francesi musulmani, considerando anche che il paese si trova nel cuore del Mediterraneo. Non vivono le stesse condizioni di vita dei loro correligionari francesi o belgi. Essi vivono ancora la fase di accettazione e di reciproca conoscenza con gli italiani e hanno un solo obiettivo: farsi accettare.

L’Italia ha l’occasione di fare la differenza, e Modena né è buon esempio, inventandosi un modello nazionale d’integrazione alternativo, sviluppando gli anticorpi necessari a combattere efficacemente i processi di radicalizzazione poiché essi nascono dal risentimento delle seconde e terze generazioni del nord Europa. Sono loro ad essere maggiormente influenzabili dal progetto folle di un califfato nero. Generazioni fallite che chiedono il conto a chi pur avendoli accolti li ha relegati, sin dall’inizio, ai margini della società. Cosi almeno è stato in Belgio e in Francia. Cosi non deve essere in Italia.

In copertina: Vincent Cassel nel film “L’odio“.

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