“Anche la miseria è un’eredità”. I poveri saranno per sempre poveri?

“Anche la miseria è un’eredità” scriveva lo scrittore bolognese Riccardo Bacchelli, il cui nome è legato alla “legge Bacchelli”, quella legge che prevede un vitalizio per “cittadini illustri” che si trovano in stato di povertà. Il paradosso è che, proprio lui, Bacchelli, il primo per cui venne fatta la legge nel 1985, non fece in tempo a beneficiarne, perché morì poco dopo l’approvazione.

Ma quella frase dello scrittore, tratta dal romanzo “Il diavolo a Pontelungo”, scritto nel 1927, è valida oggi più che mai. La miseria è un’eredità?

Di eredità si è discusso anche di recente al Festival della Filosofia di Modena, il cui tema era appunto “ereditare”. Il Gruppo Giovani di Confindustria ad esempio ha organizzato un incontro dal titolo “Padri & Figli spa” sul tema dell’eredità imprenditoriale. “Il tema del Festival della Filosofia è molto vicino ai nostri valori” aveva commentato Marco Arletti, presidente del Gruppo, alla presentazione dell’iniziativa.

2140137_origIn effetti l’Italia è un paese dove l’eredità è molto importante. Di solito la storia è questa: il nonno ha avviato l’azienda, l’ha lasciata al padre che l’ha portata ad alti livelli, che a sua volta passerà il testimone al figlio che in futuro avrà il compito di affrontare le nuove sfide del mercato.

Ci sono eccezioni, ma, generalmente, è così che va: Nonno > Padre > Figlio.

Perché, nonostante, tutto, nonostante la crisi del modello tradizionale, i divorzi, il calo dei matrimoni, la famiglia in Italia è ancora tutto.

Perfino troppo, soprattutto quando degenera nel familismo, storico vizio italiano. L’Italia è tuttora un paese fatto di “figli di”. E di fatto è proprio questa una delle cause dell’azzeramento della mobilità sociale, il motivo per cui i figli dei poveri sono poveri e i figli dei ricchi sono ricchi: i principi di individualità e universalità, tipici del sogno americano e di qualsiasi altro sogno dove “chiunque ce la può fare”, si vanno a far benedire.

E’ molto difficile che un giovane con una famiglia senza un becco di un quattrino riesca a farsi strada e diventare un grande imprenditore di successo, come vediamo in certi film o in certe allucinazioni motivazionali di manager o politici che con una pacca sulla spalla assicurano ai giovani “ce la farete”.

No, probabilmente no.

Il “sogno italiano”, non funziona granché, così come non funziona benissimo nemmeno quello americano.

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Se guardiamo nel passato in Italia il miracolo un tempo era possibile: è famoso il caso di Leonardo del Vecchio, partito effettivamente da zero, orfano di padre a 7 anni, a 15 lavorava come garzone in una fabbrica e oggi è il fondatore e presidente di Luxottica, oltre ad essere uno degli uomini più ricchi del mondo e ad avere un patrimonio di 23,4 miliardi di dollari. Del Vecchio ha aperto la sua prima bottega di occhiali nel 1958, in un periodo molto diverso da questo che viviamo.

Dopo la seconda guerra mondiale in Italia c’è stata una grande ridistribuzione del reddito che ha prodotto il ceto medio, la piccola-medio borghesia, che ha goduto dei benefici di un’epoca – l’era del boom economico – in cui era più facile mettere su un’impresa, avere accesso al credito, comprare casa e così via. I poveri potevano diventare benestanti e perfino ricchi, come mai – o quasi – era accaduto in precedenza nella storia. Ci si comprava la macchina, il frigidaire e – successivamente – perfino il “Tv color” di cui abbiamo parlato in un altro articolo (vedi: No, non siamo diventati tutti poveri).

Dagli anni ’80 in poi le cose iniziano a cambiare, fino alla situazione di oggi, con il ritorno alla “normalità” e di nuovo vale la regola che valeva un tempo: i figli dei ricchi sono ricchi, i figli dei poveri sono poveri. E’ un vero e proprio ritorno all’antico. Con l’aggiunta dell’impoverimento di quel ceto medio che nel frattempo si era creato.

Questo significa che un giovane povero con genitori poveri oggi molto probabilmente dovrà puntare a cifre decisamente più basse dei 23,4 miliardi di dollari di Del Vecchio. Anzi, probabilmente non vedrà nemmeno la pensione.

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Ovviamente l’eredità non è solo una questione di denari. Non solo.

Confindustria nel suo “Padri & figli spa” si riferiva al concetto di eredità in senso più ampio, non solo patrimoniale, ma “imprenditoriale”, ovvero quel passaggio di conoscenze, saperi, esperienze, eccetera.

E’ chiaro però che se in questo passaggio il salvadanaio fosse vuoto ci sarebbe ben poco da fare, anche con tutta la buona volontà e tutte le competenze di questo mondo. La “spa” (che sta per Società per Azioni) dei padri e figli poveri è destinata a fallire. C’è chi nasce ricco e ha certe opportunità, c’è chi nasce povero e ne ha meno. La ricchezza non è una colpa, ovviamente. Ma nemmeno la povertà.

La domanda dunque è questa: i poveri cosa lasciano ai propri figli? La miseria, come diceva Bacchelli?

Nel capitolo introduttivo di “Gente di periferia”, il quinto dossier sulla povertà in Emilia Romagna a cura della Delegazione Regionale Caritas, il prof. Ivo Colozzi scrive:

In Italia i ricchi sono non soltanto molto più ricchi dei poveri ma anche, in generale, figli di ricchi. Se si esclude la stagione straordinaria del dopoguerra, in cui si è realizzato un significativo processo di mobilità sociale con il passaggio di molti figli di operai e contadini al ceto medio, per la maggioranza dei giovani italiani delle ultime generazioni la ‘scalata’ sociale ed economica è divenuta molto difficile ed è oggi praticamente impossibile. Le ricerche, infatti, dimostrano che quando la disuguaglianza cresce la mobilità intergenerazionale tende a ridursi.

Questa situazione genera un circolo vizioso che sfocia in una povertà cronica, senza ritorno: perché i figli dei poveri hanno maggiori difficoltà nell’accesso all’istruzione e alla formazione professionale, di conseguenza più difficilmente diventano lavoratori qualificati, con il risultato di avere minori possibilità di accedere ai posti di lavoro con alti salari.

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Dunque il nonno nasce povero, non lascia nulla al padre che a suo figlio probabilmente lascerà qualche debito. La scalata sociale è in realtà una linea retta, come quella di un tracciato piatto, o di una corda tesa a cui aggrapparsi e andare avanti, non si sa dove. La disuguaglianza e l’immobilismo economico rendono di fatto impossibile quello che si chiama “riscatto sociale”,

A confermare questa tendenza ancora una  volta i recenti dati Istat sulla povertà assoluta, che mostrano come il numero dei poveri sia stabile nel nord Italia, dove però è aumentata “l’intensità” della povertà, cioè il il valore che misura quanto la spesa media delle famiglie povere si trovi al di sotto della soglia di povertà.

E si nota che, mentre tutti gli altri valori rimangono sostanzialmente stabili, l’intensità della povertà è invece aumentata. Questo significa che il numero di poveri non varia, ma chi ha poco ha sempre meno e aumenta il divario fra i poveri e i non poveri, sempre più spesso stranieri.

Se la tendenza resterà questa, e se la politica non prenderà misure adeguate (cosa che, per ora, sembra molto lontana dal fare) i poveri saranno sempre più poveri, e così i loro figli. E’ questa è l’unica eredità che vedranno: essere stati poveri come i loro padri e le loro madri e forse di più.

Una risposta a ““Anche la miseria è un’eredità”. I poveri saranno per sempre poveri?”

  1. Il suicidio è l’unica nostra soluzione, dei poveri, per colmare la nostra sofferenza, perché non potremmo mai avere una vita facile come chi è nato fortunato.

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