Babbo Natale Girls: quando tradurre è dire qualcosa di completamente diverso

Qualche giorno fa il Redattore Sociale riportava la dichiarazione di Silvana Sergi, direttrice del carcere romano di Regina Coeli, a proposito delle difficoltà di comunicazione con i detenuti stranieri: “Per poter allentare le tensioni negli istituti quando i detenuti entrano ed escono e non abbiamo l’aiuto prezioso dei mediatori usiamo il traduttore di Google”.

Il problema, oltre alla mancanza di mediatori culturali (e all’abbondanza di detenuti) è che la terminologia utilizzata per comunicare in questi contesti è molto complessa. E un detenuto straniero magari presente da poco in Italia si sente doppiamente spaesato: ti trovi in carcere, sei in mano allo Stato, alla burocrazia, cose che fanno sentire alieni anche gli italiani, e in più non capisci una parola di quello che dicono.

Già la parola “terminologia” è una parola complessa. E perfino “complessa” è una parola complessa. Sarebbe meglio dire “difficile”. Provate a dire a una persona che parla l’italiano da poco che una cosa è “complessa”. Provateci.

Ma a Regina Coeli si sono adattati e, quando non ci sono i mediatori culturali, usano Google. Che, almeno per le cose più semplici, di solito funziona.

Google Traduttore esiste da circa 12 anni, si calcola che venga usato da 200 milioni di utenti al mese (dato del 2013) e supporta 90 lingue. Inoltre, novità importante degli ultimi anni, non è più necessario passare attraverso l’inglese. Prima per tradurre dal filippino al portoghese dovevi prima tradurre in inglese, e poi dall’inglese nella lingua che volevi. Ora non più, quindi una frase islandese può essere tradotta direttamente in catalano, ad esempio.

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Nonostante sia molto evoluto negli ultimi 10 anni, è innegabile che non ci troviamo ancora nel futuro, ma siamo sempre ancorati saldamente a un presente sperimentale.

A volte funziona bene, e dice “quasi la stessa cosa”, a volte invece i limiti del suo algoritmo basato sull’analisi statistica vengono fuori e il traduttore ci appare come quei primi coraggiosi pionieri del volo che si lanciavano nel vuoto con macchine improbabili. L’idea c’era, e a volte facevano un breve e promettente volo che faceva pensare: ecco, ci siamo. A volte invece si schiantavano a terra, e il loro nome sarebbe finito nei primi capitoli delle future “Storie dell’aviazione”. Non erano ancora nel futuro.

Ad esempio da poco Google ha lanciato la app che consente, almeno nelle intenzioni, di inquadrare con il cellulare cartelli e altre scritte qualsiasi in una lingua e tradurle immediatamente nella lingua che volete. Una cosa da film di fantascienza. Qualcuno l’ha provata e i risultati sono spesso deludenti, come si può leggere in questo articolo.

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Ma quando ho visto queste immagini mi sono chiesto se due persone, ad esempio una che conosce l’inglese e l’altra che non lo conosce, sarebbero riuscite a fare quello che la app non è riuscita a fare, cioè tradurre il cartello e far capire alla persona il significato della scritta. Non è facile. Finché si tratta di cose come “attento al gradino” ci siamo. Ma di fronte a un cartello come “Do what you love” come fare? Il gioco dei mimi?

Recentemente mi è capitato di intrattenere una lunga conversazione in aereo con un giovane rumeno che partiva da Bologna e andava a lavorare a Londra. Problema: lui non parlava né l’italiano né l’inglese. Cioè non sapeva né la lingua di partenza né quella di destinazione. Solo il rumeno. E io so due o tre parole di rumeno, del tutto inutili in una conversazione. Eppure, con un misto di parole di varie lingue, a noi tutte sconosciute, gesti, riferimenti culturali comuni, siamo riusciti a parlare per un’ora e mezza.

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Ma non di cose qualunque, tanto per parlare: ma della vita, della sua e della mia, delle nostre storie, delle nostre famiglie, delle nostre aspettative. C’erano però dei punti morti, dove era davvero impossibile capirsi. Ci sarebbe voluta una lingua in comune, ma non c’era. Alcune espressioni, alcuni pensieri, erano troppo articolati e non riuscivamo ad esprimerli. La cosa era molto frustrante, soprattutto per lui, che ogni tanto faceva il gesto di mangiarsi le mani per la frustrazione (quello lo capivo). E io gli dicevo: lascia perdere, andiamo oltre. Ma non capiva nemmeno quella.

A un certo punto gli ho chiesto che lavoro facesse la madre. Lui me l’ha detto in rumeno, sperando che la parola magari assomigliasse all’equivalente italiano. Niente da fare, incomprensibile per me. Quindi provo io con parole italiane che consideravo facili, come operaia (da notare anche il razzismo di fondo, la prima parola che mi è venuta non è “scienziata” o “dottoressa” ma operaia), ma niente da fare, non ci capiamo.

Proviamo con i gesti, ma capisco subito che non è un lavoro che si può facilmente rappresentare con i gesti. Dopo qualche tentativo, lui mi dice entusiasta che la mamma fa la Babbo Natale Girls.

Per un attimo resto interdetto, sembra proprio una di quelle assurde traduzioni di un algoritmo in difficoltà. Cos’è una Babbo Natale Girls? E invece subito dopo capisco che lavoro fa la madre.

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Glielo dico in italiano e insieme, come due imbecilli, esultiamo. Ci siamo capiti, senza sapere l’uno la lingua dell’altro e senza usare, se non in parte, la lingua di tutti (l’inglese, almeno in questa parte del mondo). Come ci siamo arrivati?

Il punto è che ormai ci conoscevamo un po’. E’ incredibile come possa essere intensa una conversazione con uno sconosciuto durante un viaggio. Quindi avevamo già inventato una nostra lingua e avevamo dei riferimenti comuni. Ad esempio per lui “girls” voleva dire donna, donne, ragazze, in generale “femmina”. Ma la madre, questo è chiaro, non fa la donna di Babbo Natale, né la sua aiutante. Anzi, quasi.

Infatti “Babbo Natale” l’avevamo già usato per riferirci a una persona anziana. Siccome io ho qualche pelo della barba bianco, lui per prendermi in giro mi aveva detto che ero “Babbo Natale” (ne ho due o tre eh, non di più), e da lì in poi Babbo Natale era diventato sinonimo di vecchio, invecchiamento, anziani. Ad esempio in un’altra frase mi aveva spiegato che lui voleva fare figli prima dei 25 anni, perché dopo altrimenti c’era il rischio “Babbo Natale”, cioè di essere troppo vecchio (sì, dopo i 25 secondo lui: mi dispiace dirvelo).

Quindi Babbo Natale Girls: badante.

La donna che si prende cura degli anziani. Questo era il lavoro che faceva la madre. Ovviamente nella mia velocità di traduzione ha influito il fatto che lui fosse rumeno, e che spesso, in Italia, le donne rumene facciano le badanti. Fosse stato lappone forse avrei pensato davvero che mi trovavo seduto a fianco al nipote di Babbo Natale. Ma non era così.

Comunque la soddisfazione di far funzionare l’algoritmo della comunicazione tra noi due è stata enorme, come per le cose belle ottenute con fatica e fantasia. Se entrambi avessimo parlato perfettamente l’inglese ci saremmo potuti dire più cose? Parlare di più? In maniera più approfondita? Non ne sono sicuro. Avremmo adattato i nostri comuni sentire a una lingua non nostra, avremmo chiacchierato, ma non parlato veramente. E quindi mi sembra giusto concludere con un’aforisma del traduttore François Vaucluse (ovviamente tradotto, l’originale è francese) che dice così:

Rispettando l’oscurità, il traduttore abbraccia una straniera nell’ombra.

Ecco, più o meno è così.

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