Il destino dell’umanità in questi tempi inumani

La letteratura di Grossman potrebbe risultare scomoda a chi mantiene ciecamente la sua posizione a sinistra. Si tratta di tematiche “post ideologiche”, nella definizione di Feltri, che invitano a ragionare sul Novecento “superando i vecchi steccati ideologici e ciò non vuol dire necessariamente ripudiare la militanza politica pregressa, ma arricchirla, considerando i vecchi valori in cui si credeva alla luce di una logica e di una onestà intellettuale a 360°”.
Chi difende la cultura di sinistra non vede di buon occhio l’eretica equiparazione nazismo hitleriano/comunismo staliniano che Grossman intuisce con precocità e fermezza e, come conferma Feltri, “è un dubbio legittimo se si tengono presenti i numeri e le politiche antisemite”.

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“Stalin aveva le sue ragioni. Ha fermato i nazisti. Le purghe, purtroppo, sono state inevitabili: era pieno di infami. I GULag non erano certo Auschwitz. I kulaki un male necessario per la Grande Madre Russia”, sono tra le opinioni più diffuse degli apologeti dello stalinismo. Non è quello che ha fatto Vasilij Grossman.
«Per ucciderli, si è dovuto spiegare che i Kulaki non erano uomini. Sì come quando i tedeschi dicevano: gli ebrei non sono uomini», scriveva infatti in “Tutto scorre…”, opera che racconta con lucido realismo il ritorno a casa di un sopravvissuto al GULag. Eresie per un intellettuale di regime, entusiasta dello stato sovietico e, a tal punto amante dell’Armata Rossa, da seguirla sul campo e raccontarne le grandi e piccole imprese in scritti realistici e non retorici, che lo hanno reso famoso e ammirato persino da Gorkij. Si deve alla scoperta degli orrori della Shoah e al dilagare dell’Antisemitismo sovietico post bellico la sua trasformazione in “uno dei primi intellettuali dissidenti della società sovietica del dopoguerra”.

Guardare all’esperienza sovietica dal punto di vista della storia ebraica, e prezioso in questo senso si è rivelato l’intervento della Prof. ssa Elissa Bemporad (Queens College – City University of New York), appare dunque molto utile per avvicinarsi a una possibile verità storica. Secondo la ricca ricostruzione di Bemporad, l’antisemitismo era tradizione del regime zarista ed è la rivoluzione del 1917 che cambia radicalmente le cose anche sotto questo aspetto. Lenin si oppone a qualsiasi retaggio zarista, elimina la propaganda antisemita come frutto dello sciovinismo russo e considera, al contrario, gli ebrei, un alleato ideale contro lo zar. Ovviamente le attenzioni “antireligiose” di Lenin non si limitano all’ebraismo ma, come sottolinea Bemporad, quest’ultimo porta avanti “una oppressione di pari opportunità” contro tutti i leader religiosi e borghesi.

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In questo clima, Grossman matura la sua personalità di scrittore atipico: come Primo Levi è, infatti, un chimico prima di diventare uno scrittore; la sua è una famiglia ebraica di divorziati lontana dall’ortodossia yiddish e non risulta mai iscritto al Partito Comunista. “È un giovane ambizioso che vuole lasciare un segno nel mondo” secondo Elissa Bemporad e, in una lettera del 1927, proprio lui conferma: “Tutto ciò che ho”, riferendosi al successo di scrittore, “lo devo allo stato sovietico”. Due anni segnano il cambiamento. Nel 1941, la madre viene barbaramente assassinata dai nazisti insieme a circa 20.000 ebrei della sua cittadina di origine, Berdyčiv. Il dolore inesauribile si esprime nei vent’anni successivi in lettere senza risposta scritte alla madre e riecheggiate, come ricorda il Prof. Feltri, in “Vita e destino”, nell’ultima lettera che la madre ebrea di uno dei protagonisti, deportata in un lager, indirizza al figlio: il fisico teorico Sturm.

Leggi anche: Grossman, testimone e narratore del ‘900.

Scrive Grossman, senza speranza di risposta, nel 1961: «Il mio romanzo è dedicato al mio amore e alla mia devozione per il popolo. Questa è la ragione per cui è dedicato a te. Per me tu sei l’umanità e il tuo terribile destino è il destino dell’umanità in questi tempi inumani. Per tutta la mia vita ho creduto che ciò che di buono, onesto e gentile si trova in me, il mio amore per il prossimo, venisse da te. Tutto ciò che in me vi è di cattivo, invece, non proviene da te. Ma tu mi vuoi bene, Mamma, e mi vuoi bene anche con tutto il male che porto in me». Dal 1941, dunque, lo scrittore comincia a opporre “una resistenza di pensiero” al genocidio in corso non meno importante di quella politica e militare, secondo la Prof.ssa Salomoni; ora deve parlare “a nome di quelli che sono sotto la terra” e che hanno lasciato un’eredità di silenzio, di assenza di suono, la stessa che si respira nell’ “Inferno di Treblinka” e che corrisponde alla morte.
L’altro anno che fa da spartiacque per il pensiero e l’esperienza dell’autore è il 1948, anno di nascita dello Stato d’Israele, e guardare anche questo evento dall’angolo visuale dell’Ebraismo pone innanzi riflessioni talvolta imbarazzanti, se associate alla complessità della questione arabo-israeliana irrisolta che tutt’oggi riempie i giornali e le coscienze. Gli ebrei sovietici dal 1948 diventano pericolosi, ci ricorda la Prof.ssa Bemporad: hanno due stati, sono delle spie, sono il nemico interno. È, poi, la stessa e identica ragione che aveva spinto Mussolini, in Italia, alla svolta delle leggi razziali prima rivolte contro i neri, a scopo coloniale, e poi alla comunità ebraica sentita, nella sua compattezza e autonomia, come una falla nel sistema totalitario.

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Stalin cede all’antisemitismo di stato e la tragedia russa, ravvisabile nella perdita generale di libertà, diventa la tragedia ebraica. Le persecuzioni trovano il loro culmine nel cosiddetto “complotto dei medici ebraici”, accusati di aver assassinato leader sovietici e torturati per ottenere false confessioni con l’ausilio di una diffamatoria campagna di stampa, a cui pare abbia partecipato Stalin stesso.
Siamo nel 1952, Stalin troverà la morte l’anno dopo.

Tutto questo sta dietro e dentro “Vita e destino”, pubblicato per la prima volta da una casa editrice di ambiente cattolico di destra, legata a Comunione e Liberazione. Il Prof. Feltri invita ad andare al di là del “filo spinato ideologico” che ha circondato e, velatamente, circonda ancora questo autore per riscoprirlo, liberi di leggere, nella sua grandezza. Così avrebbe voluto Grossman, per cui la libertà è il valore supremo e coincide con la “Vita” stessa. Il “Destino”, invece, lo inventiamo noi e non aderendo a grandi progetti etico-ideologici ma regalando piccoli gesti di bontà e di attenzione al prossimo.

Il Cristianesimo integralista dei protestanti modenesi

Esistono oltre 20 strutture religiose di matrice evangelica a Modena, una comunità composita che conta circa 2000 fedeli. Molte chiese hanno un carattere prevalentemente etnico, gestite dalle comunità di migranti dell’Africa nera. La Chiesa evangelica più antica è la Chiesa Cristiana dei Fratelli di via Di Vittorio dove siamo tornati per assistere a un battesimo evangelico.

La sala della Chiesa è riempita di fedeli sin dalle 9 del mattino di domenica 25 ottobre. Donne, uomini, famiglie con bambini. La maggioranza sono italiani ma non mancano stranieri: sudamericani, africani e alcuni est-europei, tutti ad assistere alla “morte e alla rinascita” di Massimiliano Nascimbeni, un grafico pubblicitario modenese di 40 anni. “Il sistema mondano è basato sull’arrivismo e sull’affermazione del nostro “Io”. Fin da bambino ci inculcano ad accettare e ad entrare in questo sistema e a far carriera – spiega Giuseppe Berri, uno dei tre Anziani che dirigono la Chiesa dei “Fratelli” – Quando uno si converte viene tirato fuori dal sistema mondano e trasferito nel regno del signore Gesù: siamo nel mondo ma non siamo più del mondo perché appartiamo solo a Gesù.

Secondo il movimento evangelico colui che si ravvede e adotta il Cristianesimo come unica fonte di valori è un “Born again”. Per “tornare” a Dio è necessario ri-battezzarsi, rinascere da acqua e spirito. “Se di fronte al Vangelo ti ravvedi e dai il tuo cuore a Gesù Cristo, Lui non ti abbandonerà mai” dice l’Anziano Berri per il quale il battesimo è soltanto la conferma formale dell’avvenuto incontro e dell’amore del fedele nei confronti di Gesù.

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I battesimi evangelici non sono frequenti, in media ce ne sono cinque ogni anno e quando si svolgono sono sempre un evento, una grande festa. Un centinaio di evangelici hanno partecipato al giorno più importante della nuova vita di Massimiliano: “Il mio percorso personale è stato lungo ma spontaneo, ho sempre sentito nel profondo di dover cercare la verità, di cercare Gesù: sono nato cattolico ma poi ho frequentate tante Chiese, sono stato anche un devoto di Padre Pio. Poi ho avuto la fortuna di incontrare alcuni Fratelli della Chiesa di via Di Vittorio che hanno favorito la mia presa di coscienza”.

Nella allocuzione che precede l’immersione nell’acqua del convertito, uno dei tre Anziani che dirigono la vita religiosa della Chiesa, Pasquale Penna, dice: ”Siete stati sepolti nel battesimo ma resuscitati come Gesù Cristo mediante la fede e la potenza di Dio. Max, per fede, è morto con Cristo, è morto a una vita lontana da Dio, è morto al peccato, morto all’egoismo, morto alle paure e alle ansie e alle preoccupazioni. Max è morto e resuscitato con Cristo: da nemico di Dio è diventato figlio di Dio, lo Spirito Santo e tutta la Trinità ora abitano in lui. Come tutti i miracoli, la nuova nascita è un’iniziativa di Dio, noi credenti celebriamo oggi qualcosa che è già avvenuto nel cuore di Max, qualcosa che Dio ha già operato nel profondo di Max. La nostra parte è certificare e dare l’assenso a questa meravigliosa opera che Dio ha compiuto nei nostri cuori”.

La platea segue in silenzio l’eloquio dell’Anziano. Dopo l’intermezzo musicale un fedele si alza e dice, a occhi chiusi e con la voce rotta dall’emozione: “Grazie Signore, torna presto Signore perché desideriamo il tuo ritorno. Ti ringraziamo per questa grande gioia della conversione e del battesimo di nostro Fratello Massimiliano poiché ogni nuovo battesimo rappresenta una tua vittoria: Gesu sei glorioso, sei meraviglioso, sei stupendo, sei bello, non ci sono attributi per descrivere quanto io ti desideri, io sono felice e non ho più paura perché non saremo mai da soli, non ci lascerai mai e noi non vogliamo fare nulla senza di te in questa terra, vogliamo fare tutto con te, seguire il tuo verbo e anelare alla salvezza eterna”.

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A un certo punto fra il silenzio e le preghiere dei presenti alcuni volontari spostano il pulpito e l’altare posti al centro di una pedana. Nel pavimento nudo spunta una botola al cui interno si trovano tre piccole vasche rettangolari poste una accanto all’altra. Massimiliano si avvicina con passo incerto alla vasca centrale, ci si adagia, si siede. Poi uno degli Anziani gli cinge la testa fra le mani e lo immerge nell’acqua. Max esce dalla vasca: è un cristiano rinato ora.

Fautori di un’interpretazione scritturale dei Testi Sacri, quello degli evangelici è un Cristianesimo vissuto integralmente. L’esigenza di una relazione personale con Dio lontana dalle fredde liturgie cattoliche mediate dal clero ha spinto e spinge i fedeli ad aderire al culto.

Le attività pubbliche del mondo evangelico modenese sono organizzate dal Comitato delle Chiese Evangeliche di Modena, una rete informale che riunisce le realtà protestanti della città. Il mese di ottobre è stato un periodo particolarmente ricco di iniziative culturali e di socializzazione religiosa. Il 23 ottobre la rete delle chiese evangeliche ha invitato Magdi Cristiano Allam, relatore unico di un convegno sull’Islam. Ad organizzarlo è stato Davide Galassi, coordinatore del Comitato delle Chiese Evangeliche di Modena e pastore della Missione Cristiana Libertà, una delle realtà più vivaci della scena evangelica cittadina. Ex lattoniere, Galassi proviene da una famiglia evangelica: ”Sono evangelico di terza generazione – precisa questo trentottenne, sposato e padre di famiglia, diventato pastore nel 2010. “Come chiese evangeliche abbiamo deciso di occuparci anche di tematiche sociali e culturali, il convegno nasce dall’esigenza di capire come cambia il mondo. Capire la società, la cultura e la politica per poter pregare su questioni concrete, sulle problematiche in corso”. Asili senza crocefisso, scuole senza presepe “temiamo che in Europa, continente cristiano, sia in corso un’islamizzazione strisciante e questo lo riteniamo inaccettabile”, spiega il pastore secondo il quale la scelta di invitare Allam sia stata dettata dal fatto che “è un vero cristiano ma prima era un musulmano: chi meglio di lui può spiegarci l’Islam e la sua cultura?”

L’islamizzazione del Vecchio Continente è un tema ricorrente nei lavori di Magdi Cristiano Allam. Ex giornalista di origine egiziana, a lungo penna di Repubblica e poi del Corriere della Sera, Allam lascia il giornalismo nel 2008 anno in cui si converte al Cristianesimo durante una cerimonia molto mediatizzata condotta in San Pietro dal Papa Benedetto XVI in persona. Adotta il nome di battesimo “Cristiano” e si lancia poi in politica: da musulmano moderato diventa un fervente attivista cristiano, una mutazione e un percorso che lo porta sempre più a destra: nel 2009 viene eletto all’Europarlamento nelle fila dell’UDC (Unione dei Democratici Cristiani e di Centro) e oggi milita in Fratelli d’Italia.

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Magdi Allam arriva con la scorta al Teatro del Sacro Cuore e comincia a parlare verso 21 davanti a una platea gremita di evangelici e qualche cattolico in prevalenza italiani. Pur non essendo protestante ma cattolico convinto Magdi Cristiano Allam ha trovato con le assemblee evangeliche italiane un’intesa più che ideale: “Ci accomuna l’amore in Gesù, la condivisione dei valori e il convincimento che sia fondamentale oggi conoscere la verità compresa la verità dell’Islam per riuscire a essere pienamente noi stessi, come cristiani ma anche come italiani che si riconoscono in una civiltà che, piaccia o meno, fonda le sue radici nella cultura, nella fede e nella tradizione cristiana”, dichiara l’ex giornalista. “Stiamo subendo una guerra, una guerra che si manifesta con la presenza del terrorismo islamico a 300 km dalle nostre coste, in Libia, con la creazione di un vero e proprio stato a cavallo fra la Siria e l’Irak da parte dei terroristi dell’ISIS. Ed è una guerra che è anche dentro a casa nostra, c’è una strategia di islamizzazione in atto che si diffonde attraverso una rete sempre più fitta e capillare di moschee, di scuole coraniche, di enti assistenziali islamici, ne dobbiamo essere consapevoli e dobbiamo essere forti per salvaguardare la nostra civiltà”.

Nel solco della teoria dello “scontro delle civiltà” di Samuel Huntington e del pensiero di Oriana Fallaci di cui era amico personale, Allam delegittima l’Islam come religione di pari valore al Cristianesimo. E’ contrario al riconoscimento dell’Islam come vera religione, di Allah come vero Dio, di Maometto come vero profeta, del Corano come testo sacro e delle moschee come luogo di culto. Posizioni che gli hanno procurato critiche ma anche consensi e persino “una fatwa di Hamas”, aggiunge l’ex giornalista presentando il suo ultimo libro “Islam, siamo in guerra”.

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Fautori di un Cristianesimo scritturale, il mondo protestante modenese si presenta frammentato con oltre 20 chiese di ispirazione evangelica o pentecostale presenti in città. Persone molto devote, promotrici di una società religiosa e contrarie alla laicità. Paradossalmente questa minoranza religiosa mostra più diffidenza che comprensione e una minore apertura nei confronti delle altre minoranze religiose della città, a cominciare con gli oltre 9000 musulmani residenti a Modena: gli evangelici credono che l’Islam sia infatti un’impostura che sottende a un’ideologia di violenza e sopraffazione.

La Chiesa dei Fratelli è legata a una serie di istituti e strutture sussidiarie. Cosi a Modena, nel corso degli anni, gli evangelici hanno fondato una libreria, la libreria cristiana CEM, una casa editrice legata a quest’ultima, le “Edizioni CEM” e una web radio, “Radio Risposta” mentre il teatro del Sacro Cuore è l’epicentro delle conferenze e dei loro convegni pubblici.

La Chiesa di via Di Vittorio, come le altre chiese protestanti, è gestita in autonomia dai volontari e conta sull’autofinanziamento. La sua struttura è orizzontale e anti-gerarchica. Non esiste un’autorità centrale né tanto meno un clero. Non ce n’è bisogno: nella sensibilità evangelica tutti i credenti sono sacerdoti.

In comune fra di loro, le Chiese evangeliche hanno una visione fortemente negativa del mondo, un rapporto ostile con la società contemporanea che ritengono essere dominata dal diavolo: alcol, droga, violenza, Aids, omosessualità, teoria del gender (un piano studiato dal “maligno” per traviare le nuove generazioni), immigrazione, Islam. Secondo gli evangelici il confine fra il bene e il male è netto. “Alla base del sistema mondano c’è Lucifero, il principe di questo mondo è Satana e andrà sempre peggio – si rammarica l’Anziano Berri – Omicidi, furti, rapine, stupri e violenze si vanno sempre più manifestando e sono l’indice della deriva contemporanea perché il sistema mondano segue un suo percorso autonomo finché l’Anticristo si porrà a capo del mondo e additerà se stesso come Dio. Né sodomiti, né avari, né idolatri entreranno nel regno di Dio dice la Bibbia. Come evangelici condanniamo ogni deviazione dalle Scritture e promuoviamo l’evangelizzazione della società e la preghiera poiché la salvezza si ottiene abbandonando la mondanità del presente per concentrarsi sulla salvazione eterna”.

Le puntate precedenti:
“Sing hallelujah”, un po’ di Harlem a Modena
“Sono un cristiano rinato”

Foto di Rossella Famiglietti.

Cosa succede se devo curarmi i denti ma non ho i soldi per farlo?

“L’amore vince  tutte le cose, tranne la povertà e il mal di denti”
(attribuita a Mae West)

I denti, si sa, sono importanti per vari motivi: oltre alla funzione principale – cioè quella meccanica di triturare i cibi prima di inghiottirli garantendoci così una più facile digestione – c’è anche un aspetto sociale da non sottovalutare. I denti sono un biglietto da visita. Se vi manca un dente, un incisivo o un canino, difficilmente vi verrà voglia di sorridere davanti agli altri. Nel nostro immaginario l’assenza di denti è indice di passato, di povertà, di quando i denti non si curavano e poi non restava che farseli togliere.

Le cose oggi sono cambiate. Per molti, ma non per tutti. Capita di nuovo di vedere persone, anche molto giovani, con alcuni denti mancanti. Persone che non vedono un dentista da anni o che addirittura non l’hanno mai visto. E oltre ai dolori fisici che i denti possono provocare, ci sono quelli psicologici, altrettanto fastidiosi: guardarsi allo specchio e avere una conferma di essere in difficoltà, di aver perso dei pezzi. Una brutta sensazione a ogni età, ma terribile soprattutto per i giovani, cioè per chi i denti dovrebbe averli ancora tutti interi.

Pensate di fare un colloquio di lavoro così, o di uscire con un ragazzo o una ragazza che vi piace. Spesso si inventano delle scuse, si dice che si sta per intervenire, che il medico era in ferie, si rimanda, ma il tempo passa e i denti peggiorano e il sorriso rimane così, spezzato. Si inizia a nasconderlo o, peggio, si inizia a evitare gli altri, e quel dente in meno diventa simbolo di una emarginazione sociale che, come abbiamo visto, porta i poveri ad essere sempre più poveri, sempre più lontani da un riscatto sociale.

Secondo dati Istat in Italia, dal 2005 al 2013 gli italiani sono andati meno dal dentista: le visite sono diminuite del 30%. Inoltre, le cure odontoiatriche sono quasi del tutto a carico dei privati: la spesa pubblica è al 5%, mentre il resto, il 95%, è totalmente a carico dei privati. Se si rinuncia alle cure spesso è per motivi economici, in particolare al Sud.

Il servizio pubblico garantisce un minimo di copertura, ma dipende da regione a regione e spesso ci sono lunghe attese. Per certi problemi – chiunque abbia mai avuto problemi ai denti sarà d’accordo – avere pazienza e aspettare è molto difficile. Dunque cosa fa una persona che non ha i soldi per un dentista privato – che gli darebbe appuntamento entro una settimana – ma che non può aspettare qualche mese per essere curato dal servizio sanitario nazionale? Come abbiamo detto, dipende anche dalla regione in cui si abita.

In Emilia-Romagna a quanto pare va meglio che altrove. Così ci dice l’Ausl di Modena: “Dal 2005 la Regione Emilia Romagna, ampliando i livelli di assistenza per l’odontoiatria previsti a livello nazionale, ha definito alcuni criteri di vulnerabilità – sanitaria e sociale – per consentire a tutti, con facilità, di accedere alle principali cure odontoiatriche. La prima visita e tutte le urgenze, limitatamente alla medicazione di un dente o a una terapia farmacologica, sono comunque garantite a tutti anche se non in condizioni di ristrettezze economiche”.

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In precedenza si dava per scontato che tutte le spese sanitarie fossero a carico dello Stato. Abbiamo una delle migliori sanità del mondo, no? Ma poi si sono accorti che in realtà, di fatto, non era così. Significativo il fatto che nel paniere Istat dei fabbisogni essenziali prima del 2005 non erano presenti le spese mediche, ma dal 2005 in poi sì: perché lo Stato si è accorto che per certi servizi – in particolare le visite specialistiche, come può essere quella dal dentista – le persone preferiscono non aspettare e pagare tutto, non solo un semplice ticket.

“Il ticket previsto alla prima visita, per i cittadini non esenti, è di 23 euro” spiegano all’Ausl di Modena. “Il programma regionale, invece, garantisce ai cittadini in condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale sia le cure ortodontiche che eventuali protesi dentarie. Anche ai cittadini affetti da determinate patologie o portatori di disabilità  sono erogate, sempre gratuitamente, cure odontoiatriche e protesi. Le cure dentistiche sono gratuite per i cittadini con reddito Isee fino a 8.000 euro annui (nella fascia della cosiddetta vulnerabilità economica), mentre per i redditi da 8.000 fino a 22.500 è previsto il pagamento di un ticket o della tariffa intera (redditi da 20.000 a 22.500). I  minori in affidamento (in comunità o in famiglia) ricevono gratuitamente la visita odontoiatrica e, se privi di Isee, sono considerati a ‘ticket zero’ ai fini dell’ammissione al programma”.

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Nostra elaborazione di Marilyn di Andy Warhol

Cosa succede però se non si può pagare la visita? La tendenza generale nazionale è semplicemente non farla, e magari ritrovarsi senza un dente prima dei 30 anni. “In generale, purtroppo, la tendenza dei ceti medi è di eliminare le cure odontoiatriche dal paniere delle spese da sostenere mensilmente” conferma l’Ausl di Modena.

“Nel privato – infatti – sono cure assai costose. Questo trend negativo, si è in parte riversato nel ‘pubblico’ con un graduale aumento di richieste tramite CUP sia di prime visite che di vere e proprie cure odontoiatriche. Allo stesso tempo, si è assistito ad un aumento delle urgenze, testimonianza del fatto che in tanti ormai rinunciano, per un motivo o per l’altro, a un piano terapeutico programmato – soprattutto se si tratta di pazienti con difficoltà socio-economiche. Sempre negli ultimi anni, inoltre, i pazienti prenotanti in possesso di certificati Isee di fascia 1, ovvero quella gratuita, sono aumentati di oltre il 50%. Nella nostra provincia si è attivata, anche per questo, un’efficace risposta sia in termini di posti settimanali disponibili che di punti di erogazione del pronto soccorso odontoiatrico (fino al 2013 era presente solo al Policlinico di Modena mentre oggi i punti sono tre, attivi anche il sabato mattina)”.

Insomma, finché non si arriva a soffrire per il dolore, in molti evitano di curarsi: la patologia così si aggrava e si arriva a un punto che si sarebbe potuto evitare prima con una semplice terapia. A livello nazionale le cure odontoiatriche dal Servizio sanitario nazionale rientrano nei cosiddetti LEA, ovvero Livelli Essenziali di Assistenza. “Per lo più si tratta di prestazioni chirurgiche finalizzate a prevenire le malattie cancerose del cavo orale, come la biopsia del labbro, frenulectomia della lingua o prestazioni in urgenza come odontalgia, la cura di un ascesso, di un trauma dentale o di una emorragia post-estrattiva” spiega l’Ausl.

Nancy Fouts, Purse with Teeth
Nancy Fouts, Purse with Teeth

“Le cure odontoiatriche previste dalla Regione Emilia Romagna, invece, sono diverse. Per i residenti, il nomenclatore è completo e il cittadino può usufruirne tramite prima visita odontoiatrica da CUP, con accesso diretto senza richiesta del medico curante”.

Il “nomenclatore” è il documento del Ministero della Salute che indica la tipologia e le modalità dei servizi a carico del Servizio Sanitario Nazionale. In effetti online si trova il nomenclatore regionale con tanto di tariffe e sono presenti i più comuni interventi ai denti.

Sul sito della regione si specifica che i tempi di attesa delle “cure odontoiatriche non urgenti devono essere garantite entro tempi di attesa assimilabili a quelli stabiliti per tutta la specialistica ambulatoriale: 30 giorni per la visita“. Dunque prenotando, dovreste riuscire a vedere un dentista entro un mese. E’ così?

Abbiamo provato a chiamare al call center chiedendo una prima visita: per un colpo di fortuna – una rinuncia di un altro paziente – la prima disponibile era dopodomani. Però, mettiamo che io non possa, che non ci sia, che abbia problemi di lavoro, o semplicemente che non sia così fortunato e che l’altro paziente non abbia rinunciato. Quando sarebbe la prossima visita? Le prime date disponibili sono a febbraio e marzo. Cioè tra 4 e 5 mesi. Esattamente come capita per le altre visite specialistiche con il Servizio sanitario nazionale.

Sul problema delle cure ai denti leggi anche:

#SarajevoCabaret

Scuola Media Statale “G. Carducci”
A.S. 2014-2015

La drammaturgia scritta dai ragazzi della 3G delle medie Carducci si concentra sulla scintilla che ha fatto esplodere il primo conflitto mondiale: l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, ad opera del giovane attentatore patriota Gavrilo Princip. L’attentato viene raccontato da più prospettive, in un susseguirsi di battute e sketch da cabaret del primo novecento. Tre muse, direttamente dalla Grecia classica, aprono lo spettacolo cantando dell’attentato. È poi la volta del futurista Filippo Tommaso Marinetti, che esalta l’azione distruttiva e ribelle di Gavrilo, a cui si contrappone Sigmund Freud, interessato a ricercare le profonde motivazioni psicologiche che stanno dietro all’attentato. L’attenzione si sposta poi sull’arciduca, compianto dalla moglie Sophie e ridicolizzato da un gruppo di pettegole, superficiali come certi grandi uomini di quell’epoca. Dopo un componimento in rima recitato da tutti i personaggi, la chiusura spetta all’arciduca, involontario protagonista della vicenda, con la battuta finale pronunciata in punto di morte.

Per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del laboratorio sul sito di Carissimi Padri…

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Copione

Le muse introducono il cabaret con la canzoncina da loro creata.

MUSE Noi siamo le muse…

 

Fu tanto tempo fa

Per l’arciduca erano guai

e per le strade bruta

della Serbia la follia!

E nel pericolo,

ognuno decideva per sé

e per le strade di Sarajevo

tutto andava giù (continua ragazza)

Ma un giorno Gavrilo sparò

Con i suoi fulmini

Colpì l’arciduca e lo spedì

All’ospedale con la sua mogliettin…

E lo sapete

L’unica importante verità

Ve la diciamo noi (si ragazza)

Gavrilo fece in tenera età

E se anche sembra

Impossibile c’è anche di più

Si fece stringere la giacca

Tutta intorno a lui

E sebbene fosse grasso e strano

Questa è la realtà!!!!!

 

Durante e dopo la canzone Gavrilo e FF mimano l’assassinio. I gruppi sono dislocati nello spazio scenico: I Marinetti e i Freud hanno una scatola che simboleggia una cassetta delle lettere. Iniziano a parlare i Marinetti.

MARINETTI

VALENTIN Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo,

MATTIA l’abitudine all’energia e alla temerità.

ALESSIO Il coraggio, l’audacia, la ribellione saranno elementi essenziali della nostra poesia.

LUDOVICO E Gavrilo Princip è un esempio di tutti questi valori Futuristi.

SAMUEL Quest’uomo giovane, armato, forte

ALESSIO è l’emblema della ribellione contro i soprusi alla sua nazione, contro i grandi poteri reazionari degli altri paesi.

VALENTIN Guardatelo come tira fuori lo strumento della discordia e come nel suo impeto dinamico, aziona questo prodigio della tecnologia.

MATTIA Lui è un proiettile lanciato a gran velocità contro la tediosa e impolverata burocrazia regnante.

ALESSIO Gavrilo fa esplodere la diplomazia,

LUDOVICO scatena l’ira dell’animo umano,

VALENTIN esalta la velocità del progresso!

LUDOVICO Tutto questo perché è per mezzo della guerra,

SAMUEL unica igiene del mondo,

MATTIA che possiamo ribaltare l’antica statica società e finalmente glorificare il patriottismo,

ALESSIO il militarismo,

VALENTIN il gesto distruttore dei libertari,

SAMUEL le belle idee per cui si muore…

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FREUD

DAVIDE ma basta, basta, basta! E che chiasso!

ALBERTO Ancora quello scellerato di Marinetti che continua imperterrito a credere che il Futurismo s’imporrà! Povero scapestrato!

JACOPO Il mondo è cambiato, le persone sono cambiate, ma lui è sempre lo stesso! Aaah dovevo immaginarlo,

ALBERTO comunque, avete continuato a elaborare le vostre teorie sul caso Princip?

SIMONE Sigmund con chi stai parlando?

ALBERTO Con me! (indicando gli altri Freud).

SIMONE Aaah (l’altro Freud lo prende in giro.)

DAVIDE Dicevo, il caso Gavrilo: quali pulsioni psicologiche hanno spinto questo giovanotto sbarbatello a commettere un atto così manifesto?

JACOPO Il mito di Edipo ad esempio, “l’uccisione del padre, per giacere con la madre”,

ALBERTO può aver motivato l’odio istituzionale nei confronti della figura del padre-stato, incarnata dal fisico saccente, pieno e ingordo di Francesco Ferdinando?

SIMONE Guardate il subconscio di Gavrilo come carezza il grilletto dell’arma, corrispettivo esterno della pulsione interna,

JACOPO al pari di come il neonato carezza…(viene interrotto)

DAVIDE Io mi concentrerei sulla conseguenza di ciò che l’inconscio ha creato:

SIMONE un fenomeno internazionale!

MARINETTI

LUDOVICO ma smettila, sei polveroso!

SAMUEL Stai sempre a studiare, tu e i tuoi libri!

FREUD

JACOPO ma come ti permetti?

ALBERTO Placa il tuo istinto parricida e datti una calmata!

MARINETTI

VALENTIN mmm, come mi fai adirare! Per esprimere il mio non statico dissenso distruggerò la parola,

ALESSIO eliminando la struttura linguistica ed esprimendomi con gesti dinamici di libertà e disapprovazione,

MATTIA ma soprattutto disapprovazione.

(I Marinetti mimano libertà, ma soprattutto disapprovazione facendo gesti e intonando una canzone rumorista, i Freud li guardano scocciati).

FREUD

DAVIDE ah sì, io invece affermo in piena coscienza del mio IO la potenza della struttura linguistica!

ALBERTO Cosa c’è di più efficace, istantaneo e sintetico di un singolo enunciato che ha forma testuale!

JACOPO Cosa c’è più efficace di un tweet?

(tutti i Freud si mettono in cerchio e uno scrive un tweet su un foglio. Tra i vari suggerimenti arrivano a una conclusione e imbucano la lettera, suono del tweet).

MARINETTI

(sentendo il tweet e prendendo il messaggio, leggono):

MATTIA un messaggio da @cucciolofreud56: datti una calmata e dormi un poco di più! #interpretazionedeisogni #1900 #complessodiEdipo

SAMUEL Edipo a me? (sbuffano tutti i Marinetti e si agitano come scimmie).

LUDOVICO Accetto la disputa perché lo scontro è positivo

VALENTIN e soprattutto perché la tecnologia mi piace! (si riuniscono i Marinetti a scrivere, suono del tweet dopo aver imbucato la lettera)

 carducci02

FREUD

JACOPO ha risposto. Messaggio da @andavoacentoallora76 che dice: Stro, anc, stic. Vaff, nzo, lo, lo. Zip, stic, stron, ma soprattutto, vaff… #interpretamiquesto #celapuoifare #iostocongavrilo

SIMONE Dobbiamo rispondere (i Freud Scrivono un altro messaggi, suono del tweet).

MARINETTI

(prendendo il nuovo messaggio)

ALESSIO messaggio ancora da @cucciolofreud56: qui si parla e si scrive, ma stai attento perché se mi parte il subconscio, sono cavoli amari! #maicongavrilo #subconscioforever (i marinetti scrivono un’altra lettera).

FREUD

(prendendo il nuovo messaggio)

DAVIDE nuovo messaggio da @andavoacentoallora76 che dice: noi esaltiamo il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, lo schiaffo e il pugno! Cit. Manifesto, studia! #fattisotto #freudnontitemo.

ALBERTO Ma questo è un affronto all’intelletto.

MARINETTI

LUDOVICO bim, bum, bam, voi siete un affronto! Chi dorme non piglia pesci…!

FREUD

JACOPO ma tua sorella non piglia pesci…

(Confusione generica e urli a distanza finché non arrivano le mogli)

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SOPHIE

GIULIA ma smettetela! Non vi vergognate a strumentalizzare così questa tragedia infame?

RIHEM Anch’io son stata assassinata quel giorno, assieme al mio amato marito Francesco Ferdinando

AURORA e voi non fate che speculare sulla sua morte per difendere le vostre filosofie!

FRANCESCA R. Per quell’importante visita a Sarajevo gli avevo allargato la sua giacca preferita di due dita,

GIULIA così che non si vedesse la pancetta che aveva messo su (dopotutto sapete, il cinghiale che gli cucino io alla domenica lo fa impazzire, e viene così buono solo usando un sacco di burro!).

RIHEM Aveva pure inaugurato il nuovo pettinino per i baffi che gli avevo regalato, era bellissimo!

FRANCESCA R E mentre passeggiavamo in macchina lungo le rive del fiume, in una giornata così soleggiata,

AURORA arriva questo squattrinato zozzone fanatico d’un serbo-bosniaco (prendono Gavrilo a borsettate) a rovinarci il pomeriggio con la sua pistoletta da quattro soldi.

GIULIA Un po’ di rispetto signori, quest’uomo ha causato due morti in un colpo solo!

PETTEGOLE

TUTTE AHAHAHAH,

ALESSIA ragazze guardate quella signora!

LETIZIA Ah ma si… Ma come si veste? E questa sarebbe la moglie di Franz Ferdinand? Ah, siamo messi bene…

MONICA OeMMeGi! Ma l’avete sentita? Due morti? Il primo giorno forse, ma dopo sai quanti ne sono arrivati?

ALESSIA Ciccia, ha scatenato la prima Guerra Mondiale, apri gli occhi!

SOPHIE

FRANCESCA R. no, no, questo non lo accetto! Signor Marinetti, Signor Freud, signore muse…io esco!

MUSE

CAMILLA ma no, ma no, stia tranquilla!

FRANCESCA M. E voi pettegole datevi una calmata!

PETTEGOLE

LETIZIA mmm, era carino però l’arciduca…

ALESSIA Nah a me non piace.. la duchessa sarebbe carina ma…le avete visto la pettinatura ?

MONICA sembra uno spaventapasseri con quel cappello enorme in testa! e per non parlare del vestito… uno schifo amiche mie!

LETIZIA Vogliamo commentare i gioielli? Non si possono guardare! Gli orecchini poi mamma mia veramente fuori moda!

ALESSIA E ora che ci penso sai chi li usava? Mia nonna nel 1850!

MONICA Povere noi… Ma non pensate che sia assurdo che a causa di questo banale delitto possa nascere una guerra?

LETIZIA Per la morte di questi due nobilucci da strapazzo mandare al macello tutti quei giovani baldanzosi?

ALESSIA Avessero almeno ucciso qualcuno vestito alla moda…

SOPHIE

RIHEM ma come vi permettete? Questi orecchini erano di mia zia!

PETTEGOLE

TUTTE e si vede!

SOPHIE

GIULIA si vede tua sorella…

(Confusione generica e urli a distanza finché non arrivano le muse)

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MUSE

EMMA calma signore, calma! Volete sapere davvero che cos’era in fondo il nostro amico Franz Ferdinand?

Francesco Ferdinando,

un uomo allo sbando

era di alto rango,

ma aveva una pancia da orango tango…

CAMILLA Durante la gita a Sarajevo,

ed io c’ero, lo vedevo

indossava una giacca spolverata,

ricucita e rattoppata,

FRANCESCA M. la pancetta era sparita

grazie ad un abile gioco di dita

ma il suo viso grassottello

suggeriva la presenza di un po’ di lardello.

EMMA Tutti lo acclamavano a gran voce,

ma BAM! (detto da Marinetti)… un suono atroce

superò ogni esclamazione

proveniva da una precisa direzione

FRANCESCA M. lo sparo di Gavrilo

della giacca ruppe il filo,

quel disperato attentatore

che lo colpì dritto al cuore.

L’arciduca cadde indietro (FREUD)

il suo sguardo ormai era tetro (SOPHIE)

la panzona sbatte a terra (PETTEGOLE)

e ci ritroviamo in…guerra!” (MARINETTI)

MUSE (accennando il ritmo della canzone)

ma un giorno Gavrilo sparò con i suoi fulmini

Colpì l’arciduca e lo spedì

Al cimitero con la sua mogliettin

E lo sapete l’unica importante verità?

(FF si trova al centro della scena, non sa a chi parlare, si guarda intorno e poi esclama)

FF GERRARD: io neanche ci volevo andare a Sarajevo!

(effetto sparo di Gavrilo)

In copertina: Sarajevo oggi. Foto di Antonio Poser.

 

 

A scuola, contro la mafia, per seminare legalità

Alla fine degli anni Ottanta Giovanni Falcone si sentì chiedere da un collega: «Ma tu sei sicuro che la mafia esiste?». Allo stesso modo oggi, in Emilia Romagna, si fa enorme fatica a credere che il modello mafioso abbia contaminato un Nord così felice. Come ha spiegato Massimo Mezzetti, assessore regionale alla Cultura, alle Politiche giovanili e alle Politiche per la legalità, intervenuto nella seconda parte del dibattito, la mafia si è prima infiltrata, e poi rinnovata con caratteristiche originali, su questo territorio nell’arco degli ultimi trent’anni. Eppure fino all’altro ieri, prima dell’inchiesta “Aemilia”, la più grande inchiesta di mafia mai realizzata e, per i malinformati, fino ad oggi, la mafia in Emilia Romagna non esiste. Passino le intercettazioni di conversazioni avvenute in carcere tra il 1994 e il 1995, nelle quali la viva voce di Sandokan, noto boss dei Casalesi, si spartiva con gli altri la Via Emilia: bisogna attendere il 2012 per l’istituzione della DIA a Bologna.

Fonte immagine: Darioreggio.it
Fonte immagine: Darioreggio.it

 

Come è stato possibile chiudere gli occhi così a lungo sul fenomeno mafioso in Regione? Mezzetti attribuisce tale colpevole cecità all’illusione che il mafioso che non si presenti con l’iconografia tradizionale di coppola e lupara e che non sparga sangue sul territorio non sia, in realtà, un mafioso. Si pensi alla commercialista bolognese intercettata in tempi recenti che, collaborando e ospitando un boss della ‘ndrangheta che chiama spiritosamente “il grande capo sanguinario”, di fronte alla domanda del padre: «Ma spaccia droga?», risponde: «No, è un costruttore».

La prima fase di penetrazione della mafia in Emilia Romagna, secondo la ricostruzione di Mezzetti, risalirebbe alla metà degli anni Ottanta quando, con la nuova norma del “soggiorno obbligato”, la legislazione nazionale si illude che basti sradicare il mafioso dal suo ambiente, per metterlo in condizione di non nuocere più. Invece, si crea, così, l’occasione di tessere una nuova tela soprattutto nelle imprese edilizie, andando a condizionare eventuali titolari “ricattabili”. La seconda fase, sempre strettamente collegata all’edilizia, si avvale del criterio del “massimo ribasso” per l’assegnazione degli appalti privati «Da ribassi del 40-50%” doveva sorgere il sospetto che qualcosa non andasse», continua Mezzetti, «c’era qualcuno con così tanto denaro cash da ripulire che poteva permettersi di perdere fino al 60% pur di pulire il 40%».

Perché di questo si tratta, non spargere morte su un nuovo territorio, ma riciclare denaro ottenuto da attività illecite nella “lavatrice del Nord”; non solo, dunque, Emilia Romagna, ma anche Lombardia, Veneto, Liguria, Piemonte sono state, proprio a causa della loro ricca economia, le mete privilegiate per l’esportazione di soldi sporchi e anche del «metodo mafioso», come ricorda il giudice Ayala. Altro esempio potente dal punto di vista mediatico è l’inchiesta romana “Mafia capitale”, proprio in questi giorni ricreata al cinema dal film “Suburra”, che fa eco alla serie, ampiamente contestata, “Gomorra” che darebbe l’immagine eccessivamente negativa di un mondo che vorrebbe apparire, invece, il migliore dei mondi possibili.

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Negli anni Novanta, il 70% delle imprese vincitrici di appalti provengono da “zone sospette” del Sud e i boss giungono a esportare le imprese sul territorio, a cominciare dall’acquisizione di attività commerciali: le famose pizzerie.
La terza fase è quella presente degli anni 2000, trattata, in parte, dall’inchiesta “Aemilia”. Secondo Mezzetti, sarebbe stata solo la congiuntura dell’eccezionale crisi economica a spingere gli imprenditori locali “sani”, vessati dai debiti o dall’accumulo di merce invenduta nei magazzini, osteggiati da banche che rifiutano finanziamenti e fidi, a ricorrere all’offerta di denaro cash più facile in circolazione, ovvero quella proveniente dalle attività criminali. Mezzetti parla di «nuova usura» a proposito delle nuove modalità di prestito in corso, che non prevedono più ritorsioni o atti di violenza in caso di mancato rispetto dei tempi di pagamento, bensì la cessione progressiva di quote aziendali pur nel rispetto della figura del titolare. Quello che la popolazione locale non sa è che una notevole porzione delle aziende locali, oggi, mantiene solo la facciata pulita dell’imprenditoria locale radicata sul territorio, ma appartiene in realtà ad organi mafiosi.

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«Non bisogna chiudere gli occhi e le orecchie» di fronte al fenomeno mafioso, auspica il Vicesindaco Cavazza, illustrando l’attività di prevenzione dell’illegalità svolta dal Comune di Modena. «Non bisogna tollerare, perché la tolleranza è lo spazio fertile in cui prospera la mafia». La partita si gioca, dunque, sulla responsabilità personale e sull’educazione dei giovani anche attraverso la scuola, come aveva precocemente intuito il magistrato Rocco Chinnici, illustre vittima della mafia e sempre presente nei ricordi commossi della figlia Caterina e del collega Giuseppe Ayala che consegnano a studenti e docenti le sue parole: «Sono stato in una scuola a seminare legalità. Non so se la pianta crescerà, ma nessuna pianta cresce senza seme». La scuola deve e può fare qualcosa e la dirigente dell’USP di Modena, Silvia Menabue, annuncia a sorpresa, nell’ambito dell’organico potenziato previsto dalla Legge 107, l’attribuzione di 537 docenti alle scuole di Modena e provincia che non entreranno in classe a fare lezione ma si dedicheranno esclusivamente a progettare interventi a sostegno della legalità e a formare gli studenti alla cittadinanza attiva. Quindi, non più parentesi saltuarie di educazione alla legalità ma compito sistematico attribuito per la prima volta ai docenti designati.

Gli studenti presenti hanno sentito più volte, nel corso della loro carriera scolastica, il racconto delle imprese di giudici eroi e martiri della nazione e, come accade spesso, il peso di parole abusate diminuisce progressivamente con la ripetizione nel tempo. Ecco che la conclusione a cui si arriva, al termine del dibattito, mette in discussione proprio il valore linguistico di parole come “eroismo” e “legalità”, abusate e sentite ormai lontane dall’universo giovanile contemporaneo. È povero quel paese che ha bisogno di eroi e anche quello che si nasconde dietro il termine “legalità” per spostare su qualcosa di astratto la responsabilità personale di ciascuno di noi. Il rinnovamento dei cittadini responsabili del futuro passa, dunque, prima di tutto attraverso le parole.

Accoglienza profughi, ecco il vademecum CEI

La misericordia non si può predicare solo a parole. Servono “gesti concreti” come ha chiesto papa Francesco, il 6 settembre scorso, invitando parrocchie, comunità religiose, monasteri e santuari ad ospitare famiglie di profughi in fuga «dalla morte per la guerra e la fame». E se l’accoglienza è «personalizzata e familiare», aiuta più facilmente un processo di inserimento e di integrazione nelle comunità locali.
Il gesto caritatevole che si sta moltiplicando anche nelle diocesi italiane, a fianco delle azioni messe in campo dalle prefetture e dalle amministrazioni pubbliche, assume così una funzione educativa che favorisce la cultura dell’incontro e aiuta a superare i pregiudizi e le paure il più delle volte ingiustificati. «Accompagnare le diocesi e le parrocchie» nel cammino dell’accoglienza verso i richiedenti asilo e rifugiati, è quindi la migliore risposta al populismo, che sfrutta il tema dei migranti per creare conflittualità sociale e racimolare un facile consenso politico.

Chiesa in prima fila
Per questo il Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana ha stilato un vademecum rivolto alle diocesi italiane che già si trovano in prima fila nel servizio, nella tutela, nell’accompagnamento dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Infatti, su circa 95.000 persone migranti ospitate nei diversi Centri di accoglienza ordinari (CARA) e straordinari (CAS), nonché nel Sistema nazionale di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), diocesi e parrocchie, famiglie e comunità religiose, accolgono in circa 1.600 strutture oltre 22.000 migranti. Nel documento sono contenute indicazioni concrete per aiutare le chiese locali a «individuare forme e modalità per ampliare la rete dell’accoglienza», sempre «nel rispetto della legislazione presente e in collaborazione con le istituzioni».

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Ogni anno giubilare – ricorda la CEI nell’introduzione – è caratterizzato da gesti di liberazione e di carità. Giovanni Paolo II nel 2000 invitò diocesi e comunità religiose a opere di liberazione per le vittime di tratta e chiese a tutte le parrocchie italiane un gesto di carità e di condivisione per il condono del debito estero di due paesi poveri dell’Africa: la Guinea e lo Zambia. Ora, nell’Anno santo della misericordia, alla luce di un fenomeno straordinario di migrazioni forzate che sta attraversando il mondo e interessando i paesi europei, il papa chiede per queste persone «una speranza di vita».

Le tappe dell’accoglienza
La CEI suggerisce quindi un “percorso di accoglienza” nel quale si cura la preparazione della comunità, articolandola in alcune tappe: informazione, finalizzata a conoscere chi è in cammino e arriva in Italia, formazione per preparare chi accoglie (parrocchie, associazioni e famiglie) con strumenti adeguati; e ancora costruire una piccola équipe di operatori a livello diocesano e di volontari a livello parrocchiale e provvedere alla loro preparazione non solo sul piano sociale, legale e amministrativo, ma anche culturale e pastorale, con attenzione anche alle cause dell’immigrazione forzata. Per questo Caritas e Migrantes a livello regionale e diocesano sono invitate a curare percorsi di formazione per operatori ed educatori delle équipes diocesane e parrocchiali.

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«Le Chiese in Italia – spiega la CEI – sono state pronte nell’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati, in collaborazione con le istituzioni pubbliche, adottando uno stile familiare e comunitario». La diocesi non si impegna a gestire i luoghi di prima accoglienza, né si pone come soggetto diretto nella gestione di esperienze di accoglienza dei migranti. La Caritas diocesana, in collaborazione con la Migrantes, curerà la circolazione delle informazioni sulle modalità di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati in parrocchie, famiglie, in comunità religiose, nei santuari e monasteri e raccoglierà le disponibilità all’accoglienza. «La famiglia – prosegue il vademecum – può essere il luogo adatto per l’accoglienza di una persona della maggiore età. L’USMI e il Movimento per la vita hanno dato la disponibilità della loro rete di case per accogliere le situazioni più fragili, come la donna in gravidanza o la donna sola con i bambini».

Modalità e tempi
Dove accogliere? La CEI parla di alcuni locali della parrocchia o di un appartamento in affitto o in uso gratuito, presso alcune famiglie, in una casa religiosa o monastero, negli spazi legati a un santuario, che spesso tradizionalmente hanno un hospitium o luogo di accoglienza dei pellegrini, acquisite le autorizzazioni canoniche ove prescritte. «Pare sconsigliabile – precisa il documento – il semplice affidamento alle prefetture di immobili di proprietà di un ente ecclesiastico per l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, per la problematicità dell’affidamento a terzi di una struttura ecclesiale senza l’impegno diretto della comunità cristiana».

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Le categorie di migranti che possono ricevere ospitalità in parrocchia o in altre comunità «sono coloro che presentano queste caratteristiche: una famiglia (preferibilmente); alcune persone della stessa nazionalità che hanno presentato la domanda d’asilo e sono ospitati in un Centro di accoglienza straordinaria (CAS); chi ha visto accolta la propria domanda d’asilo e rimane in attesa di entrare in un progetto SPRAR, per un percorso di integrazione sociale nel nostro paese; chi ha avuto una forma di protezione internazionale (asilo, protezione sussidiaria e protezione umanitaria), ha già concluso un percorso nello SPRAR e non ha prospettive di inserimento sociale, per favorire un cammino di autonomia».
Per i minori non accompagnati, il percorso di accoglienza è attivabile nello SPRAR. Per la delicatezza della tipologia di intervento, in termini giuridici, psicologici, di assistenza sociale, intrinseci alla condizione del minore non accompagnato, il luogo più adatto per la sua accoglienza non è la parrocchia, ma la famiglia affidataria o un ente accreditato come casa famiglia, in conformità alle norme che indicano l’iter e gli strumenti di tutela.

Alla luce del fatto che 2 migranti su 3 nel 2014 e nel 2015, dopo lo sbarco sulle coste, hanno continuato il loro viaggio verso un altro paese europeo, nei luoghi di arrivo e di transito dei migranti (porti, stazioni ferroviarie in particolare) «potrebbe essere valutato un primo servizio di assistenza in collaborazione con le associazioni di volontariato, i gruppi giovanili, l’apostolato del mare».

Quanto ai tempi, mediamente il tempo dell’accoglienza varia da sei mesi a un anno per i richiedenti asilo o una forma di protezione internazionale. I tempi possono abbreviarsi per chi desidera continuare il proprio viaggio o raggiungere i familiari o comunità di riferimento in diversi paesi europei. «In questo caso, potrà essere significativo, per quanto possibile, che la parrocchia trovi le forme per mantenere i contatti con i migranti anche durante il viaggio, fino alla destinazione».

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Aspetti legali
Sul fronte degli aspetti amministrativi e gestionali – spiega la CEI –, l’accoglienza di un richiedente asilo in diocesi, come in parrocchia e in famiglia, «ha bisogno di essere preparata e accompagnata, sia nei delicati aspetti umani come negli aspetti legali, da un ente che curi i rapporti con la prefettura di competenza. Per questo sembra auspicabile che in diocesi si individui l’ente capofila dell’accoglienza che abbia le caratteristiche per essere accreditato presso la prefettura e partecipi ai bandi. Questo ente seguirà con un’équipe di operatori le pratiche per i documenti, i vari problemi amministrativi e anche l’eventuale esito negativo della richiesta d’asilo. All’ente capofila, attraverso il coordinamento diocesano affidato alla Caritas o/e alla Migrantes diocesana, arriveranno le richieste di disponibilità dalle diverse realtà ecclesiali (parrocchie, famiglie, case religiose e santuari) e curerà la destinazione delle persone».

La parrocchia diventa, pertanto, una delle sedi e dei luoghi distribuiti sul territorio che cura l’ospitalità, aiutando a costruire attorno al piccolo gruppo di migranti o alla famiglia una rete di vicinanza e di solidarietà che si allarga anche alle realtà del territorio. L’impegno accompagna il migrante fino a che riceve la risposta alla sua domanda d’asilo, che gli consentirà di entrare in un progetto SPRAR o di decidere la tappa successiva del suo percorso.

L’uomo dei Balcani

Albania, 1999. Il Paese sta faticosamente uscendo da una situazione di disperazione e caos successiva alla fine del comunismo e al conseguente immediato collasso di tutte le strutture economiche. Tra il 1996 e il 1997, la truffa delle piramidi finanziarie che coinvolge i vertici dello stato e causa la rovina economica di migliaia e migliaia di cittadini albanesi, provoca proteste in tutto il Paese e dà il via a una stagione di completa anarchia. Una vera e propria guerra tra bande rivali che, secondo il quotidiano tedesco Sonntag lascia sul campo 6.500 vittime e un paese completamente distrutto. Nel 1999 infine, la crisi in Kosovo raggiunge il suo culmine e con l’inizio dell’attacco Nato alla Serbia del 24 marzo centinaia di migliaia di profughi si riversano oltre confine in territorio albanese.

Fonte immagine: Archivio Operazione Colomba.
Fonte immagine: Archivio Operazione Colomba.

L’Italia dà il via alla Missione Arcobaleno per prestare soccorso ai profughi in fuga dal conflitto. Si mobilitano anche istituzioni statali decentrate come Regioni e Comuni il cui apporto organizzativo sul campo confluirà nel maggio di quell’anno nel PASARP (Program of Activities in Support of the Albanian and Refugee Population). Un programma nato in risposta alla richiesta di assistenza del governo albanese a quello italiano, allora guidato da Massimo D’Alema, per fronteggiare la crisi. Inizia da qui la lunga storia, durata sedici anni, tra il funzionario regionale Luca De Pietri e i Balcani. Una storia che è poi quella dell’impegno, ininterrotto per anni, di decine di istituzioni emiliano-romagnole – Regione, Provincie e Comuni – per favorire la stabilizzazione e lo sviluppo di un territorio, i Balcani, che storicamente funge da porta d’accesso al nostro Paese e all’intera Europa occidentale, come non mancano di dimostrare i drammatici fatti di oggi.

campo Modena di Scutari
Campo Modena di Scutari

“Partimmo da Modena in una ventina di persone i primi mesi del ’99 – racconta De Pietri – quando ancora non si sapeva se la Nato avrebbe attaccato Milosevic, ma l’afflusso dei profughi dal Kosovo verso l’Albania era già un’emergenza. Dovevamo raggiungere un vecchio capannone a Scutari, nel nord est del Paese, dove i tecnici della Municipalizzata modenese si erano già recati in precedenza per allestire 24 bagni e docce. Allora ero impiegato come istruttore guardiacaccia in Provincia e il mio compito era quello di guidare la colonna e organizzare un campo profughi. Perché scegliere un guardiacaccia? Per la divisa che portavo, molto utile in quelle zone per ottenere rispetto dalla popolazione locale anche se magari non era in grado di capire a quale istituzione facessi capo. Così come fondamentale era la piccola jeep Suzuki con sirena che la Provincia mi aveva dato in dotazione”.

Luca De Pietri
Luca De Pietri

“Profughi kosavari a parte – prosegue – allora l’Albania era un paese ancora in pieno caos. Semidistrutto ovunque, con strade impraticabili, una popolazione poverissima vittima delle violenze di decine di bande armate, compresa probabilmente la polizia ‘rappresentante’ lo Stato. Armi ovunque. Al mercato di Scutari si potevano tranquillamente comprare Kalasnikov di tutti i tipi, dalla versione più economica di fabbricazione cinese a quella de luxe cecoslovacca, poi pistole e bombe a mano in cassetta. In tutta la zona intorno al nostro campo, c’era un solo bar aperto. Più tardi scoprì che il proprietario aveva installato sul tetto una mitragliatrice antiaerea per difesa personale che lo aveva protetto da incursioni criminali”.

“Della situazione avemmo sentore appena arrivati da Bari al porto di Durazzo. Con la nave attraccata alla banchina, restiamo in attesa di essere sdoganati per quattordici lunghissime ore. Nessuno ci dice niente, il tempo sembra sospeso. Finché un camionista decide di rompere gli indugi, sbarca col suo mezzo, sfonda una rete di protezione e ce ne andiamo tutti. Arriva la sicurezza italiana della Missione Arcobaleno e ci scorta fino a Croia, una ventina di chilometri da Durazzo. Da lì, per i 120 chilometri fino a Scutari il viaggio è assurdo. La strada si può definire tale solo per modo di dire. Tutto quel che esisteva intorno è depredato dalle bande scese dalla montagna che frequentemente attaccano anche ai convogli. Cominciamo a capire qual è veramente la situazione e l’adrenalina comincia a salire. Rimarrà altissima, per me, per tutti noi, per l’intero periodo di permanenza in Albania”.

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Dagli iniziali quindici giorni previsti, De Pietri e gli altri – tra tecnici, amministrativi e staff medico – rimarranno a Scutari per tre mesi abbondanti, fino a quando, l’11 giugno si ritirano dal Kosovo i contingenti paramilitari e la polizia serba, e nel giro di pochi giorni si svuota completamente il campo profughi e le famiglie, principalmente donne e bambini, maschi giovanissimi e anziani, rientrano nelle loro case.

“In quei mesi – prosegue De Pietri – siamo arrivati ad ospitare ed assistere quasi 500 profughi in una situazione di altissima tensione. In città era pericoloso girare anche di giorno. Colpi d’arma da fuoco, principalmente d’avvertimento, erano la norma in giro per le strade. Di notte poi, era impossibile uscire: troppo pericoloso. A Scutari c’erano seicento clan in guerra tra loro. Vuol dire che se i maschi uscivano di casa e incrociavano qualcuno di un’altra famiglia finiva a pistolettate e coltellate. Inoltre, i Serbi trattenevano al confine migliaia di persone in fuga per poi rilasciarle di colpo creando così improvvise ondate a cui dovevamo di volta in volta far fronte. All’arrivo, le migliaia di profughi venivano concentrati dagli albanesi in una ex manifattura tabacchi, enorme perché in passato aveva fornito di sigarette e tabacco a tutto il paese. Nei sotterranei avevano messo in piedi una specie di tendopoli. Una situazione terribile. Periodicamente, le autorità albanesi ci fornivano una lista di persone da traslocare nel nostro campo. Gente che li pagava, potendolo fare, per migliorare la propria situazione. Altri andavo a prenderli io di nascosto e li caricavo quattro o cinque alla volta sulla mia piccola Suzuki. Donne e bambini soprattutto che si trovavano in condizioni particolarmente critiche. Fin quando mi hanno beccato e non ho più potuto portar via nessuno da lì”.

Photo credit: Crescere in un campo profughi Serbia via photopin (license)
Photo credit: Crescere in un campo profughi Serbia via photopin (license)

A giugno, a emergenza conclusa, il gruppo rientra in Italia, a Modena. “Tornato a casa – ricorda oggi De Pietri – non capivo più cosa fosse l’Emilia, questo posto sereno e tranquillo lontano anni luce dall’esperienza drammatica che avevo vissuto. Un’esperienza straordinaria che auguro a molti, oltre che una grande soddisfazione personale per la fiducia che mi ha dato la Regione. Fiducia che penso di aver corrisposto operando in loco ed evitando così un sacco di casini, lì e anche qui”. Una stima confermata anche in seguito, visto che per i quindici anni successivi, fino a quest’anno, De Pietri ha continuato ad operare nei Balcani, tra Scutari, Tirana e Belgrado, per conto della Regione. Per dieci anni vivendo da quelle parti, negli ultimi cinque facendo la spola tra Modena e le varie sedi di progetti coordinati dalla Regione.

Progetti di sviluppo finanziati da varie istituzioni nazionali e internazionali, dall’Onu al Ministero degli Esteri, dalla Banca Mondiale fino a piccole Amministrazioni comunali, per promuovere la governance locale: gestione e pianificazione del territorio, dei servizi sociali e sanitari, sviluppo economico. Insomma, tutto quel che viene dopo l’emergenza in aree di conflitto. Progetti che per tutti questi anni hanno visto coinvolte in prima persona le più diverse istituzioni emiliano-romagnole, ma che oggi la Regione considera conclusi. Con grande rammarico di De Pietri: “Non riesco a trasmettere la necessità strutturale di dotarsi di strumenti oltre che per essere presenti continuativamente, anche per conoscere quel mondo che è praticamente sotto casa. Purtroppo, se funzioniamo alla grande in situazioni di emergenza, siamo impreparati nell’attuare politiche di sviluppo. Al di là dell’Emilia-Romagna, manca una strategia complessiva, una visione politica d’insieme da parte dell’Unione europea che, se offre sicuramente fondamentali valori di riferimento e importanti risorse economiche, non esiste dal punto di vista politico come identità unica in grado di condizionare e realizzare politiche di ampio respiro in un’area come quella balcanica e non solo”.

Che i Balcani in nessun modo possano considerarsi una zona sicuramente pacificata anche negli anni a venire, lo può confermare anche chi scrive, dopo aver aver trascorso qualche giorno a Sarajevo, in Bosnia, e averne tratto un video reportage di cui forse (al di là di averlo realizzato personalmente) sarebbe opportuna la visione. Perché dimostra come “abbassare la guardia” politica sui Balcani può sempre riservare sorprese. Perché essere bravi nel “gestire le emergenze” dovrebbe comportare almeno altrettanta bravura nel prevenirle.

Curiosamente (ma non troppo), di un pomeriggio che dovevamo passare a chiacchierare con De Pietri di quindici anni di esperienze nei Balcani, la maggior parte del tempo è volata via presi entrambi dal racconto della sua “prima volta”: quei tre mesi a diretto contatto con un’immane tragedia come la guerra e le sue vittime. Un’esperienza che chiaramente lo ha segnato in maniera definitiva perché, come scrive Massimo Fini nel suo provocatorio pamphlet “Elogio della guerra”, questa ha il pregio indiscutibile di “ricondurre tutto, a cominciare dai sentimenti, all’essenziale. Ci libera dell’orpello, del superfluo, dell’inutile, ci rende, in ogni senso, più magri. La guerra conferisce un’enorme valore alla vita. Il rischio concreto, vicino, incombente, della morte rende ogni attimo della nostra esistenza, anche il più banale, di un’intensità senza pari”.

Riflessioni che non dovremmo mai mancare di fare – anche se la maggioranza di noi in questa pasciuta e tranquilla Emilia non ha mai vissuto simili esperienze – quando giudichiamo con superficiale sufficienza, o addirittura con contrarietà e fastidio, quanto sta accadendo in queste settimane a tante altre vittime in fuga da situazioni e da guerre oggi non meno terribili di quelle di ieri.

In copertina, “Refugees From Kosovo” immagine di Carol Guzy vincitrice del Premio Pultitzer 2000.

Crescere nella legalità

Cresce anche in terra emiliana il virus multiforme e insidioso delle mafie, attratte dai soldi e dagli affari di un nord ricco e produttivo. Tra gli ultimi episodi un Comune, quello di Finale Emilia, sciolto per infiltrazione mafiosa, l’operazione Aemilia, con centinaia di indagati tra Reggio Emilia e Modena, un maxiprocesso che a Bologna si svolgerà al Palafiera perché non esiste un’aula di tribunale sufficientemente ampia da ospitare così tanti attori e convenuti.

Si diffondono però anche gli anticorpi di una società civile che reagisce alle ingiustizie, che desidera reimpossessarsi del proprio territorio e che si impegna a coltivare semi di giustizia a partire dagli interventi delle scuole. A Bomporto, nell’ambito del progetto “Crescere nella Legalità”, gli studenti si incontrano e si confrontano con esperti e testimoni della lotta alle mafie. Toccante la testimonianza di Vincenza Rando, l’avvocato responsabile dell’ufficio legale di Libera che sfida le mafie e che invita ad andare nelle aule di giustizia per rendersi visibili davanti a chi sottrae ricchezza e speranze, uccidendo, accaparrandosi risorse pubbliche. “Occorre andare ai processi, parteciparvi, guardare in faccia i boss mafiosi rinchiusi nelle gabbie con le loro liturgie paludate e i loro stuoli di avvocati ossequiosi e riverenti, perché di una società attiva, onesta e vitale loro hanno paura. La stessa paura su fondano tutto il loro consenso si ritorce contro di loro quando non la vedono riflessa negli occhi dei loro interlocutori”.

A Niscemi, in Sicilia, l’intera comunità scolastica è diventata protagonista di un’azione di resistenza civile e riappropriazione del territorio. “Qui per interessi malavitosi la costruzione di cinque edifici scolastici, iniziata diversi anni prima, non doveva arrivare a completamento, costringendo i bambini e i ragazzi a frequentare una sede provvisoria con i doppi turni. Per completare le scuole si decise tutti insieme di vigilare e presidiare durante il giorno i cantieri e rimanervi a staffetta anche durante le ore notturne. I cittadini del quartiere hanno cominciato a sentire quegli edifici abbandonati come qualcosa che apparteneva a loro e a renderli luoghi vivi di incontro e attività, anche di doposcuola, con i ragazzi. Al termine dei lavori i 5 edifici scolastici sono stati inaugurati e consegnati alla città e la cultura mafiosa è stata messa in crisi”.

Le sfide per lottare contro la criminalità organizzata sono tante, anche ai supermercati si può contribuire acquistano i prodotti, come quelli di Libera Terra, sorti dai dai terreni confiscati alle mafie, su cui nascono cooperative agricole che producono e vendono prodotti biologici, naturali, creando sviluppo e occupazione.
Non può mancare anche un lavoro a tappeto nei confronti degli Ordini Professionali, per fare in modo che avvocati, commercialisti, consulenti finanziari non cedano alle lusinghe dei clan e non si prestino a fare il gioco sporco, che promette guadagni facili, a patto di tacitare le proprie coscienze.
Forse però le battaglie più intense devono ancora essere combattute.

Tra i fronti che si dovrebbero ancora aprire per rendere ancora più incisiva la lotta alla criminalità organizzata di stampo mafioso, smettere di nascondere i testimoni di giustizia in luoghi lontani ma mantenerli protetti e scortati nei loro ambienti di vita in modo da non dimenticarli e fare anche un’azione di testimonianza civile nei confronti della comunità locale, e togliere i figli ai mafiosi. “In un Paese in cui si tolgono i figli a chi economicamente ha dei problemi – spiega Vincenza Rando – non esiste che lo Stato non tolga i figli ai mafiosi. Naturalmente vanno sottratti come estrema ratio, ma non è possibile che già a 5 anni assistano ad omicidi simulati per apprendere cosa faranno da grandi. Questo può servire anche alle donne della mafia che sempre più spesso sono a capo delle cosche rivelandosi estremamente spietate. Colpire la famiglia significa colpire il cuore dell’identità mafiosa”.
Per costruire insieme una società fatta di donne e uomini di buone maniere e buone abitudini, rispettosi delle regole e felici di essere parte di una società attiva e onesta e in questo un ruolo fondamentale lo fanno gli insegnanti e gli interventi nelle scuole.

A Bomporto il progetto “Crescere nella legalità” proseguirà con nuovi incontri e percorsi didattici. Con il determinante sostegno dell’Auser e di numerosi sponsor, oltre che delle istituzioni locali, i ragazzi scenderanno in Puglia, a Mola di Bari, per dar vita con le scuole pugliesi ad un gemellaggio sui terreni di una legalità oggi ritrovata.
A Modena migliaia di studenti delle scuole medie secondarie di primo e secondo grado parteciperanno agli itinerari didattici dedicati ai temi della legalità e della sicurezza raggruppati nella guida “Dalla parte giusta: La legalità, le mafie e noi”. Un ‘manuale d’istruzioni’ realizzato dall’associazione Libera per insegnanti e studenti perché questi possano diventare donne e uomini protagonisti attivi e responsabili del cambiamento.

In copertina, un’immagine di Giorgio Gennaro (Fonte: Piattaformainfanzia)

Libia, “Io, scambiato per un mercenario di Gheddafi”

“Pensavamo che con la caduta di Gheddafi sarebbe stata instaurata la democrazia”, dice Ibrahim madido di sudore dopo aver trasportato bancali al mercato Albinelli per tutta la mattinata. E’ un giovane uomo di nazionalità libica originario del Ciad, paese confinante con la Libia. “Prima di partire per l’Italia avevo uno spaccio alimentare di frutta e verdura a Bengazi, mi trovavo lì quando la guerra è scoppiata”, ricorda Ibrahim che fino alla vigilia della sua fuga aveva aderito alle manifestazioni di protesta che agitavano la Cirenaica dal febbraio del 2011. “Tutto è cominciato a Bengazi: le prime dimostrazioni erano spontanee, piene di entusiasmo, non c’erano fondamentalisti religiosi ma solo la voglia di libertà e di democrazia di un popolo oppresso per oltre 40 anni da un dittatore”.

Il 17 febbraio 2011 iniziava la rivolta in Libia nello slancio delle cosiddette “Primavere arabe”. Poco prima era stato deposto Ben Alì, presidente della Tunisia per 20 anni, poi è stato il turno di Hosni Mubarak, il rais d’Egitto per 30 anni. In Libia la ribellione è degenerata in una guerra civile ancora in corso. “Dal mese di gennaio 2011, quindi prima dell’inizio della sollevazione contro Gheddafi, c’erano agenti inglesi e francesi sul territorio libico, è stata una rivolta da subito manovrata da forze straniere”. A sostenerlo è un funzionario della Nato di origine emiliana, oggi in pensione che precisa di non parlare a nome dell’organizzazione: ”L’errore di Gheddafi è stato di minacciare pubblicamente gli insorti, l’Europa e gli Stati Uniti ma il Colonnello non aveva torto nel ritenere che l’insurrezione avesse dei padrini eccellenti”.

Muammar Gaddafi in 2010

Ibrahim è mulatto ed è stato scambiato per un mercenario al soldo di Gheddafi. “A Bengazi dopo le azioni di repressione contro i manifestanti si scatenò un’ira ancora maggiore nei confronti del Colonnello. Si diceva che quest’ultimo avesse arruolato dei mercenari dell’Africa nera per sopperire alle defezioni di alcuni reparti dell’esercito regolare, così si scatenò la caccia al nero e da manifestante per la democrazia sono diventato, per gli insorti, un soldato di ventura”.

La caccia al nero di cui parla Ibrahim è stato uno dei momenti più drammatici della fase iniziale della guerra civile. Una persecuzione che ha coinvolto centinaia di cittadini libici ritenuti a torto mercenari al soldo di Gheddafi. “Che il Colonnello avesse dei contingenti di mercenari provenienti dall’Africa sub-sahariana era una cosa nota ma quasi la metà della popolazione libica è meticcia. Prima della guerra la Libia era una meta ambita per i migranti di tutta l’Africa, la situazione economica non era difficile come in Tunisia e in Egitto”, spiega Ibrahim.

La Libia è un paese multietnico ricco di materie prime, gas e petrolio principalmente. Muammar Gheddafi, di cui il 20 ottobre si ricorda la morte violenta alle porte di Sirte, aveva teorizzato un pensiero politico panafricano e fondato l’Unione Africana aprendo all’immigrazione da tutto il continente. “Era chiaro che avrebbe fatto una brutta fine, come pensava di sconfiggere le forze Nato? Il massimo di speranza di vita per lui era di finire in una cella dell’Aia e non se la sarebbe neanche passata troppo male. Lo sapevate che gli alti ufficiali incarcerati per crimini di guerra hanno l’attendente? Come Doenitz a Norimberga”, dice l’ex funzionario Nato. “Tuttavia prima dell’intervento Nato l’opzione di un esilio dorato non è mai stata presa seriamente in considerazione dai governi occidentali: bisognava proporre chiaramente a Gheddafi un salvacondotto per lui e la sua famiglia e dargli la garanzia che avrebbe conservato il suo tesoro”, afferma l’ex burocrate Nato.

Il 17 marzo 2011 entrano in azione gli aerei francesi e inglesi ed inizia il conto alla rovescia per Gheddafi sebbene per mesi abbia tenuto in scacco le forze del neonato Consiglio Nazionale di Transizione appoggiate dagli aerei della Nato. Un intervento aereo “legalizzato” da una risoluzione Onu che prevedeva la costituzione di una “no-fly zone” per proteggere la popolazione civile precedentemente bombardata dall’aeronautica leale al Colonnello. “La Francia ha subito premuto per una un’interpretazione estensiva della “no-fly zone” in base al principio che per difendere i civili bisognava far fuori Gheddafi”, dice l’ex funzionario Nato.

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Ma ci sono motivazioni nazionali meno confessabili: la ricerca da parte dell’allora presidente Nicolas Sarkozy di una nuova popolarità interna attraverso un ideale nazionalista, sempreverde, di “grandeur” francese e gli interessi economici in ballo. “Avendo perso i contratti petroliferi in Iraq, data la sua non partecipazione all’invasione anglo-americana nel 2003, la Francia cercò di garantirsi in Libia una via preferenziale per l’approvvigionamento di materie energetiche”, afferma l’ex funzionario che ripete:”Le guerre si combattono sempre per motivi economici e politici e la politica è un’alchimia di principi e interessi”.

Totalmente estraneo ai calcoli geostrategici e alla realpolitik, Ibrahim si è trovato nel mezzo di una rivolta trasformatasi in guerra civile con violenze razziali e tempo per ragionare ne ha avuto poco. “A metà marzo hanno bruciato il mio negozio, da simpatizzante della rivolta mi sono trovato in pericolo di vita. Bengazi si era trasformata in un inferno, le violenze erano quotidiane e regnava il caos. Quando mio cugino è stato linciato a morte dalla folla nella caccia al nero, ho preso mia moglie e i miei tre figli e siamo scappati a est, verso Tripoli insieme a migliaia di altri profughi molti dei quali dalla pelle scura”. Il giovane libico racconta di come molti dei manifestanti della prima ora scapparono verso la Tripolitania inorriditi dalla crudeltà degli insorti e dall’ondata di violenza e di fanatismo fuori controllo divampata nell’ovest del paese.

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A quatto anni dalla morte del Colonnello Gheddafi la Libia è tutt’altro che pacificata. Lacerata da conflitti interni è piombata nel caos più totale con decine di milizie in guerra fra di loro e con due governi rivali in lotta: quello di Tobruk riconosciuto dalla comunità internazionale e quello di Tripoli. Ad aggravare lo scenario, verso la fine dell’anno scorso, una terza forza ha fatto ingresso nella guerra prendendo il controllo della città di Derna: sono le milizie affiliate allo Stato Islamico. Un conflitto che ha già causato la morte di migliaia di persone e l’emigrazione di altrettanti profughi.

Doveva esserci la democrazia ma il vento ribelle delle “Primavere arabe” ha finito per favorire le uniche forze organizzate in paesi senza cultura politica democratica: i jihadisti che, nel corso dei decenni, dal Maghreb alla Bosnia fino al Caucaso hanno accumulato un’esperienza militare sufficiente da destabilizzare intere regioni. “Si può reagire all’oppressione senza essere democratici – nota l’ex dirigente Nato – E’ una guerra complessa in cui l’aspetto religioso e quello tribale si incrociano e quando scoppia la pentola etnica anche coloro che facevano parte del regime precedente rispondono all’etnicità. E’ successo la stessa cosa in ex-Jugoslavia: i generali croati si sono schierati con il nuovo Stato croato”.

Il disastro umanitario in Libia ricorda quello in corso in Siria e in Iraq. I rifugiati muoiono stipati nei campi profughi del Niger e della Tunisia oppure nel deserto o nel Mediterraneo diventato un cimitero liquido. “L’Europa esce perdente dagli sconvolgimenti politici del Nord Africa. L’Italia in particolare, non aveva nessun interesse ad andare in guerra contro Gheddafi: si è impegnata in questo fronte per solidarietà con gli altri paesi Nato e per motivi esclusivamente umanitari. Con Gheddafi avevamo relazioni stravaganti ma normali: bloccava l’immigrazione selvaggia e i rapporti commerciali erano corretti. Ora la Libia è un paese devastato e l’Europa è colma di disperati”, osserva l’ex funzionario Nato.

Resta la malinconia negli occhi di Ibrahim che voleva la democrazia e oggi scarica bancali al mercato cittadino. Di quanti come lui che pensavano di rimanere a costruire una nuova società e che beffati dal corso della Storia probabilmente non torneranno mai più nel loro paese di origine.

Disco-loop: le foto delle discoteche e un’eterna Ghirlandina brillante

Ognuno ha i propri vizi, si sa. Alcuni molto comuni e abbastanza innocui, altri inspiegabili, vergognosi, misteriosi e inconfessabili, e sono questi gli unici interessanti. Io ad esempio non resisto alla tentazione di guardare le foto delle serate in discoteca, soprattutto delle persone che non conosco. E non parlo di sfogliare tre o quattro foto così, per noia o curiosità: parlo di album interi, spesso centinaia di foto tutte simili e tutte rappresentanti perfetti sconosciuti durante occasioni di divertimento.

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Uno dei motivi di questa forte attrazione verso le foto che documentano le serate in discoteca penso sia legato ai limiti della fotografia. Ad esempio una foto non è in grado di catturare il rumore e questa impotenza rende gli scatti molto suggestivi, perché si percepisce l’assenza, si vede il rumore che non c’è. Quindi le foto delle discoteche appaiono come degli urli silenziosi, come quello di Munch, raggelanti, sebbene – o forse proprio per questo – rappresentino nel 99% dei casi giovani simpatici e sorridenti in enormi spazi riempiti di rumore. Un rumore e una simpatia che non possiamo toccare ma che percepiamo comunque.

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A dire la verità i giovani nelle foto delle serate in discoteca non sono sempre tutti così sorridenti: una delle mie passioni, da osservatore feticista, è cercare nello sfondo le persone che in quel momento non sorridono. Sono l’equivalente dei fantasmi, dell’uomo nero, di quelle figure misteriose che appaiono nello sfondo di alcune vecchie foto. Per trovarli a volte bisogna aguzzare gli occhi, perché la vista di solito è ipnotizzata dai denti bianchi e sorridenti in primo piano iper-illuminati dal flash.

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Ma, se si guarda bene, se si fissa a lungo la foto, iniziano ad apparire: c’è sempre almeno una persona che in quel momento sembra non divertirsi. Sembra. E’ questo è il problema con le foto: forse quella persona soltanto in quella frazione di secondo ha smesso di sorridere; forse era stanco, forse era inconsapevole del comportamento dei propri muscoli facciali, eppure è stato “immortalato” (si dice così) inespressivo o, peggio, apparentemente triste, malinconico, comunque non coinvolto dal rito collettivo notturno, e così apparirà sui social network, dove tutto va a finire.

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La storia del sorriso nella fotografia in effetti è recente: prima non si usava sorridere nelle foto e infatti se si guardano le vecchie foto si noterà che i soggetti ritratti sono tutti piuttosto seri, in posa, alcuni perfino accigliati, corrucciati. I motivi sono principalmente due: primo, i tempi di esposizione erano lunghi e bisognava restare immobili, e sorridendo la foto rischiava di venire male; secondo, si facevano poche foto – a volte una sola nella vita – e non si voleva essere ricordati in quel modo. Perché? Il grande Mark Twain sintetizza il motivo con questa frase: “Una fotografia è il documento più importante e non c’è nulla di peggiore che passare alla posterità che con uno sciocco e stupido sorriso fissato sulla faccia per l’eternità”.

Mark Twain
Mark Twain

Se infatti guardate la foto più celebre del grande scrittore americano – famoso per il suo grande umorismo e per essere un tipo affabulatore e divertente – noterete che appare come una persona serissima. Oggi facciamo migliaia di foto: nessuno può dire con precisione quante foto esistano della propria persona. E’ difficile anche solo azzardare delle ipotesi. Cento? Mille? Diecimila? Quante volte siamo stati fotografati, o ci siamo fotografati da soli con quelli che il mondo ormai chiama selfie e Gianni Morandi autoscatti?

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Nelle serate nei locali si viene fotografati volontariamente e involontariamente, si finisce nelle foto degli altri (a volte si fa apposta con intento goliardico, gli americani lo chiamano photobombing), si finisce nelle foto sui giornali o sulle pagine Facebook delle discoteche, il giorno dopo o a volte perfino durante la serata. Insomma siamo lontani da quell’epoca in cui una foto era “il documento più importante”, come la definiva Twain, o quella in cui gli indiani d’America, si dice, avessero paura che uno scatto potesse rubare l’anima. La nostra faccia è conservata in server dall’altra parte del mondo e nei pc e negli smartphone di persone che non conosciamo.

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2015

“Il tempo è un gioco, giocato splendidamente dai bambini” ha detto Eraclito, forse. Guardando le foto delle discoteche si finisce in uno spazio di realtà fuori dal tempo. Potrebbero essere sempre le stesse persone, sempre nello stesso posto e sempre nello stesso momento, come condannate in un girone dantesco a sorridere, tenere bicchieri in mano e indicare in alto con le dita – per sempre. Cogliere differenze tra le varie epoche è sempre molto difficile. Forse i più giovani riescono a riconoscere una serata del 2013 da una del 2011 o del 2015, non lo so, come fanno gli intenditori con le annate del vino, ma io – nonostante gli anni passati a guardare album interi di foto che teoricamente farebbero di me un esperto – le trovo tutte uguali.

Anni '90
Anni ’90

Tempo fa, negli archivi del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, abbiamo trovato degli scatoloni con le foto di un’agenzia fotografica fallita. Una delle scatole raccoglieva le fotografie che documentavano la vita notturna di Modena e dintorni nei primi anni ’90. Non solo notturna: anche pomeridiana, dato che all’epoca i più piccoli andavano a ballare nel pomeriggio, mentre la notte era riservata per i più grandi.

Anni '90
Anni ’90

Erano discoteche enormi, potevano ospitare migliaia di persone ed erano sempre piene. La maggior parte oggi non esistono più, locali storici come il Picchio Rosso, il Picchio Verde, il Kiwi e il Piccadilly Stryx- Goya. Se non ci sbagliamo, le foto in questa pagina dovrebbero venire da quello che era noto come il Picchio Rosso, a Formigine, locale che non esiste più, dove sono passati artisti di calibro internazionale, e dove nel 1986 si festeggiavano i 10 anni del locale con ospiti Vasco Rossi, Gaspare e Zuzzurro.

Anni '90. Le ragazze sulla destra potrebbero essere del 2015. Il ragazzo a sinistra... beh, lui no.
Anni ’90. Le ragazze sulla destra potrebbero essere del 2015. Il ragazzo a sinistra… beh, lui no.

Ma, ospiti a parte, se guardiamo le foto dei ragazzi in discoteca, noteremo come nulla sia cambiato. Se le foto sono dei primi anni ’90 (alcune del 1995), si tratta di persone che oggi avranno 40/50 anni, non meno. Quelle che sono vive, dato che altre potrebbero essere morte: non lo sappiamo. Ma sono uguali ai loro figli e nipoti che oggi vediamo nelle pagine Facebook con sorrisi a trentadue denti e drink in mano, perché in un’epoca come la nostra, di continui revival, di moda che recupera gli anni ’80 e ’90 in modo ossessivo e si ripete sempre uguale, ciclicamente, e di nostalgici filtri fotografici vintage, queste foto potrebbero essere state scattate nei primi anni ’90 o l’altroieri, è difficile dirlo.

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2015

Perfino alcuni dettagli che potrebbero datare le foto con una precisione maggiore dell’esame del carbonio 14, ad esempio le pettinature o le montature degli occhiali, in realtà non ci aiutano: le pettinature ritornano, vediamo di nuovo 19enni con ciuffi alla James Dean, ragazze con ricci anni ’80 e occhialoni della nonna inspiegabilmente diventati cool. Solo forse con il video, che dà una maggiore ricchezza di dettagli, rende meglio l’atmosfera e ci restituisce il grande assente delle foto – il sonoro – percepiamo una sensazione di vecchio, di passato: ad esempio in questo bellissimo servizio di Antenna 1 del 1992.

Ma con le foto, niente da fare: siamo in un loop temporale, siamo nell’eterno ritorno. Le mamme sono uguali alle figlie, anzi potrebbero essere loro stesse le loro madri, come in quelle storie di fantascienza dove si ritorna indietro e si diventa padri del proprio nonno o cose di questo tipo. Cambiano forse le bevande e i cocktail, ma anche quelli ritornano, i giovani ripeteranno quel gesto, indosseranno ancora quella camicia a quadri, sorrideranno per sempre.

Anni '90
Anni ’90

L’unica vera differenza, quella che ci dà qualche indizio sull’epoca storica in cui ci troviamo e non ci abbandona per sempre naufraghi in questo oblio atemporale della memoria, è quello che i ragazzi hanno in mano. Bicchieri, sigarette, ma nelle foto anni ’90 manca una cosa presente in quelle del 2015: lo smartphone. Che ad essere sinceri appare poco, ma quando appare rovina tutto, come l’orologio al polso dell’indiano di Hollywood Party: la sua presenza distrugge l’incantesimo, quell’essere sospesi in un ciclo del tempo senza inizio e senza fine, circolare, e che ci dice con spietata precisione che ci troviamo qua, a Modena, nel 2015, nel presente.

Anni '90
Anni ’90
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(le foto del 2015 vengono dalla pagina Facebook della discoteca La Crepa)

Vedi anche: Giovane è la notte