Buona scuola? C’è chi dice no

Buona scuola? C’è chi dice no

E chi invece si dichiara entusiasta della riforma - o almeno di alcuni suoi elementi essenziali - come il Rapporto di autovalutazione (RAV) che le scuole italiane dovranno compilare entro quest'anno. E mentre a Bologna si tiene un incontro nazionale di mobilitazione contro la riforma, a Modena abbiamo intervistato la docente referente del progetto RAV per l'Istituto Tecnico Corni, pienamente soddisfatta dell'esperienza. Cominciamo da qui, dall'ascolto delle varie voci, per cercare di capire un po' meglio come cambierà la scuola.

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Students getting on school bus

Hanno invitato gli insegnanti a presentarsi con la fascetta del lutto al braccio o con un bavaglio sulla bocca il primo giorno di scuola, in Emilia Romagna martedì 15 settembre, come segno di mancata sottomissione alla Riforma della scuola pubblica voluta dal governo Renzi. Sono stati circa 350 – tra comitati e sindacati di settore, gruppi operanti nell’ambito della scuola, associazioni di studenti e rappresentanti politici (Sel, Movimento Cinque Stelle, Altra Europa con Tsipras) – i partecipanti all’Incontro nazionale di mobilitazione della Scuola, tenutosi a Bologna il 6 settembre scorso, per dibattere e deliberare proposte di lotta contro la Legge 107, la cosiddetta “buona scuola”. Dopo una raccolta firme, prevista per il 2016, sarà avviata l’elaborazione di quesiti referendari contro la riforma con l’ausilio di noti costituzionalisti come il prof Massimo Villone dell’Università Federico II di Napoli. Nel frattempo, l’auspicio con cui si lasciano i partecipanti è quello di rendere l’aria incandescente con una microconflittualità diffusa in tutte le scuole.

Un momento dell'incontro bolognese
Un momento dell’incontro bolognese

Tra i principali obiettivi di contestazione, la cosiddetta autonomia scolastica che – secondo i promotori dell’incontro – maschera la privatizzazione e lo smantellamento della scuola pubblica. Sotto accusa anche i meccanismi di valutazione, conditi da premi e bonus, interpretati come strumento di gerarchizzazione e clientelismo, atto a far scomparire tutto ciò che non risulti “misurabile” dalla relazione scolastica, che “com’è noto a tutti, è uno scambio di umanità, prima di tutto, e poi di sapere aperto alle domande e alla critica. Se il fine della valutazione si prospetta, dunque, meramente economico, ad essere stimolata è unicamente la competizione piuttosto che la cooperazione per il miglioramento dell’istituzione scolastica”.

Prima espressione della misurabilità della scuola è il RAV, Rapporto di Autovalutazione, che le scuole italiane dovranno compilare entro quest’anno, in quanto primo tassello di un procedimento di valutazione a livello nazionale (SNL: Sistema Nazionale di Valutazione) che prevede – secondo le indicazioni del ministero, il MIUR – una successiva valutazione esterna e una ritaratura degli obiettivi per il miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza della singola scuola, per giungere, infine, ad una rendicontazione sociale. Soggetti protagonisti per lo svolgimento del processo di valutazione risultano essere, secondo il DPR 28 marzo 2013, n. 80, oltre al Miur, INVALSI (Istituto Nazionale di Valutazione del Sistema di Istruzione), oggetto da lungo tempo di feroci polemiche e contestazioni sia per le prove standard in forma di test, ormai obbligatorie, volte a rilevare il valore degli studenti di scuole campione a livello nazionale, sia per il potere sempre maggiore che sembra aver assunto questo ente, sponsorizzato – tra gli altri – dall’associazione TreLLLe, sostenuta principalmente dalla Compagnia di San Paolo di Torino, una delle maggiori fondazioni private d’Europa; INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione Innovazione e Ricerca Educativa) e un contingente con funzione tecnico-ispettiva.

photo credit: Going Up via photopin (license)
photo credit: Going Up via photopin (license)

Quando la valutazione sarà allargata ai docenti, si parlerà di un vero e proprio Comitato di valutazione, che il Collegio dei docenti e il Consiglio di Istituto saranno tenuti ad eleggere e la cui composizione suscita non poche perplessità, sempre nell’ottica della distribuzione degli eventuali premi economici legati ad un merito soggettivamente individuato, altrimenti detti “criteri per la valorizzazione dei docenti”.

Per testare sul campo questo primo momento del percorso di valutazione nazionale e per constatare come nella scuola pubblica non esista una sola voce, ma una molteplicità di posizioni e di esperienze, ci siamo rivolti alla professoressa Patrizia Pugliese, docente referente del progetto RAV per l’Istituto Tecnico “Fermo Corni” di Modena, entusiasta dell’esperienza appena svolta.

In cosa consiste il RAV e qual è il suo scopo?
Il rapporto di autovalutazione è un progetto importante che si pone come scopo la capacità delle scuole, di ogni ordine e grado, di valutare le proprie prestazioni, realizzando a pieno l’idea dell’autonomia. È costituito da sezioni. C’è una visione generale anagrafica in cui la scuola dichiara il numero di alunni, le biblioteche, le palestre: una sorta di carta d’identità. Poi ci sono aree che puntano a descrivere la situazione della scuola nell’ambito dell’apprendimento, quindi a verificare il raggiungimento degli obiettivi previsti dall’offerta formativa e altri aspetti che riguardano il livello di relazione che l’Istituto ha con il territorio. Si può parlare di una “cartella clinica” della scuola elaborata dagli stessi docenti. L’idea di fondo è che le scuole giungano ad un livello di autonomia tale, per cui diventino in grado di valutare la propria pluralità di competenze, i punti di criticità, ma anche i punti di positività se non di eccellenza. L’autovalutazione è, infatti, una competenza di livello estremamente elevato che si cerca di trasmettere anche agli studenti, quindi è ancora più importante intraprenderla a livello di istituzione.

photo credit: Tube via photopin (license)
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Lei è il docente referente di progetto. Come è avvenuta la scelta del nucleo di valutazione?
Io sono uno dei due docenti referenti scelti all’inizio, poi se ne sono aggiunti altri due. Nel mio caso, dopo aver letto la circolare, sono rimasta colpita e ho proposto la mia candidatura. Mi sono, insomma, autocandidata. Non sono a conoscenza di come sia stato scelto il secondo, mentre gli altri due assolutamente dietro nostra richiesta. Abbiamo fatto presente alla preside l’importanza di queste persone già competenti in determinate aree del RAV, in quanto figure esperte di attività svolte dalla scuola, come l’antidispersione scolastica, la prevenzione del disagio, l’integrazione alunni stranieri. Abbiamo lavorato in quattro ed è stato un lavoro di team molto interessante.

Come si è svolta la formazione e come continuerà quest’anno?
La formazione, teorica e pratica, è stata curata dall’Ufficio scolastico provinciale per mezzo di una serie di ispettori, ognuno dei quali si è occupato di una parte del RAV. Il processo è triennale, questo è stato l’anno in cui le scuole hanno imparato a capire gli strumenti, il secondo anno dovrebbe vedere un’implementazione con l’ausilio di ispezioni esterne.

Come si compila il RAV?
Ci sono forti vincoli nella compilazione. Non si possono superare un certo numero di lettere e di spazi. Sono richieste precisione, sintesi, competenze linguistiche capaci di restituire un’immagine più veritiera possibile tra paletti delimitati. Per esempio, ci sono delle risposte guida con solo una rosa ristretta di aggettivi tra cui scegliere abilmente quello che maggiormente ti somiglia. Senza una griglia di questo genere, si potrebbe andare a mascherare anche solo col linguaggio, così invece ci si avvicina a una “certa” oggettività.

photo credit: And pull! via photopin (license)
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Cosa è emerso nel corso della riflessione sulla sua scuola? Cosa c’è da migliorare?
L’istituto Corni si distingue nell’area della progettualità che è ricchissima, ma c’è assoluto bisogno di lavorare per frenare la dispersione scolastica, per esempio, una criticità concentrata, come tutti sanno, sul biennio. Le ipotesi di miglioramento vertono sia sul versante del curricolo che sulle capacità relazionali dei docenti e sul lavoro in team.

Questo impegno è stato retribuito?
Sì, è già stato retribuito grazie a fondi appositamente destinati.

Il RAV sarà pubblico e attendibile?
In un’ottica di trasparenza, i risultati saranno caricati on line sul portale “Scuola in chiaro” a disposizione degli utenti. La scuola è patrimonio degli studenti e del territorio e deve essere giustamente sotto gli occhi di tutti, per permettere anche ai genitori di scegliere con una maggiore consapevolezza. Lo strumento è fatto bene, il percorso è tracciato, non si possono raccontare cose false. Basti pensare che una grossa fetta di valutazione sono i risultati delle prove INVALSI. Io sono molto curiosa di vedere i risultati delle scuole perché, per la prima volta, saranno loro a parlare. Il RAV può essere un utile strumento di confronto tra le scuole, così da spingere a imparare dalle “migliori”.

Cosa auspica per il futuro?
La condivisione. Far diventare le nuove competenze un patrimonio comune. Sono sicura che gli insegnanti avranno lavorato molto bene, meglio di quanto ci si aspetterebbe, perché nella scuola italiana ci sono molti insegnanti bravi. Ecco perché non ritengo ci sia alcun problema nella valutazione dei docenti. Io credo che di tutto quello che fanno molti docenti si sappia veramente poco. L’unica cosa negativa è che non siano ancora stati resi pubblici i risultati del RAV e che, nel primo Collegio dei docenti, non se ne sia parlato. Spero, pertanto, che se ne parli nel secondo perché l’utilità sta proprio nel parlarne all’interno dell’Istituto. Io mi aspetto che il RAV debba essere assolutamente condiviso.

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Penso, insegno, scrivo, vivo. Non sempre nell’ordine.

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