A scuola, contro la mafia, per seminare legalità

A scuola, contro la mafia, per seminare legalità

Si fa fatica a riconoscere il livello di radicamento ormai raggiunto dalle mafie in Emilia-Romagna. Eppure, ormai sono tra noi. Se ne è parlato al convegno rivolto alle scuole superiori modenesi "Seminare… la legalità", svoltosi venerdì 23 ottobre nell'aula magna del Policlinico di Modena alla presenza di ospiti illustri, i magistrati Giuseppe Ayala e Caterina Chinnici, l'assessore regionale Mezzetti e il vicesindaco di Modena Cavazza.

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Alla fine degli anni Ottanta Giovanni Falcone si sentì chiedere da un collega: «Ma tu sei sicuro che la mafia esiste?». Allo stesso modo oggi, in Emilia Romagna, si fa enorme fatica a credere che il modello mafioso abbia contaminato un Nord così felice. Come ha spiegato Massimo Mezzetti, assessore regionale alla Cultura, alle Politiche giovanili e alle Politiche per la legalità, intervenuto nella seconda parte del dibattito, la mafia si è prima infiltrata, e poi rinnovata con caratteristiche originali, su questo territorio nell’arco degli ultimi trent’anni. Eppure fino all’altro ieri, prima dell’inchiesta “Aemilia”, la più grande inchiesta di mafia mai realizzata e, per i malinformati, fino ad oggi, la mafia in Emilia Romagna non esiste. Passino le intercettazioni di conversazioni avvenute in carcere tra il 1994 e il 1995, nelle quali la viva voce di Sandokan, noto boss dei Casalesi, si spartiva con gli altri la Via Emilia: bisogna attendere il 2012 per l’istituzione della DIA a Bologna.

Fonte immagine: Darioreggio.it
Fonte immagine: Darioreggio.it

 

Come è stato possibile chiudere gli occhi così a lungo sul fenomeno mafioso in Regione? Mezzetti attribuisce tale colpevole cecità all’illusione che il mafioso che non si presenti con l’iconografia tradizionale di coppola e lupara e che non sparga sangue sul territorio non sia, in realtà, un mafioso. Si pensi alla commercialista bolognese intercettata in tempi recenti che, collaborando e ospitando un boss della ‘ndrangheta che chiama spiritosamente “il grande capo sanguinario”, di fronte alla domanda del padre: «Ma spaccia droga?», risponde: «No, è un costruttore».

La prima fase di penetrazione della mafia in Emilia Romagna, secondo la ricostruzione di Mezzetti, risalirebbe alla metà degli anni Ottanta quando, con la nuova norma del “soggiorno obbligato”, la legislazione nazionale si illude che basti sradicare il mafioso dal suo ambiente, per metterlo in condizione di non nuocere più. Invece, si crea, così, l’occasione di tessere una nuova tela soprattutto nelle imprese edilizie, andando a condizionare eventuali titolari “ricattabili”. La seconda fase, sempre strettamente collegata all’edilizia, si avvale del criterio del “massimo ribasso” per l’assegnazione degli appalti privati «Da ribassi del 40-50%” doveva sorgere il sospetto che qualcosa non andasse», continua Mezzetti, «c’era qualcuno con così tanto denaro cash da ripulire che poteva permettersi di perdere fino al 60% pur di pulire il 40%».

Perché di questo si tratta, non spargere morte su un nuovo territorio, ma riciclare denaro ottenuto da attività illecite nella “lavatrice del Nord”; non solo, dunque, Emilia Romagna, ma anche Lombardia, Veneto, Liguria, Piemonte sono state, proprio a causa della loro ricca economia, le mete privilegiate per l’esportazione di soldi sporchi e anche del «metodo mafioso», come ricorda il giudice Ayala. Altro esempio potente dal punto di vista mediatico è l’inchiesta romana “Mafia capitale”, proprio in questi giorni ricreata al cinema dal film “Suburra”, che fa eco alla serie, ampiamente contestata, “Gomorra” che darebbe l’immagine eccessivamente negativa di un mondo che vorrebbe apparire, invece, il migliore dei mondi possibili.

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Negli anni Novanta, il 70% delle imprese vincitrici di appalti provengono da “zone sospette” del Sud e i boss giungono a esportare le imprese sul territorio, a cominciare dall’acquisizione di attività commerciali: le famose pizzerie.
La terza fase è quella presente degli anni 2000, trattata, in parte, dall’inchiesta “Aemilia”. Secondo Mezzetti, sarebbe stata solo la congiuntura dell’eccezionale crisi economica a spingere gli imprenditori locali “sani”, vessati dai debiti o dall’accumulo di merce invenduta nei magazzini, osteggiati da banche che rifiutano finanziamenti e fidi, a ricorrere all’offerta di denaro cash più facile in circolazione, ovvero quella proveniente dalle attività criminali. Mezzetti parla di «nuova usura» a proposito delle nuove modalità di prestito in corso, che non prevedono più ritorsioni o atti di violenza in caso di mancato rispetto dei tempi di pagamento, bensì la cessione progressiva di quote aziendali pur nel rispetto della figura del titolare. Quello che la popolazione locale non sa è che una notevole porzione delle aziende locali, oggi, mantiene solo la facciata pulita dell’imprenditoria locale radicata sul territorio, ma appartiene in realtà ad organi mafiosi.

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«Non bisogna chiudere gli occhi e le orecchie» di fronte al fenomeno mafioso, auspica il Vicesindaco Cavazza, illustrando l’attività di prevenzione dell’illegalità svolta dal Comune di Modena. «Non bisogna tollerare, perché la tolleranza è lo spazio fertile in cui prospera la mafia». La partita si gioca, dunque, sulla responsabilità personale e sull’educazione dei giovani anche attraverso la scuola, come aveva precocemente intuito il magistrato Rocco Chinnici, illustre vittima della mafia e sempre presente nei ricordi commossi della figlia Caterina e del collega Giuseppe Ayala che consegnano a studenti e docenti le sue parole: «Sono stato in una scuola a seminare legalità. Non so se la pianta crescerà, ma nessuna pianta cresce senza seme». La scuola deve e può fare qualcosa e la dirigente dell’USP di Modena, Silvia Menabue, annuncia a sorpresa, nell’ambito dell’organico potenziato previsto dalla Legge 107, l’attribuzione di 537 docenti alle scuole di Modena e provincia che non entreranno in classe a fare lezione ma si dedicheranno esclusivamente a progettare interventi a sostegno della legalità e a formare gli studenti alla cittadinanza attiva. Quindi, non più parentesi saltuarie di educazione alla legalità ma compito sistematico attribuito per la prima volta ai docenti designati.

Gli studenti presenti hanno sentito più volte, nel corso della loro carriera scolastica, il racconto delle imprese di giudici eroi e martiri della nazione e, come accade spesso, il peso di parole abusate diminuisce progressivamente con la ripetizione nel tempo. Ecco che la conclusione a cui si arriva, al termine del dibattito, mette in discussione proprio il valore linguistico di parole come “eroismo” e “legalità”, abusate e sentite ormai lontane dall’universo giovanile contemporaneo. È povero quel paese che ha bisogno di eroi e anche quello che si nasconde dietro il termine “legalità” per spostare su qualcosa di astratto la responsabilità personale di ciascuno di noi. Il rinnovamento dei cittadini responsabili del futuro passa, dunque, prima di tutto attraverso le parole.

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Penso, insegno, scrivo, vivo. Non sempre nell’ordine.

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