Che facevamo, la rivoluzione a Reggio Emilia?

Nell’agosto di 45 anni fa, ad appena una cinquantina di chilometri da Modena, nell’Appenino reggiano, nascevano le Brigate Rosse, il gruppo terroristico più longevo di tutta Europa. In quell’agosto del 1970, per un’intera settimana, poco meno di un centinaio di aspiranti rivoluzionari provenienti principalmente dal nord Italia – Milano, Torino, Trento, ma anche Roma, e naturalmente Reggio Emilia – si ritrovarono a discutere in quello che entrato nella storia come il “Convegno di Pecorile”, frazione di Vezzano sul Crostolo, nel reggiano. In realtà, quel raduno non si tenne affatto a Pecorile, ma nove chilometri più in su, a Costaferrata, frazione di Casina, in un grande salone esterno, coperto – all’epoca usato anche come pista da ballo – della trattoria “da Gianni” che ancora oggi garantisce una “ottima cucina emiliana”, come riportato nei vari commenti degli utenti su Tripadvisor.

Il ristorante da Gianni a Costaferrata di Casina (RE).
Il ristorante da Gianni a Costaferrata di Casina (RE)

A individuare in quel posto la sede giusta per l’incontro, è il futuro brigatista Tonino Loris Paroli, nato proprio a Casina e membro a partire dalla fine degli anni ’60 del cosiddetto «Collettivo politico operai-studenti» in via Emilia, a Reggio, meglio conosciuto come “l’appartamento”, luogo in cui si riuniva la variegata galassia del movimentismo più radicale dell’epoca. Del gruppo, insieme a Paroli, fanno parte alcuni dei protagonisti negli anni ’70 della lotta armata: Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Roberto Ognibene, Fabrizio Pelli, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli. Come ha spiegato Ognibene, in quell’appartamento, un po’ ci vivono un po’ si riuniscono in riunioni fiume, “maoisti, anarchici, comunisti, socialisti, anche i cattolici del gruppo One Way (da cui proveniva lo stesso Ognibene). Tutti i giovani di Reggio che fossero impegnati in attività sociali o politiche hanno visto nell’appartamento un punto di riferimento perché era qualcosa di diverso rispetto alla realtà che ti proponeva la città e soprattutto perché effettivamente lì si potevano fare dei discorsi, tipo la rivoluzione, che da altre parti erano banditi, ormai”.

A Gianni e alla moglie, titolari della trattoria, Paroli spiega che l’incontro altro non è che un imprecisato “Seminario di studenti”. Da Milano, arrivano a Costaferrata i principali esponenti del “Collettivo Politico Metropolitano” (CPM), Renato Curcio, Magherita “Mara” Cagol e Corrado Simioni, tutti formatisi nel “cattolicesimo del dissenso” ma ormai decisamente passati oltre. Il Collettivo, fondato l’8 settembre del 1969, teorizza lo scontro aperto con lo Stato in un documento intitolato “Lotta rivoluzionaria nella metropoli”. Una posizione acuita dopo la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

Renato Curcio e Margherita "Mara" Cagol
Renato Curcio e Margherita “Mara” Cagol

“Il nostro rapporto con loro si saldò perché avevamo lo stesso obiettivo: la lotta armata, la rivoluzione, la clandestinità” racconta Alberto Franceschini nel libro-intervista con il giornalista Giovanni Fasanella “Cosa sono le Br”. Sempre secondo Franceschini, fu Simioni a chiedere esplicitamente che il convegno si tenesse nell’Appennino reggiano: “Lì siete forti, ci disse, controllate tutto, è un posto di provincia, tranquillo”.

“Quell’estate era calda – ha raccontato Paroli a Vincenzo Tessandori della Stampa in un articolo del 1991 – i compagni si erano sistemati in molte case del paese. Di quelle riunioni vennero avvertiti anche i carabinieri, il maresciallo si informò se disturbavamo poi non si occupò più della faccenda. Mah! E pensare che fra loro c’erano tutti quelli di cui si sarebbe parlato per anni. In ogni modo, ragazzi seri, anche troppo, a volte stavano tutti insieme a volte si dividevano per gruppetti, a volte si dividevano per boschi e campi”. Talvolta le discussioni sembravano risse, “ma quando parlava Curcio piombava il silenzio”. Le relazioni infatti – racconta Prospero Gallinari nel suo “Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate Rosse” – “sono tenute da Renato Curcio e Corrado Simioni, sicuramente i compagni più rappresentativi dell’esperienza del CPM”.

“Lo scontro nelle fabbriche – prosegue Gallinari – ha espresso esigenze politiche che vanno ben oltre la questione del salario. La risposta del capitale, iniziata con i licenziamenti e le ristrutturazioni, è proseguita con le denunce e gli arresti, e culminata nelle bombe di piazza Fontana”. “Come stare e restare nei movimenti di massa? Come interpretare la reazione capitalistica all’autunno caldo operaio?” si chiede l’irriducibile Gallinari (contrariamente a tanti altri, il futuro autore materiale dell’assassinio di Aldo Moro, non si dissocerà mai dalla scelta della lotta armata, nemmeno dopo i tanti anni di carcere, dal 1979 fino la sospensione della pena nel 1996 per motivi di salute, fino alla morte del gennaio 2013).

Il corpo di Aldo Moro ritrovato in via Caetani a Roma
Il corpo di Aldo Moro ritrovato in via Caetani a Roma

“La risposta di Costaferrata (in realtà lanciata in primo luogo da Renato Curcio) è netta” – scrive nel suo libro Gallinari – “gli anni di lotte autonome non sono passati invano, noi oggi sappiamo che incontro al padrone armato non si va disarmati. Noi oggi siamo forti, ma siamo ancora disarmati, siamo senza organizzazione rivoluzionaria. Costruire l’organizzazione capace di dirigere non la lotta rivendicativa, ma lo scontro politico con il potere dei padroni, è oggi il primo compito dell’autonomia proletaria”. In estrema sintesi, racconta Franceschini, “è venuto il momento di decidere il passaggio alla clandestinità e di organizzarlo concretamente”. La decisione è ormai presa. Non è in quei giorni che viene deciso il nome del futuro “esercito rivoluzionario”, Brigate rosse, ma le basi per il passo successivo sono gettate.

A Costaferrata, è sempre Franceschini la fonte, si decide di “sciogliere il Cpm e di fondare Sinistra proletaria, sotto la cui sigla saremmo confluiti tutti. Sp non era un’organizzazione vera e propria, ma un giornale che doveva rappresentare la facciata legale della nostra rete clandestina”. Le future Br. Che prima di essere fondate però, vedono consumarsi la rottura tra Simioni e Curcio. Subito dopo il “convegno” in Appennino emergono due posizioni contrapposte: una concentrata sulla costituzione di strutture clandestine tout court impegnate nel conflitto armato, il cosiddetto Superclan (abbreviazione di “superclandestini”) guidato da Simioni, e una al contrario, diretta da Curcio, Franceschini e la Cagol “intenzionata a radicare la lotta armata all’interno delle fabbriche per inserirsi nella realtà concreta dei contrasti di classe, costituendo strutture organizzative semiclandestine meno rigide”.

Subito dopo Costaferrata, Franceschini si trasferirà a Milano dove insieme a Curcio e Cagol darà vita alle Brigate Rosse vere e proprie. “Il nostro rapporto con Milano – ha raccontato in un documentario del 2008, “Il sol dell’avvenire” di Gianfranco Pannone e Giovanni Fasanella che all’epoca provocò molte polemiche per un lavoro finanziato con soldi pubblici che dava voce a (ormai) ex terroristi come Franceschini, Ognibene e Paroli – condizionò anche il nostro modo di ragionare. Noi da gruppo reggiano con delle forti radici locali, allo stesso tempo ci rendevamo conto che Reggio era troppo piccola. Che facevi, la rivoluzione a Reggio Emilia?”.

La prima azione BR che ha come obiettivo una persona avviene a Milano il 3 marzo 1972, con il rapimento per poche ore dell'ingegner Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens. La mano che impugna la Luger appoggiata contro la guancia di Macchiarini e di Alberto Franceschini. Quella pistola, ha raccontato l'ex Br, gli fu regalata da tal Attolini, primo segretario della sezione PCI di Santa Croce, a Reggio Emilia: “Un giorno ti potranno essere utili”. "in quel momento, ricorda Franceschini ricordando il sequestro - mi auguravo che il vecchio Attolini le vedesse quella foto".
La prima azione BR che ha come obiettivo una persona avviene a Milano il 3 marzo 1972, con il rapimento per poche ore dell’ingegner Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens. La mano che impugna la Luger appoggiata contro la guancia di Macchiarini è di Alberto Franceschini. Quella pistola, ha raccontato l’ex Br, gli fu regalata da tal Attolini, primo segretario della sezione del PCI della frazione di Santa Croce, a Reggio Emilia: “Un giorno ti potrà essere utile”. “In quel momento – ricorda Franceschini – mi auguravo che il vecchio Attolini vedesse quella foto”.

Il nome fu scelto da Cagol, Curcio e lo stesso Franceschini, “perché – ha spiegato quest’ultimo – così si chiamavano le formazioni partigiane comuniste, le Brigate Garibaldi: quel nome evocava un legame con la Resistenza. L’aggettivo lo aggiungemmo dopo una lunga discussione tra chi preferiva «rosse» e chi invece voleva «comuniste». L’aggettivo «comuniste» ci avrebbe caratterizzati troppo da un punto di vista ideologico. E alla fine scegliemmo «rosse» perché ci sembrava un marchio più popolare”.

Il simbolo della stella a cinque punte perché “era nel simbolo delle Brigate Garibaldi e dell’Armata rossa. Compariva anche nella bandiera dei Vietcong. E soprattutto era nel simbolo dei Tupamaros, il movimento guerrigliero uruguaiano, il nostro punto di riferimento più importante: un cerchio con dentro la stella a cinque punte e la scritta «Mnt», Movimento nazionale tupamaros. Semplicemente, sostituimmo la dicitura «Mnt» con «Brigate rosse». Ragionammo proprio in termini di marketing comunicativo: come costruire un marchio con un messaggio immediatamente comprensibile”.

La stella a cinque punte, simbolo delle Brigate Rosse
La stella a cinque punte, simbolo delle Brigate Rosse

L’apice dell’epopea criminale delle Brigate Rosse è considerato l’assassinio di Aldo Moro, ma si stima che dal 1974 al 2003 le vittime complessive dell’organizzazione eversiva nata nell’Appennino reggiano siano state tra le 84 e le 86: agenti della Polizia e Carabinieri, dirigenti d’industria, magistrati, giornalisti, sindacalisti, pentiti e uomini politici.

Impressionanti le parole che Tonino Paroli, oggi pittore, pronuncia nel documentario di Pannone e che la dice lunga sui contorsionismi necessari a lui, come a tanti altri suoi ex compagni (Mario Moretti che, intervistato da Sergio Zavoli nel programma “La notte della Repubblica”, rispetto al delitto Moro dichiara: “io non ucciderei mai una persona”. Ciò che veniva eliminato, secondo Moretti, non era l’uomo, ma “la funzione che rappresentava”) per giustificare il proprio passato di violenza: “So bene quante cose vanno superate, vanno criticate, ma noi non siamo mai stati terroristi, se noi avessimo praticato il terrorismo avremmo paralizzato l’Italia. Perché fare i terroristi significava far saltare dei ponti; tirar le forze dell’ordine in tranelli che era facilissimo, che non lo abbiamo mai fatto, un tranello ben organizzato e poi li accoppavi tutti; usar bombe; non abbiamo mai usato l’arma bianca perché la ritenevamo fascista. Noi non siamo mai stati terroristi, io questa etichetta non l’accetto. Il terrorismo era il terrorismo di Piazza Fontana. Io ho fatto lotta armata, è stato commesso il delitto politico, abbiamo fatto delle grandi cazzate soprattutto in carcere quando ammazzavamo i pentiti. Noi abbiamo commesso anche dei delitti in carcere rispetto queste persone che han parlato. Quando uno di Prima Linea ha parlato dopo essere stato torturato, è stato strangolato dai compagni. Questi sono errori, vedi tu se vieni torturato come reagiresti, ci voleva un po’ di remissione. Ha detto «cercate di fare in fretta, di farmi il meno male possibile»” (si riferisce al caso di Giorgio Soldati). E’ un momento in cui Paroli si abbandona alle lacrime, assalito dal rimorso, se non per tutte le vittime delle Br, almeno per la morte violenta di un ex compagno.

Alberto Franceschini (a sinistra con gli occhiali) insieme a Paolo Rozzi, membro del "gruppo dell'appartamento" che non scelse mai la strada dell'eversione rimanendo nel PCI, in un momento del documentario di Pannone
Alberto “Franz” Franceschini (a sinistra con gli occhiali), insieme a Paolo “Poldo” Rozzi, membro del “gruppo dell’appartamento” che non scelse mai la strada dell’eversione rimanendo nel PCI, in un momento del documentario di Pannone

Un po’ poco per un’epopea tragica come quella che, sempre nel documentario, così sintetizza Franceschini: “Per me, nei primi anni 70 l’esperienza Br doveva servire a far esplodere le contraddizioni all’interno del PCI. Nessuno di noi pensava che dieci scimuniti come eravamo noi potesse fare la rivoluzione e prendere il potere”.
E Paroli: “Per fortuna che non abbiamo preso il potere…”
Franz: “Si per fortuna, perché se no a noi allora Pol Pot ci faceva un baffo. Il vero Pol Pot impallidiva”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *