Cose che accadono al di sopra delle parole celebrative del nulla

Cose che accadono al di sopra delle parole celebrative del nulla

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Recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
coltivando tranquilla
l’orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta.

 Fabrizio De André, Smisurata preghiera

luca1La scelta della vita, quella in cui si decide una volta per tutte “cosa fare da grande”, per lui ha una data precisa: novembre 2012. E’ allora che Luca Gherardi decide di non lasciarsi sedurre dal canto delle sirene. Quelle che lo vorrebbero lanciato nella corsa per la candidatura alle Politiche in un momento in cui il giovane vicesindaco di Camposanto, “grazie” al terremoto, gode di un palcoscenico mediatico che altri si sognano. All’epoca appena ventottenne, è praticamente a fine mandato come assessore e vicesindaco, è brillante, colto, e si è guadagnato sul campo una credibilità indiscutibile (come tanti altri amministratori locali) grazie all’enorme impegno profuso non solo per la sua Camposanto, ma in tutta la Bassa devastata dal sisma del 20 maggio.

Insomma, quando in tanti che lo conoscono e apprezzano cominciano a buttargliela lì, la tentazione si fa sentire. E non importa che i santoni locali del partito dimostrino col silenzio quanto l’ipotesi Gherardi susciti in loro lo stesso entusiasmo di un calcio negli stinchi. Con le primarie aperte a chiunque si voglia candidare purché tesserato, nel momento in cui la montante onda del giovanilismo renziano si fa beffe del cursus honorum considerato un tempo obbligatorio per aspirare a una scranna a Montecitorio, conta relativamente l’appoggio di quelli che di solito decidono dove e quali pedine muovere. Insomma, le condizioni sembrano esserci tutte perché Luca possa aspirare ad anteporre il titolo di Onorevole al dott. Gherardi. E invece, dopo averci pensato un po’ su, arriva il gran rifiuto.

Quel gran rifiuto

luca2“Se sono stato tentato dall’idea? Certo che sì – ammette lui oggi – ma da appena tre settimane avevo avuto un incarico a scuola come insegnante di storia e letteratura, il mio sogno fin da bambino, e mi son detto: non ci vado. Non metto a rischio il mio lavoro. Non mollo subito i ragazzi. Non abbandono il mio percorso per andare a Roma cinque anni. Ok, magari dieci. E poi, per far cosa? Il presidente di qualche partecipata? Per fare il politico uno deve essere libero, avere un suo lavoro, e tenere bene a mente che il riferimento è Cincinnato: esaurito l’impegno politico per la comunità, si torna alla propria attività principale. Senza questa libertà, ti tocca obbedire sempre. Allora ero sotto i riflettori e avessi scelto di provarci, lo avrei fatto per vincere, non per partecipare. Ho preferito fare un’altra scelta, di cui non sono pentito”.

Strana decisione, di questi tempi, rinunciare a priori alle glorie a agli agi romani, al potere e ai soldi, alle comparsate in tv, alla possibilità di moltiplicare i follower su Twitter, in cambio di un posticino precario da professore. Usando vecchi arnesi come Petrarca e Dante, Leopardi e Boccaccio per trasmettere ai ragazzi “valori che considero imprescindibili per essere bravi cittadini”.

Foscolo ai tempi di Facebook

Intervistare Gherardi e accennare alla parola “scuola” è un gran bel rischio. Si rischia di perdersi. Perché lo vedi preso per incantamento. Gli si solca la fronte e gli occhi si fan incavati e intenti. Insomma, si illumina d’immenso. “Ai ragazzi di oggi non frega niente di nulla, sono svogliati, distratti, impegnati solo a sciappinare dalla mattina alla sera sullo smartphone? A me dimostrano tutti i giorni il contrario. Hanno un cuore. Eccome. Bisogna solo educarli a sentirselo.

Parlare ad esempio di Foscolo significa prima di tutto introdurli ai grandi concetti che lui ha espresso. Che sono poi gli stessi di cui abbiamo ancora bisogno: la comunità nazionale, gli affetti, la dignità, lottare per ciò in cui si crede. Ho ragazzi meridionali che quando lo abbiamo studiato si sono sentiti particolarmente toccati dai temi dell’esilio, della lontananza, delle radici. Oggi magari i miei alunni mi contattano su Facebook per chiedermi un chiarimento, per propormi una loro riflessione: scusi se la disturbo prof, ma volevo chiederle… Cambiano i tempi e gli strumenti, ma sempre persone siamo”.

Immancabilmente, galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse

Con Roberto Benigni
Con Roberto Benigni

Irriducibile Gherardi,  che nemmeno quando fa politica riesce a lasciar riposare nei loro tomi ammuffiti i santi del suo personale empireo. Anzi, se nel lontano 2008 si è infilato nel girone dantesco della politica, la colpa, o il merito, si devono proprio a lui: all’Alighieri. “E’ accaduto tutto all’improvviso, nel 2007. Io avevo 23 anni e avevo appena conseguito la triennale con una tesi su Dante. Con degli amici avevo assistito a Firenze ad alcune serate in cui Benigni recitava l’Inferno. Loro, che conoscevano la mia passione per la Divina Commedia, senza dirmi niente andarono dal sindaco di allora, Mila Neri, proponendole di replicare le letture dantesche a Camposanto. Certo io non sono Benigni, ma posso dire di essermela cavata: facemmo dieci serate da maggio a ottobre con un’ottantina di persone sempre presenti. Insomma, un successo.

Alle iniziative, tra i fedelissimi c’era Palma Costi, oggi assessore regionale. Nel corso dell’estate cominciarono le riunioni per le amministrative dell’aprile 2008 alle quali, su invito di Palma, partecipai. Come tanti altri, ho dato una mano fino alle elezioni del sindaco, Antonella Baldini, convinto che la cosa sarebbe finita lì. Invece, una volta eletta, Antonella mi chiama e mi dice: Luca, l’assessore alla cultura lo devi fare tu.

Ci rimango di sasso e mi prendo un paio di giorni per pensarci, facendomi tutti i viaggi possibili e immaginabili che può farsi un ventitreenne a cui viene chiesto di impegnarsi in un ruolo così importante, anche in un comune piccolo come il mio. Alla fine accetto. Solo che siccome Camposanto è un comune di poco più di tremila abitanti, ci sono solo tre o quattro assessori e a me toccano anche le deleghe per scuola e servizi sociali. E lì arriva il colpo finale. Antonella mi dice, visto che sei giovane, la gente ti conosce e apprezza, ti nomino pure vicesindaco. Ecco, è cominciata così”.

Quando ero piccolo, mi emozionavo per tutto

Luca Gherardi con Palma Costi
Luca Gherardi con Palma Costi

Gherardi fa il modesto, ma quello che Costi e Baldini hanno capito benissimo è che il ragazzo, se non buca ancora gli schermi, di certo riempie e sa parlare alle piazze. Ha la loquela facile e l’entusiasmo un po’ suicida di un giovanissimo che vuole scoprire tutto e sapere tutto: “Per me la rappresentanza è una cosa seria, un impegno totale: quando indosso la fascia del Comune mi emoziono ancora come un bambino. Non mi sono mai tirato indietro in niente: partecipavo a qualsiasi cosa, anche a incontri magari lontani dai miei interessi. Anche se avevo appena iniziato la specialistica e da fare ne avevo, in Comune ci andavo il più possibile. Mi furono affidati anche diversi progetti intercomunali, come quello legato alla Giornata della memoria che coinvolge ottocento alunni di un sacco di scuole e di cui sono stato referente dal 2009 fino all’anno scorso”. E’ un treno in corsa Luca Gherardi e tutto sembra indicare che il futuro gli riservi fermate in stazioni ben più importanti della piccola Camposanto.

La vita cambia alle 04:03:52

terremotoInvece poi, accade qualcosa che cambierà tutto. E non solo nella vita di Luca. Il 20 maggio 2012 alle 04:03:52 una scossa di magnitudo 5,9 con epicentro a Finale, appena 15 km da Camposanto, sconvolge l’Emilia. “Pensavo fosse precipitato un aereo – racconta Gherardi – in casa mia è caduto tutto fuorché le pareti: libri, quadri, soprammobili. Siamo volati fuori e per un’ora, con i vicini, siamo andati avanti a ripetere quel che ci era successo, quello che avevamo appena vissuto.

Solo verso le cinque ho realizzato che io ero anche il vicesindaco e avevo altre responsabilità oltre a quelle personali. Sono andato in piazza per vedere cosa era successo e lì ho trovato il parroco. Con una certa incoscienza, siamo entrati in chiesa per una primissima valutazione dei danni. Un gesto che nove giorni dopo sarebbe costato la vita al parroco di Rovereto. Ricordo che tutto era coperto da un impressionante strato di polvere.

Torno a casa dove mi aspetta un messaggio della Costi: fatti trovar pronto che sto venendo a prenderti. Si era già messa d’accordo con la Baldini per dividersi le zone da visitare subito. Con Palma – in vestaglia – abbiamo fatto casa per casa tutte le vie che andavano da Camposanto a Finale: lei aveva intuito che i danni grossi erano nelle case di campagna. E’ stato in quell’occasione che ho capito cosa vuol dire avere delle responsabilità in un contesto di emergenza, cosa vuol dire essere un riferimento: le persone ci accoglievano come fosse arrivato il papa. L’esigenza di vedere qualcuno, di non sentirsi soli e abbandonati dalla propria comunità rappresentata dalle istituzioni, era fortissima. Alle 8 è arrivata la protezione civile. A mezzogiorno Errani con Gabrielli, il capo del Dipartimento della Protezione Civile. Ed è cominciato il dopo”.

Shock in my town

Con una volontaria della Protezione civile
Con una volontaria della Protezione civile

Già, perché per tutti quello che lo hanno vissuto il terremoto rappresenta uno spartiacque temporale: “da noi è cambiato il lessico – spiega Gherardi – quando si usa ‘prima’ si sottintende ‘prima del 20 maggio’. Il ‘dopo’ è segnato sempre dalla stessa data”. Ancora oggi, confessa Luca, il dopo significa vivere con la porta di casa chiusa senza mandate (“tre giri di chiave sono 5 secondi in più per aprirla”) e la giacca sempre appesa lì a fianco, pronta nel caso si dovesse scappare di corsa. Una sensazione di eterna emergenza che ti si incunea dentro, per anni, forse per sempre, come una malattia cronica. Difficile vedere in un evento così drammatico qualcosa di minimamente positivo.

Eppure, commenta oggi Gherardi “siamo finiti tutti insieme in questo caos finendo per riscoprire il senso di cosa vuol dire essere una comunità. Il terremoto è un fenomeno democratico, colpisce tutti allo stesso modo. A livello personale, ha stretto ancora di più il legame con il mio paese. Un’esperienza incredibile 24 ore su 24, sette giorni su sette, quella di condurre una comunità in un momento in cui sembra totalmente inconducibile”.

Pronto per il grande salto?

Tutta la vicenda del terremoto merita ovviamente un lunghissimo approfondimento a parte, che ci riserviamo di fare in altre occasioni. Quel che interessa qui e ora, è il fatto che quell’evento tragico proietta Camposanto, e Luca Gherardi in prima persona, su un palcoscenico nazionale. Non solo perché la Bassa diventa a lungo sede permanente di una quantità di troupe televisive e lui viene spesso chiamato a misurarsi con le telecamere, ma perché per raccogliere fondi e solidarietà Gherardi comincia a girare l’Italia in un tour che quasi sempre si conclude la sera stessa col rientro alla base, perché il territorio ha bisogno sì di qualcuno che si occupi di raccogliere solidarietà tangibile, ma anche di istituzioni che stiano sul campo, costringendo il nostro a sdoppiarsi, letteralmente.

Stacanovismo indubbiamente faticoso, da scoppiare, ma che di fatto permette alla giovane promessa della bassa di cominciare a brillare di luce propria, senza bisogno di alcun padrino politico, altrimenti imprescindibile. A novembre di quell’anno, infatti, come già ricordato, arriva la proposta di tentare la calata su Roma in vista delle imminenti elezioni. Una spinta che arriva dal basso, non dai vertici, a parte l’immancabile sostegno incassato da Palma Costi. Il ragazzo è pronto per il grande salto.

Dal bello al vero

Sindaco e vicesindaco di Camposanto
Sindaco e vicesindaco di Camposanto

Solo che, sempre a causa del terremoto, è cambiato anche qualcos’altro. Le bloccatissime graduatorie scolastiche si aprono improvvisamente: nessun supplente, a meno che non sia della zona, vuole andare a insegnare nelle scuole del cratere sismico. E così per Gherardi arriva la chiamata per un incarico annuale, a Finale. E’ l’evento che precede e condiziona la scelta con cui avevamo iniziato questo racconto. Tra due amori, non è che Gherardi scelga chiaramente a quale rinunciare, ma certo stabilisce delle gerarchie che, probabilmente, segneranno per sempre il suo percorso. Comincia comunque da lì la progressiva ritirata nelle retrovie della (quasi) ex promessa della politica locale. Del tutto indipendentemente dalla sua scelta finale – e anche se lui non lo ammetterebbe mai – il silenzio del partito in quel momento topico della sua vita deve avere in qualche modo inciso sulla rottura dell’idillio col Pd.

Rottura che si consuma in maniera radicale con le bocciature di Marini e Prodi grazie alla “giravolta dei 101”, i dem che impallinano prima l’uno poi l’altro alle elezioni per la presidenza della Repubblica. Gherardi la prende male: “E’ un passaggio che non dimentico, anche perché i 101, o presunti tali, sono ancora lì. Se prima non avevo alcun dubbio a mettere la mia faccia a fianco di quel simbolo, cosa che ho sempre fatto, da lì in poi le cose per me sono cambiate. Prima mi sentivo parte di un sistema, una famiglia a dire il vero, al quale ho cercato di dare tutto. Poi, come diceva Leopardi, ho vissuto il passaggio dal bello al vero, quando ti rendi conto che le persone in gamba all’interno di quella famiglia – che pure ci sono! – non sono la maggioranza. Per me, quell’episodio è stata una nuova scossa, mi sono sentito riterremotato”.

Quando finisce un amore

“Adesso sono un po’ rompiballe – dice – il partito non mi interessa più e non partecipo più a niente. Non ho rinnovato la tessera negli ultimi due anni anche se lo dico con grande tristezza e non rinnego niente. Credo ancora che con le idee si possa ribaltare il mondo, ma non con quelle sparate in un tweet. Renzi non mi piaceva prima e men che meno mi piace adesso, dopo oltre un anno da segretario e presidente del consiglio. Ho sostenuto Civati per la segreteria, ma ora sono deluso anche da lui”.

Difficile pensare che delusione e scoramento siano un problema esclusivo di Gherardi Luca, visto l’andamento delle ultime elezioni regionali con Bonaccini eletto da meno del 40% degli aventi diritto. In Emilia-Romagna! “Subito dopo le elezioni si parlava della necessità imprescindibile di un cambiamento vero di registro, di rinnovamento, di fasciaripensamento. Tutti discorsi che oggi, a pochi mesi di distanza, non fa più nessuno” commenta amaro Luca. Che aggiunge: “Il massimo livello di analisi che sento in giro è che ‘c’è un problema di feeling con la cittadinanza’. Di feeling?!?! Ma di cosa stiamo parlando? Qui c’è una questione grande come una casa di rappresentanza, del suo senso e del suo valore. Altro che feeling! Come mai, mi chiedo da provinciale quale sono, nei piccoli comuni il sindaco è ancora il Sindaco e appena aumenti le dimensioni agli occhi dell’opinione pubblica il politico diventa un perditempo quando non un criminale?

La verità è che più aumentano le distanze e più il politico dovrebbe essere in grado di accorciarle rispetto al territorio. E invece accade l’esatto contrario. I risultati poi si vedono al momento del voto, l’unico momento in cui le persone possono davvero esprimere come la pensano, anche non votando, appunto. Sai quanto materiale ho mandato quando per il progetto renziano sulla ‘buona scuola’ veniva richiesta un’apparente contribuzione? Qualcuno che abbia mai preso minimamente in considerazione i miei contributi così come quelli di altri? Ne dubito. Si blatera continuamente di ‘cambiare verso’, ma io di voglia di cambiare non ne vedo nel Pd. E nemmeno ho capito cosa vogliono cambiare. Cosa vogliono fare del Pd? Un comitato elettorale all’americana guidato da un uomo solo al comando? A me gli ‘uni‘ non interessano, né nella sconfitta né nella vittoria”.

Smisurata preghiera

starNiente da fare, sul carro renziano, Gherardi – che pure è complicato ridurre a un esponente della vecchia guardia, Ds o Margherita che sia, bersaniana, dalemiana, rutelliana o lettiana che sia – non ci vuole salire. Contrariamente a tanti altri critici della prima poi prontamente riconvertitisi al nuovo verbo, rispetto all’imperante neoconformismo lui continua a navigare, dice, “in direzione ostinata e contraria”.

Ancora convinto che la politica non debba esaurirsi negli squilli della fanfara mediatica: “Divento matto quando ci si ferma alla superficialità delle cose, allo spot, all’annuncino, io divento proprio matto. Quando si parla di cose serie, voglio che si approfondisca. I grandi temi della discussione politica richiedono tempo e capacità di analisi, non colpi ad effetto”.

Non sa forse Gherardi, o forse sì ma non lo dice, che in rampa di lancio ormai il suo nome è stato cancellato dal tabellino dei partenti. A voler correre nella sua direzione, quella che cantava De André in “Smisurata preghiera“, il massimo a cui aspirare è la sedia di sindaco di Camposanto. Tremila abitanti e neanche più una tv sul posto. Per tornare in pista, per garantirsi di essere inserito un giorno in una futura serie di articoli sulla “classe dirigente dei prossimi dieci o vent’anni”, il ragazzo deve ‘diventare grande’ e, possibilmente, conformarsi all’andazzo. E soprattutto rendersi conto che frasi come “non ho smesso di desiderare di cambiare il mondo, semplicemente penso che invece di farlo con la politica sia molto più fruttuoso tentare di provarci attraverso la scuola” superano di ben 31 caratteri i 140 consentiti in un tweet.

I precedenti articoli della serie:

Benedetta Brighenti, La Rossa che ha fatto piangere Mario Monti
Andrea Bortolamasi, un papa inglese per il Pd modenese

Immagine di copertina di Dante Farricella. Tutte le immagini dell’articolo sono tratte dalla pagina personale su Facebook di Luca Gherardi. 

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Giornalista e videomaker, ho realizzato diversi documentari, reportage e inchieste. Il mio blog personale: dalomb

2 COMMENTI

  1. Grazie dell’accurato testo. Mi dispiace per le sacrificate speranze del giovane Gherardi che spero possa ritrovare presto valide motivazioni per riprendere l’impegno pubblico.

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