Una storia di fallimenti e rinascite

Una storia di fallimenti e rinascite

Presentato in anteprima al Festival della Filosofia, "La parte che resta" è un documentario che racconta il centro di accoglienza modenese "Porta aperta". "Una storia di speranza, di persone che cercano di rinegoziare la propria identità, di riorganizzarsi e cooperare, di apprendere dalla propria sconfitta, di accettare i limiti come costitutivi della propria storia". Intervista all'autore, Cristiano Regina.

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Quando in una situazione di grave difficoltà non hai più la casa, il lavoro, gli affetti, poi cosa resta?

Cristiano Regina ha provato a raccontarlo ne “La parte che resta”, documentario girato nell’estate 2014 al centro di accoglienza Porta Aperta di Modena, recentemente presentato in anteprima al Festival Filosofia e in questi giorni al Napoli Film Festival.

“Ho scelto di trascorrere l’estate del 2014 presso Porta Aperta e realizzare lì il mio documentario perché ho sentito da subito una forte attrazione verso quel luogo che mi è sembrato adatto per raccontare la densità e la complessità delle vite che vi transitano, le solitudini. Al tempo stesso è stato un modo personale di isolarmi e di ritirarmi, iniziando a riflettere in prima persona sulla mia condizione di essere mancante, limitato.

Da quel momento le persone con cui sono entrato in relazione hanno smesso di essere poveri, senza dimora o definiti da mille altre etichette che imponiamo loro e hanno iniziato ad essere individui che riflettevano le mie stesse paure ed ansie. Per questo ritengo sia un lavoro molto personale, al di là della tematica affrontata” racconta Regina, fondatore dell’associazione modenese Voice Off, che si occupa della realizzazione di film documentari e laboratori di video partecipativo.

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“Considero Modena la mia città d’adozione, riesco a sentirmi a casa anche qui, pur essendo nato e cresciuto a Napoli. Quando sei convinto di conoscere tutto della nostra città, ecco l’inatteso che ancora riesce a sorprenderti. Porta Aperta ha rappresentato una di queste scoperte, un approdo sicuro in cui perderti e, subito dopo, ritrovarti”.

Nel documentario troviamo i corridoi, le sale e i cortili della struttura dove affiorano le voci e i racconti di chi ha perso tutto e ora è in cerca di riscatto. Una piccola comunità resiliente in cui il tentativo di ogni giorno è ridefinirsi attraverso una nuova identità. Porta Aperta raccontata come luogo assoluto, sospeso nel tempo e nello spazio, e le vicende umane metafore della possibilità di ciascuno di andare e venire oltre la soglia del successo mondano. Al di là delle macerie e delle derive, un’inedita possibilità di approdo e ripartenza.

“La povertà è spaventosa, non c’è nulla di nobile o romantico in essa. È una spirale verso l’abisso ed è difficile intraprendere un percorso di risalita – racconta il regista – Posso però dire che le cose che più mi spaventano o mi creano disagio, la relazione con l’alterità, la morte, il carcere, la povertà, cerco di affrontarle nei miei lavori, di guardarle in faccia e non rimuoverle. Anche perché il rimosso torna, sotto forma di tensioni irrazionali e non controllabili, e tanto vale affrontare i propri fantasmi. Dopo questa esperienza posso sicuramente affermare che la povertà è una condizione che riguarda tutti noi, più di quanto si creda.

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L’incontro con gli ospiti del dormitorio è stato il momento più difficile ma al tempo stesso più esaltante poiché non potevo prevedere le loro reazioni. Il luogo è stato fondamentale nella narrazione ma al centro del racconto per immagini ci sono le relazioni instaurate con le persone che vivevano nel centro e che hanno deciso di iniziare questo viaggio con me.

Quando queste persone volgono lo sguardo al passato, vedono solo traumi, disastri e macerie, per cui è stato difficile guadagnare la loro fiducia; una volta che gli ho spiegato la sincerità delle mie intenzioni, che non volevo in alcun modo spettacolarizzare il loro dolore o peggio ancora assumere un sguardo compassionevole, si sono lasciati andare ed hanno lasciato cadere le barriere. Non sono mancati momenti di tensione e incomprensione, come è naturale che sia in tutti i rapporti umani autentici”.

La parte che resta è ciò che di inesauribile e singolare ci rende ciò che siamo, al di là del possesso, del ruolo e delle identificazioni sociali.
“È la parte inestinguibile e unica che ci rende umani, quella dimensione così misteriosa che forse non si può nominare. Ed è alla ricerca di questo mistero che mi impegno con tutte le mie energie e risorse nel cinema documentario.

La parte che resta è in fondo una storia di speranza, di persone che cercano di rinegoziare la propria identità, di riorganizzarsi e cooperare, di apprendere dalla propria sconfitta, di accettare i limiti come costitutivi della propria storia. Un elogio del fallimento, per poter rinascere e ripartire più consapevoli”.

Il trailer del documentario:

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Giornalista pubblicista e addetta stampa, collaboro a diverse testate, locali e non. Scrivendo poesie sono arrivata a scrivere articoli, due mo(n)di diversi per rispondere alla mia passione per l'evoluzione del circostante. Tra versi e numeri di battute da rispettare, scrivo ciò che vedo e sento attorno a me, mi racconto, vi racconto.

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