Ci saranno attentati anche in Emilia-Romagna?

Ci saranno attentati anche in Emilia-Romagna?

Sconvolti da quanto successo a Parigi, anche in Italia, come in Francia, si stanno moltiplicando i falsi allarme, sintomo di una paura dilagante che il Terrore possa arrivare anche a casa nostra. Il terrorismo è appunto questo: svegliarsi la mattina e chiedersi se ci saranno attentati nella città dove si vive. O chiederlo a Google (che ama i titoli ottimizzati, SEO, come questo)

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Dai trend del popolare motore di ricerca di Mountain View è facile rilevare come il day after le stragi di Parigi, sia caratterizzato nel nostro Paese da ricerche sulla scia delle emozioni: in primo luogo, la paura che il terrore ci arrivi dritto in casa. E il linguaggio del terrore punta proprio a questo: a suscitare emozioni (incontrollate). “Isis Italia”, “Isis Roma”, sono le ricerche riguardanti il cosiddetto Stato Islamico fatte dagli utenti italiani su Google negli ultimi giorni. Ed è probabile che nelle prossime ore (i dati vengono aggiornati leggermente in differita) appariranno regioni precise e ricerche sempre più specifiche. La nostra paura si localizza. Siamo passati da “potrebbero colpire in Europa?” a “potrebbero colpire casa mia?”, come un’ombra nera che si avvicina sempre di più, fino a raggiungerci.

Dopotutto lo stesso Salvini, politico esperto nel cavalcare la paura e i momenti di tensione, aveva anticipato tutti (perfino l’Isis) quando, dopo l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo dello scorso gennaio 2015, aveva parlato di “milioni di persone pronte a sgozzare e a uccidere sui pianerottoli di casa nostra”. L’immagine dello sgozzatore nel pianerottolo era degna di una video-minaccia degli incappucciati dell’Isis.

Mentre ovunque si invocava la calma, quello di Salvini era il linguaggio del terrore spinto al massimo: gli attentatori non erano solo a Parigi, ma in Italia, addirittura nel nostro pianerottolo. Forse perfino nascosti dentro l’armadio. Ed erano milioni.

Dopo gli attentati a Parigi del 13 novembre 2015, Salvini e gli altri come lui hanno di nuovo cavalcato l’onda di paura: il nemico è alle porte, anzi: è già entrato ed è seduto in salotto ad aspettarci. C’è chi ha iniziato a vedere terroristi all’Auchan, com’è successo a Mestre, dove una signora, convinta di aver visto uno degli attentatori di Parigi nel centro commerciale, ha allarmato le guardie. Il presunto terrorista ha tentato la fuga, ma sl posto sono intervenuti i militari con armi in pugno e giubbotti antiproiettile e l’hanno fermato. Si trattava di un ucraino di 30 anni che scappava perché non in possesso dei documenti e con qualche precedente penale.

Secondo alcuni sondaggi, il 46% degli italiani ha paura che attentati come quelli parigini possano verificarsi anche in Italia. Prima degli attentati erano il 38%, e prima ancora il 33%. E’ ipotizzabile che aumenteranno ulteriormente, soprattutto con l’avvicinarsi dell’8 dicembre, data di inizio del Giubileo a Roma. Il ministro degli Interni Alfano ha dichiarato che “Roma è esposta come Parigi” e l’Fbi ha indicato come possibili obiettivi San Pietro, Il Duomo e la Scala a Milano. Ma si è parlato anche di Torino e Napoli. Oggi Repubblica pubblica un sondaggio secondo il quale un italiano su due sarebbe disposto a cambiare stile di vita rinunciando ad alcuni diritti in cambio di maggior sicurezza. 

Il titolo di Libero il giorno dopo gli attentati di Parigi è stato oggetto di grandi polemiche
Il titolo di Libero il giorno dopo gli attentati di Parigi è stato oggetto di grandi polemiche

E l’Emilia-Romagna? Rischia di essere colpita dall’Isis sì o no?

La verità è che non possiamo saperlo, visto che l’imprevedibilità è una delle caratteristiche di questa ultima ondata di attacchi terroristici. Ma proprio il fatto che ci facciamo questa domanda è indicativo di come il terrorismo dell’Isis risulti più efficace che mai. Perché a Modena, a Carpi, a Mirandola dovrei preoccuparmi di qualcosa che fino all’altro giorno non immaginavo nemmeno? Perché i recenti attentati hanno mostrato che è possibile colpire ovunque. Anche se è chiaro che colpire Parigi non è la stessa cosa che colpire Mirandola, eppure… L’imprevedibilità del fenomeno, la comprensibile paura per tanto orrore relativamente vicino e l’emotività con il quale viviamo tutto questo, finisce per raggiungere lo scopo del terrorismo: terrorizzarci.

L’Emilia-Romagna poi è tornata nel mirino (dei giornalisti e di noi lettori, non dei terroristi) quando, in queste ore, sono stati ripresi i dati dell’“Italian Terrorism Infiltration Index 2015“, dove la nostra regione risulta la terza tra quelle più a rischio di infiltrazioni terroristiche.

Il nome – “Italian Terrorism Infiltration Index 2015” – lo fa sembrare molto autorevole e molto ufficiale, e non abbiamo motivo di mettere in dubbio la metodologia dell’indagine, ma per correttezza ricordiamo che si tratta di un’elaborazione di istituto privato di ricerca nel campo economico e sociale – Demoskopika – basata su dati pubblici. Non parliamo insomma di informazioni di intelligence o di analisi basate su ipotesi concrete. Va precisato inoltre che l’indagine di Demoskopika è stata pubblicata prima degli attentati di Parigi, il 30 ottobre.

L’indagine è basata su tre criteri: “le intercettazioni autorizzate, gli attentati avvenuti in territorio italiano e gli stranieri residenti in Italia provenienti dai primi cinque paesi considerati la top five del terrore dall’Institute for Economics and Peace (lep) nello studio Global Terrorism Index 2014”, come spiega lo stesso istituto.

In base a questi criteri è stata stilata una classifica delle regioni più a rischio di infiltrazione terroristica (dunque non per forza di attentati): al primo posto c’è la Lombardia, al secondo il Lazio e al terzo l’Emilia-Romagna. Il sud è considerato meno a rischio e il Molise è considerata la regione “più sicura”, forse semplicemente perché è la seconda regione italiana con meno abitanti.

Il dato che ha fatto salire l’Emilia-Romagna al terzo posto di questa classifica è probabilmente quello relativo al radicamento, ovvero l’alto numero di stranieri residenti in Italia provenienti dai paesi considerati a rischio infiltrazioni terroristiche. In Emilia-Romagna sono presenti, secondo i dati riportati da Demoskopika, 20.638 iracheni, 11.674 nigeriani e 338 siriani (i numeri si riferiscono al 2014). Maggiori informazioni sull’indagine in questa pagina.

Le prime pagine di due tra i più importanti quotidiani italiani sono un'accoppiata perfetta: "Psicosi Isis" + "L'Europa si blinda".
Le prime pagine di due tra i più importanti quotidiani italiani sono un’accoppiata perfetta: “Psicosi Isis” + “L’Europa si blinda”.

Come i giornali raccontano il Terrore?

Come se non bastasse, a contribuire all’amplificazione e alla diffusione del terrore, c’è il modo in cui lo stesso terrore viene raccontato dalla stampa nostrana. In questi giorni più o meno tutti siamo vittime di quello che si chiama sovraccarico cognitivo: sono talmente tante le informazioni che i media trasmettono sui fatti di Parigi e sul terrorismo, che è difficile fare selezione e farsi un’idea lucida della situazione.

In Italia in particolare i giornali hanno da subito scelto una linea di copertura totale con un’informazione nella maggior parte dei casi superficiale, emozionale, in cui l’importante non era il come dare le notizie ma quante notizie dare. Le redazioni si sono trasformate in fornaci dove buttare dentro tutto il possibile, senza farsi troppe domande, tra bufale, tutte le gallerie fotografiche possibili o articoli non importanti ma in cui appaiono comunque le parole “Isis” o “Parigi”.

Non è cinismo, ma un dato di fatto: parlare di attentati terroristici in questo momento tira, cioè paga in termini di visite. Così come tira anche un titolo come quello dell’articolo che state leggendo (scelto volutamente, per rivelare a questo punto, il “trucco” che c’è dietro). Analizzate, ad esempio, questo del Post: “Cosa fare in caso di attacco terroristico“. Sembra rimandare innocentemente a un articolo “di servizio”. In realtà si tratta di un titolo (e del relativo articolo) ottimizzato per possibili ricerche su Google in modo da far guadagnare al pezzo le primissime posizioni sul motore di Mountain View in base ai trend – le tendenze di ricerca – del momento. Un po’ come accade per le famose guide del tuttologo informatico Salvatore Aranzulla, sempre bravissimo a posizionare i propri post sulla prima pagina di Google per un’infinità di chiavi di ricerca in ambito informatico. Il meccanismo è identico. Il risultato pure: aumentare gli accessi alle proprie pagine. Nel caso del terrorismo però, simili articoli “di servizio” – ottimizzati o meno per Google – hanno un impatto enorme sulla psicologia collettiva. Aumentano la paura e fomentano meccanismi di ansia anticipatoria. 

Ma allora qual è l’alternativa? Non parlarne? Parlarne meno? Minimizzare? No.

Però è evidente che ci sono diversi modi di informare nei momenti in cui l’emozione prende il sopravvento: uno di questi ad esempio è non lasciare che succeda. Basta guardare come esempio la prima pagina di Repubblica.it e quella del Guardian del 19 novembre: la prima è occupata quasi completamente da notizie sul terrorismo, quella del quotidiano inglese solo nella parte superiore, sotto c’è il resto del mondo, le altre notizie.

La prima ci dà un’idea di un mondo dove in questo momento c’è solo l’Isis, solo attentati e non c’è spazio per altro. E’ un’informazione rumorosa, che informa per sovraccarico: ci spara raffiche di notizie – non sempre vere peraltro – che puntano soprattutto alle emozioni. I caratteri dei titoli diventano più grandi, la pagina sembra venire fuori dallo schermo. Non c’è aria, ci sentiamo soffocare. Siamo vinti dalla paura.

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Fonte immagine di copertina: Indagine Demoskopika.

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