A cosa serve la giornata della memoria?

Si fa presto a dire “ricordo”.
E’ quasi impossibile tenere a mente quello che abbiamo vissuto da piccoli. Possono rimanere impresse alcune emozioni, ma non il significato preciso di certe esperienze fatte a dodici anni. Un po’ perché la memoria non è ancora sviluppata, un po’ perché certi episodi non ci sono stati spiegati per bene. E anche perché in tenera età non possediamo ancora gli strumenti e le griglie per interpretare quanto ci sta accadendo.

Il babbo inizia a frequentare delle persone che non abbiamo mai visto prima. Gli amici dei miei genitori, quando vengono in casa nostra, hanno sempre un’attenzione per noi ragazzi – un complimento, una carezza, una caramella – mentre questa gente non ci degna di uno sguardo. Sono persone che bazzicano per casa e che non mi piacciono; hanno dei visi strani, delle facce scure. Non voglio dire tipi da galera, ma sembra che si vogliano nascondere: entrano con il cappello calato sulla testa, il bavero della giacca alzato, la sciarpa davanti alla bocca. Così io mi domando che cosa stia combinando mio padre.

In questi giorni – in occasione della Giornata della Memoria – mi è capitato di leggere i ricordi della figlia di Odoardo Focherini, assicuratore con la passione per il giornalismo, arrestato e deportato al campo di lavoro di Hersbruck, insignito della medaglia Giusto fra le nazioni per aver salvato, attraverso una rete di persone costruita a Carpi, centinaia di ebrei durante la deportazione. Il libro appena pubblicato «Questo ascensore è vietato agli ebrei» che raccoglie i pensieri di Olga Focherini (morta nel 2008) da alcuni giorni mi stimola alcuni interrogativi. Sparsi, senza un ordine preciso.

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Ho ripensato ai racconti di mia madre, anche lei bambina ai tempi della guerra, sulle vicende legate alla rete che si era costituita clandestinamente a Nonantola. Un medico e un prete che hanno rischiato tutto per nascondere e mettere in salvo decine e decine di bambini ebrei; ma attorno a loro c’era un “esercito” di persone, invisibili, normali, che ogni sera mettevano a disposizione le proprie semplici abilità e, a loro volta, rischiavano del proprio.

«Il papà tante sere usciva di casa perché doveva andare da uno che faceva il fabbro, abitava là dietro dove adesso c’è il distributore dell’Agip» mi ha spiegato mia mamma parlando del nonno.
A fare cosa? Ricordi? Lo sapevi a quel tempo che cosa andava a fare il nonno? «Sì ricordo abbastanza bene… Ricordo che usciva sempre col buio perché era tutto segreto e non si poteva dire in giro. Però poi di preciso non sapevo cosa andasse a fare. L’ho imparato solo dopo».

focherini2E cosa faceva di nascosto, di notte, il nonno? «Andava a fare i timbri, aiutava Moreali e don Beccari che raccoglievano i documenti falsi».
Ma tu, mamma, lo capivi per chi erano quei documenti? Sapevi che c’erano degli ebrei da salvare perché che rischiavano la vita? «Lo zio Alfonso abitava di fianco a Villa Emma e tutte le volte che andavamo a trovarlo ci fermavamo lì davanti perché sentivamo cantare e suonare… e la mamma ci diceva “lì ci sono i bambini ebrei”».

E’ sorpresa mia mamma per questo mio interesse sul passato. Alcuni episodi le tornano in mente immediatamente, perché impressi molto bene nell’archivio dei ricordi di quando era bambina. Ma altri dettagli le sfuggono: perché queste domande sul nonno? era “normale” che facesse queste cose! si dovevano fare così!

E’ ancora il racconto di Olga, raccolto nel libro dal figlio Odoardo Semellini, a incuriosirmi.

Di tutta questa faccenda … da bambina non so assolutamente nulla: mio padre non viene certo a raccontare a me, una ragazzina di dodici anni, di un’attività clandestina. … La prima volta che mi accorgo di qualcosa di strano è durante una passeggiata, di domenica. I miei fratelli più piccoli sono davanti ai miei genitori in coda al gruppetto; io sto portanti mia sorella Paola con la carrozzina e rallento il passo, perché mi piace ascoltare ciò che si dicono il babbo e la mamma. Mi ricordo spezzoni di discorsi. Mio padre dice: «Tu pensa che tipo d’organizzazione, tutta segreta…», e poi: «Sai dove mettono i messaggi?» ed estrae dalla tasca una scatola di cerini, che è simile a quella d’oggi, con la differenza che , tirando il contenitore dei cerini, ma questo non esce completamente, in quanto trattenuto da un elastico. Mio padre tende completamente l’elastico e mostra come si possono nascondere dei bigliettini proprio in fondo. Al momento, però, non faccio troppa attenzione all’episodio.

A me piace ascoltare i discorsi dei grandi, ma quando questi arrivano in casa si mettono a parlare a bassa voce con mio padre, poi pure con mia madre, e io non riesco a capire niente. Mi sembrano tutti ladri, e mi chiedo: cosa si è messo a fare il babbo? E la mamma? Forse i miei genitori sono diventati poco di buono?

A che servono a distanza di settant’anni tante esperienze, tante gesta eroiche ma anche piccole imprese semplici, quotidiane, giuste? A che serve avere a disposizione tanti ricordi se non si è capaci di affrontarli? Le medaglie, i riconoscimenti e anche le beatificazioni (Focherini è stato proclamato beato nel 2013) arrivano successivamente, spesso dopo la morte.

focherini3Durante la deportazione, per tutta la guerra, i nostri nonni, i nostri genitori, i medici, tanti operai, tanti garzoni, alcuni preti e gli insegnanti facevano bene il proprio mestiere e, nel tempo libero, di nascosto, davano un senso al loro essere donne e uomini, al loro essere cittadini, alcuni spinti dalla fede altri per un semplice e naturale spirito umano.

In questa Giornata della Memoria, mi è venuta questa strampalata riflessione. Che senso ha riportare in vita quanto è accaduto nel passato, se non abbiamo il coraggio di guardare negli occhi quanto ancora oggi ci si ripresenta uguale ad allora? Perché insistere su questa memoria se poi dimentichiamo la verità dei nostri giorni: l’indifferenza, l’assuefazione, l’antisemitismo, l’omofobia, il razzismo…? C’è poca memoria o poca verità? Dove sono (dove siamo!) i medici, i preti, gli operai, i padri e le madri del nostro passato?

E ancora le conclusioni di Olga mi hanno accompagnano.

E’ importante ricordare per due motivi. Il primo: al giorno d’oggi Focherini è una figura importante, a prescindere dalla memoria di quello che è stato. Mio padre, cattolico apostolico romano, senza chiedere permesso a nessun prete e a nessun vescovo decide con la moglie di aiutare chi ha bisogno. Quando la Chiesa chiama ancora gli ebrei deicidi, lui non valuta se sono ebrei, se sono cattolici o altro. Sono persone che hanno bisogno, le aiuta e basta. La sua grandezza sta nel fatto che, di fronte al male che sta distruggendo la società, non si volta dall’altra parte come fanno in molti. Guarda alla sofferenza dei perseguitati e reputa che valga la pena rischiare la propria vita per aiutarli, allo stesso modo in cui aiuterebbe i suoi figli e i suoi familiari.
Il secondo motivo: in qualsiasi momento dobbiamo sapere che la vita ci pone sempre e comunque di fronte a delle scelte. Fortunatamente non sono sempre drammatiche come la vicenda di mio padre. Dobbiamo però affrontarle con una certa serenità e con tanta serietà.

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