Com’erano belle le nostre nonne

C’entrerà forse la crisi economica e quella convinzione che si porta dietro che la stagione delle vacche grasse (per tutti, non solo per qualcuno) non tornerà mai più. Forse la disillusione derivata dal fatto che venticinque anni dopo l’ingresso trionfale nel mondo post-ideologico nessuno pare più avere uno straccio di idea di futuro – giusta o sbagliata che sia –  che non sia sfangarsela alla bell’e meglio su quel treno in corsa verso una destinazione sconosciuta – anzi, senza alcuna destinazione – raccontata così bene in un bel film di fantascienza di un paio d’anni fa, Snowpiercer (da vedere). E ancora, forse, la stanchezza, in questo caso tutta nostrana, per un Paese che sembra non voler cambiare mai: per citare il famoso dialogo tra il professore universitario e il giovane Nicola Carati tratto da “La meglio gioventù” di Giordana, “un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire“. C’entrerà appunto tutto questo, e forse altro ancora, ma è innegabile che nell’aria giri nostalgia del Novecento. Insomma, di “come eravamo”. Magari non noi, ma i nostri genitori, o addirittura i nostri nonni.

Ho riflettuto sul fatto che potrebbe essere una sensazione del tutto personale. Ma poi no, primo perché se c’è uno che rifiuta la nostalgia (dal greco νόστος – ritorno – e άλγος -dolore, quindi : “dolore del ritorno”) come condizione primaria di uno spirito affetto da melanconia (per qualcosa che non c’è più), è il sottoscritto. Lo giuro. Secondo perché i segnali di un nuovo millennio segnato da un’estetica vintage, tutta novecentesca, sono diversi. A partire dal social attualmente di maggior successo tra giovani e giovanissimi: Instagram. Che coi suoi filtri e le sue cornici anni ’50 e ’60 (quelli del boom, un caso?), rende vecchi fin dalla nascita scatti realizzati appena un secondo fa, magari con l’ultimissimo smartphone supertecnologico lanciato sul mercato. Dai, bel paradosso, no?

Perché invecchiare, farne già “storia” un secondo dopo, qualcosa che dovrebbe catturare il presente e storicizzarlo nell’arco temporale minimo di, boh, dieci o vent’anni? Non faranno confusione le generazioni future quando dovranno datare una foto di una giovane mamma del 2015, visto che ieri era la loro festa, con una di questo bellissimo progetto, Savefamilyphotos, che proprio su Instagram – guarda il caso – raccoglie immagini del tempo che fu, vintage per davvero, delle nostre mamme e delle nostre nonne? Beh, non proprio nostre, il progetto è americano, ma ci arriveremo anche noi. Seppure un po’ in ritardo, come al solito.

Immagini oggettivamente fascinose accompagnate da brevi didascalie. Di nonne e nonni, zii e zie, mamme e papà. Ne sono arrivate a migliaia da tutto il mondo da persone che hanno aderito al progetto lanciato dalla fotografa Rachel Lacour Niesen, come racconta Il Post . Immagini come questa: “Mia nonna e le sue amiche in uno scatto del 1940, stupefacente ai miei occhi. Anche se sembra molto regale e contemporanea, loro erano semplici operaie”.

Una foto pubblicata da New Yorker Photo (@newyorkerphoto) in data:

 

O questa: “Recentemente ho fatto visita alla mia prozia e festeggiato con lei il suo ottantaseiesimo compleanno. Dall’anno scorso è affetta dal morbo di Alzheimer e ora vive in una residenza assistita insieme al marito con quale vive da oltre 60 anni”.

Una foto pubblicata da New Yorker Photo (@newyorkerphoto) in data:

Ma dai, davvero questa bella ragazza oggi ha quasi novant’anni? Dio, come passa il tempo. Maledetta nostalgia!

Oppure, a volergli dare un senso, a non fermarsi solo alle emozioni, queste immagini di belle ragazze che oggi non ci sono più, in un modo o nell’altro, così come allargando l’orizzonte a tutta l’imperante estetica vintage, questa malinconia novecentesca (perfino artificiale come negli scatti Instagram invecchiati anzitempo) si può cercare di virarla come ha fatto Lacour Niesen «vedevo facce piene di speranze e di sogni ben prima della mia esistenza. La mia storia è iniziata prima di me». Un po’ come tornare alle radici. Anche per finta. Perché banalmente, se facciamo una gran fatica a capire dove andiamo, almeno possiamo cercare di non dimenticare da dove veniamo.

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