Palmiro, l’omino che insegna a cambiare le regole del gioco

Tattiche di sopravvivenza in azienda e addirittura (s)management delle risorse umane: ma non sarà un po’ esagerato? «Per niente!». A rispondere è Arduino Mancini, consulente aziendale e coach specializzato in formazione e gestione del cambiamento, che di recente ha presentato a Sassuolo il libro “Palmiro e lo (s)management delle risorse umane – Tattiche di sopravvivenza aziendale”. Il protagonista è… Palmiro. Attraverso brevi ed efficaci capitoli, a cui si aggiungono le vignette disegnate dallo stesso autore, parla dei problemi reali legati alla vita in azienda, alla libera professione, al ruolo della risorse umane, e aiuta a tracciare una personale road map di definizione della propria identità professionale. Come farsi aumentare lo stipendio? Come valuti la qualità del tuo lavoro? Ha senso investire nella formazione? Quanto vale l’ignoranza? Come si scrive una lettera di dimissioni? Come si costruisce l’anti-curriculum?

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Nel polo dell’industria ceramica «la gestione delle persone non è troppo diversa da quella che incontriamo in altri distretti» spiega il coach Mancini il cui operato è tendenzialmente richiesto in aziende di medie dimensioni. «A Sassuolo ho trovato spesso persone che potevano essere valorizzate meglio e una predisposizione alla creatività non completamente sfruttata, come il design ceramico» spiega Mancini.

Arduino Mancini, lei cosa intende per “tattiche di sopravvivenza” in azienda?
«Con questo termine ho voluto indicare quelle azioni che Palmiro, il protagonista del libro, mette tutti i giorni in atto per cavarsela, uscire da situazioni difficili e raggiungere i suoi obiettivi. Perché tattiche? Perché Palmiro tenta diverse soluzioni; a volte ce la fa, altre fallisce. Ma si rialza sempre e prova qualcosa di diverso».

Ci dà soluzioni?
«No, Palmiro non offre soluzioni già confezionate. Egli mette a disposizione il suo bagaglio di esperienza, ciò che ha funzionato e ciò che farebbe oggi in modo diverso. Ma lascia sempre il lettore libero di scegliere e di progettare le sue azioni».

Si parla ormai spesso di capitale intellettuale e di capitale umano. Gli HR manager (figure che gestiscono le risorse umane all’interno delle aziende) sono davvero consapevoli del “patrimonio” che gestiscono?
«Il cambiamento è in atto. Cresce il numero di giovani HR manager che ha capito che il business lo fanno le persone e che il capitale umano va coltivato con cura. Tuttavia troppi professionisti credono ancora che gestire il personale significhi amministrare un contratto di lavoro e produrre buste paga».

In poche parole che cos’è l’anti-curriculum a cui lei dedica un approfondimento nel libro?
«Riporta senza riserve la vita professionale, inclusi gli insuccessi e le situazioni in cui la sorte ha avuto un ruolo decisivo (in un senso o nell’altro): insomma, quello che non scriveresti mai in un CV ufficiale per timore di essere escluso dalla selezione. Perché impiegarlo? Perché i selezionatori in gamba non credono al CV di chi non ha mai sbagliato niente e se vuoi distinguerti…».

Il soffitto di cristallo esiste davvero?
«Il soffitto di cristallo è una barriera invisibile che impedisce alle donne e alle minoranze di accedere alle posizioni di responsabilità: le donne guardano in alto e non vedono ostacoli, ma l’atmosfera che si respira in azienda è paritaria solo in apparenza. Mi domandi se esiste? Certo, ed è solidissimo. Specie in Italia».

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E come colpisce l’economia?
«Profondamente. Nel libro presento studi che mostrano come le donne alla guida delle imprese sappiano fare meglio degli uomini, poiché le aziende con un numero superiore di donne in C.d.A. producono utili significativamente più elevati. Inoltre, hanno livelli di istruzione più elevati e rappresentano un bagaglio di conoscenza enorme che teniamo a margine della produttività».

Che cosa ne pensa della “caccia ai giovani talenti”?
«Che sia dannosa. Essa si basa sulla convinzione che siano le persone più dotate a portare a casa i risultati, non l’organizzazione nella sua interezza. Una volta dichiarato che l’impresa investe sui talenti le altre persone si sentono autorizzate a tirare i remi in barca. Tutti devono avere la sensazione di poter offrire un contributo importante, altrimenti la motivazione finisce sotto i tacchi».

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Accade che professionisti siano al top delle loro energie tra i 30 e i 40 anni. Ma è noto che in Italia i passaggi di carriera importanti arrivano dopo i 40. Lei vede un’evoluzione nel futuro?
«Eurostat ci informa che in Italia solo il 27% dei manager ha meno di 40 anni, la percentuale più bassa in Europa. Si arriva a coprire posizioni di comando molto tardi e si tende e a rimanere ancorati alla mèta raggiunta fino alla pensione; in queste condizioni diminuisce drammaticamente la propensione al rischio e gli obiettivi dell’organizzazione vengono in secondo piano rispetto a quelli personali».

Il sospetto nasce. Dovremo forse aggiungere nel dizionario la parola smanagement (cattiva gestione) come il contrario di management (buona gestione)?
«Quando oltre la metà delle imprese che incontri ha una gestione delle persone improntata all’improvvisazione e quando, nella sua ricerca annuale circa l’impiego della tecnologia nella gestione del personale, il Politecnico di Milano sostiene che “la trasformazione dei processi di gestione rappresenta un percorso in atto che oscilla tra rivoluzioni già compiute per alcune Direzioni, e altre largamente incompiute”, come possiamo parlare di una gestione orientata a creare valore?».
…La domanda rimane aperta e sul blog Tibicon.net – gestito dall’autore – si possono dare le proprie risposte e scambiare esperienze con la community.

Esotismo alla giapponese (quando quelli “strani” siamo noi)

Pochi giorni fa, nel nord est dell’isola principale del Giappone c’è stato un forte terremoto. Anche a Tokyo si è fatto un po’ sentire, il lampadario ha oscillato a lungo ma noi e molti altri non ce ne siamo accorti. Troppo concentrati a guardare Massan, la telenovela mattutina della NHK, la Rai giapponese. Dal 1961, ogni mattina mette in onda telenovele semestrali seguite da gran parte della popolazione: ogni puntata dura 15 minuti precisi e permette agli indaffaratissimi giapponesi di distrarsi un pochettino prima della lunghissima giornata lavorativa. L’audience di alcune delle serie andate in onda in oltre 50 anni è stato altissimo. Ma il drama, o asadora, come vengono chiamati qui, in onda questa stagione, ci sta tenendo tutti particolarmente incollati agli schermi: per la prima volta la protagonista principale è una gaijin, una donna straniera!

massan2La serie racconta la storia vera di Rita Taketsuru, nata Cowan, una donna scozzese che agli inizi del Novecento scelse di sposare un giapponese e di seguirlo fino in Hokkaido, l’isola all’estremo nord del Giappone, per fondare una distilleria di whisky. Il whisky in questione è il Nikka, non tra i più conosciuti all’estero ma naturalmente completamente sold out in Giappone grazie al grande successo della serie. La telenovela ripercorre la storia della coppia, le difficoltà a integrarsi vissute dalla protagonista e a venire accettata in un Giappone in guerra con le potenze occidentali, ma anche le sfide, sempre superate con piglio scozzese.

masataka-taketsuru-and-ritaTra i temi affrontati, alcuni sono ancora molto attuali, e finalmente la rete nazionale se n’è resa conto: la figlia della coppia mista viene presa in giro a scuola per la mamma dai capelli biondi e l’accento strano, l’approccio fisico fra marito e moglie, pur essendo castissimo, prevede una gestualità e un’affettività che ancora oggi trovo di rado tra le coppie giapponesi. Inoltre alcune battute sono addirittura recitate in inglese.

Le coppie miste in Giappone sono in costante aumento: la telenovela sulla rete principale è stata un piccolo passo verso il loro riconoscimento da parte della società. Anche se l’Association of Foreign Wives of Japanese (associazione di mogli straniere in Giappone) lamenta che l’eroina sia stata resa molto più bionda dell’originale, per evidenziarne ancora di più la diversità. Sicuramente, per Charlotte Kate Fox, l’attrice che impersona Rita, si prevede una carriera folgorante qui in Giappone. Per noi gaijin, invece, una soddisfazione in più. E whisky per tutti!

Qui il trailer (attenzione, prima di guardarlo conviene prendere qualche lezione di giapponese):

PS La notizia del terremoto ha fatto interrompere la telenovela a causa di un alto rischio tsunami. Fortunatamente l’onda prevista è stata alta solo 20 cm.

Maria di Nazareth arriva a marzo. A teatro

Mio buon Giuseppe tu lo sai, la più carina in Galilea,
non era certo Betsabea, ma era Maria, la donna ebrea.

(Georges Moustaki – Giuseppe)

Rivisitare Maria di Nazareth attraverso la rilettura e la riscrittura. E’ stato questo l’obiettivo di un ciclo di tre anni di incontri del laboratorio di scrittura della scrittrice e critico letterario Sandra Tassi che hanno visto intrecciarsi le competenze della lettura tecnica e della scrittura letteraria fino ad arrivare a una riscrittura di gruppo che verrà presentata nell’evento di domenica 8 marzo, h 17, al Teatro Cittadella di Modena, “Il vento di marzo“. Un lavoro di gruppo è partito dalla lettura di tre opere di narrativa contemporanea accomunate dallo stesso tema: la figura di Maria di Nazareth, presentata da autori moderni di diversa nazionalità e credo religioso. Si tratta di “Il testamento di Maria” di Colm Toibin, uno dei maggiori scrittori irlandesi contemporanei,”Il nome della madre” di Erri De Luca e “Il vangelo dei bugiardi” della scrittrice ebrea americana Naomi Alberman. Dalla lettura, si è poi passati a una discussione guidata sui testi, per individuare il messaggio portante di ogni autore, per rinvenire in ogni lettura gli aspetti peculiari e l’originalità, sia dal punto di vista dello stile che dei contenuti. Infine il gruppo si è dedicato alla stesura di un testo a più mani, coeso nella narrazione, compatto nello stile, nuovo nella sua struttura ma, soprattutto, idoneo all’ascolto e non solo alla lettura personale. Il risultato è esattamente “Il vento di marzo”.

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La lettura comparata e pressoché simultanea dei tre romanzi – spiega Sandra Tassi – ha indirizzato non solo la scelta dei contenuti con cui intrecciare il tessuto della nostra nuova narrazione, ma ci ha anche orientato nella caratterizzazione dei personaggi. E’ apparso evidente fin da subito che la complessità della figura di Maria, colta in momenti diversi della sua vita – la giovinezza, l’età matura e la vecchiaia – costringeva a scindere il personaggio in due voci recitanti: quella di Maria (la donna anziana, sola, che ripercorre con il ricordo i momenti più terribili vissuti come madre di un giovane poi giudicato folle, e morto crocefisso); e quella di Myriam (la ragazza-fanciulla, trepidante d’amore, che guarda con fiducia al domani, moglie del suo Josef promesso sposo).”

“Naturalmente – continua Tassi – se nel testo è possibile distinguerle per sottolineare una parabola di vita che porta una donna dall’incanto della maternità allo strazio della perdita del figlio, sulla scena – che è concepita al tempo presente – è Maria nella sua interezza la figura reale. Seduta nella sua antica sedia, srotola all’indietro il nastro del tempo, mentre la memoria le regala, per brevi attimi, l’illusione benefica del ricordo: dunque si trasforma in quella giovane Miriam di Nazareth avvolta dal “Vento di Marzo”, e poi da lui penetrata come in una danza, finché non ha sentito dai fianchi di essere incinta. Nell’alternanza di presente e passato, Maria dissemina le sue comuni memorie di madre fino a soffermarsi, seguendo logiche emotive e non cronologiche, su episodi esemplari: le nozze a Cana di Galilea, quando avverte il primo distacco dal figlio e la inaspettata gelida indifferenza nei suoi confronti; il proprio “esilio” forzato, lontana dai luoghi della predicazione e senza rapporti con gli “amici” e seguaci del suo Yehoshua. Tra l’uno a l’altro momento, la “visione” della polvere del deserto che invade la stanza e le infonde la carnale maternità, di cui farà tesoro fino al Calvario, testimone del suo segreto”.

Per poter ammirare il “volto di Maria” che è uscito da questi tre anni di lavoro, non resta che recarsi domenica 8 marzo a teatro.

In copertina, una delle interpreti più famosi di Maria, Olivia Hussey nel “Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli.

Modena città aperta: intervista a Francesco Falcone

 

Francesco-FalconeA Modena non ha mai abitato, ma ci ha passato gran parte della vita – “dalle sette del mattino alle sette di sera, a volte anche oltre” – come segretario generale della Cisl. Francesco Falcone è un modenese d’adozione di origine pugliesi, oggi abita con la famiglia a Scandiano e lavora a Bologna, “anche se ancora adesso una volta a settimana sono a Modena per lavoro”. Attualmente è presidente dello IAL – Innovazione Apprendimento Lavoro, uno dei principali soggetti formativi dell’Emilia-Romagna, nato negli anni ’50 proprio dalla Cisl.

Come è arrivato a Modena?

“Io sono nato a San Giovanni Rotondo, ormai 58 anni fa. Sono arrivato in Emilia-Romagna nel ’77, ho iniziato come operaio alla Ceramica Valsecchia di Castellarano. Poi subito dopo, alla fine negli anni ’70, ho cominciato a lavorare per la Cisl, prima a Reggio e poi a Modena, e da allora non ho mai smesso. Nel 2011 ho dato le dimissioni da segretario generale della Cisl di Modena, dopo 11 anni di incarico.

Venendo dalla Puglia come apparivano Modena e l’Emilia all’epoca?

Modena era un punto di riferimento per i giovani meridionali. Io ero partito provvisoriamente, poi sono passati 40 anni e sono ancora qua. Il mio obiettivo era studiare e lavorare, poi purtroppo gli studi non li ho completati perché il sindacato mi ha assorbito completamente. Io sono della vecchia scuola, quindi penso che il sindacato, se lo fai per passione, non lascia spazio ad altro.

Allora l’Emilia era una regione in forte crescita, in espansione, un riferimento per tutto il resto d’Italia. Oggi forse meno: come tante altre regioni manifesta alcuni ritardi nell’innovazione, ad esempio nel sistema infrastrutturale, nella viabilità. Ma penso anche al sistema del dissesto idrogeologico del territorio o al problema dell’inquinamento. E ancora la disoccupazione, che qua sembrava impossibile, con una crescita occupazione inarrestabile, e invece poi abbiamo scoperto che non è così. Però la cosa che oggi mi amareggia di più è vedere i segnali di infiltrazioni mafiose, che, come sappiamo, erano presenti già diversi anni fa.

Ha mai vissuto con disagio la condizione di immigrato?

No, non ho mai vissuto la condizione di immigrato come disagio. Io ho sempre considerato Modena una città accogliente, seppur con certe contraddizioni mai risolte. Proprio il caso dell’immigrazione ne è un esempio. Circa metà dei cittadini di Modena non sono modenesi, si sono fatti grandi passi avanti ma si fatica a trovare un equilibrio. Quello dell’integrazione è un processo complesso, sempre in corso, sempre alla ricerca di nuove soluzioni. E una soluzione definitiva non si trova mai perché le situazioni cambiano, dunque si è sempre alla ricerca di nuovi equilibri.

Io, all’epoca, avevo l’idea di lavorare dove venivo collocato dalla provvidenza, e quindi se mi ritrovavo in Emilia dovevo cercare di dare il meglio di me stesso qua, come avrei fatto da un’altra parte. Sapevo cosa fare, volevo studiare e lavorare. Dovevo spostarmi per forza, era normale. In Puglia all’epoca molte facoltà non c’erano, alcune sono arrivate di recente. Quindi spostarmi era la prassi. Modena dava lavoro, sembrava avere una crescita illimitata, anche se negli ultimi anni abbiamo scoperto di avere dei limiti e di soffrire di certi ritardi.

Secondo lei quali sono le cause di questi ritardi?

Guardi, io mi ricordo che qua è sempre stato così: si ragionava molto, si facevano molte analisi, e poi si era molto lenti nel prendere le decisioni. Prenda la bretella Campogalliano-Sassuolo: sono 40 anni che se ne discute. Quarant’anni che si parla sempre della stessa cosa. Bisognerebbe essere più operativi. Ai tempi miei si discuteva tre anni se fare o non fare la piscina al parco Ferrari, e dopo tre anni di discussioni si arrivava alla conclusione che la piscina non si doveva fare. Oppure lo scalo merci di Marzaglia. Doveva essere operativo anni fa, e ancora si aspetta. Si rischia di parlare del nulla per anni, fare analisi, proposte, ma il problema di solito è decidere cosa fare, avere anche il coraggio e la responsabilità di fare. E’ inutile avere delle idee innovative che vengono realizzate dieci anni dopo.

Il paradosso sa qual è? Che si arriva alle conclusioni giuste, ma 15 anni dopo, quando ormai quelle conclusioni non hanno più senso. E’ come se oggi ordinassi una macchina nuova che però mi arriva fra tre anni, quando ormai sarà superata. Ci vuole più tempestività, più velocità nelle decisioni. Un altro esempio: la metropolitana di Modena. Ora, chiunque, anche appena arrivato in città, si accorge che la si può attraversare tutta a piedi in venti minuti, da est a ovest. Eppure si è discusso per anni di questa metropolitana. Alla fine ovviamente non si è fatta.

Oggi le cose sono diverse?

Secondo me Modena ha un gruppo dirigente in grado di risolvere i problemi, ma come molte comunità sconta il problema dei limiti della rappresentanza. Su Muzzarelli devo dire che, per come lo conosco io, penso che abbia le competenze amministrative e la conoscenza del territorio che possano portare la città a una svolta. Modena deve puntare a essere la numero uno, solo così sarà competitiva. Ma bisogna saper pensare insieme, progettare insieme, perchè l’individualismo in una comunità porta poco lontano.

Una sfida in 3D (guai in vista per l’Ikea)

Partiamo dall’inizio. Un FabLab (digital fabrication – fabbing laboratory) è un luogo dove poter inventare, prototipare, realizzare un progetto e unire competenze diverse e complementari, dove incontrare persone e scoprire nuove soluzioni a vecchi problemi. In un  FabLab sono presenti una serie di strumenti computerizzati  – per esempio le stampanti tridimensionali – in grado di realizzare a costi assolutamente accessibili, grazie anche all’impiego di software open source, una vasta gamma di oggetti che normalmente sarebbero appannaggio di produzioni di massa. Non è lontano il giorno in cui si potrà progettare e realizzare da soli che so, la propria cucina con tanto di utensili.

Concepiti al MIT di Boston, i FabLab si stanno diffondendo a livello globale, trovando la loro forza in una filosofia che unisce un’azione territoriale ad un network internazionale. Sono luoghi aperti alla creatività, all’innovazione, alla creazione di gruppi di interesse per uno scambio di conoscenze, competenze e risorse tra designer, imprese creative, artigiani, cittadini, scuole, università, professionisti, inventori (giovani e non, smanettoni e non), curiosi…

Ci sono tipologie molto diverse: da quelli più istituzionali, creati e promossi da enti pubblici, a quelli che emergono da una community di appassionati “dal basso”.

A Modena, in Strada Barchetta 77, c’è FabLab Modena, un progetto di Civibox, associazione che diffonde la cultura digitale a tutti i livelli (dall’alfabetizzazione informatica per gli anziani al percorso NewGame, sulla creazione dei videogiochi).

“Il FabLab è nato ormai un anno fa, anche se è solo negli ultimi mesi che siamo usciti dallo stato embrionale e abbiamo attivato diversi corsi, perché la formazione è fondamentale –spiega Caterina Bonora, vicepresidente di Civibox – Inoltre, abbiamo organizzato una prima e riuscita call 4 makers (eventi in cui è possibile proporre un proprio laboratorio pratico), e ne faremo altre, perché la community è altrettanto basilare.

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A livello progettuale, facciamo parte della rete regionale Mak-ER, promossa da Aster, e abbiamo collaborato con l’agenzia MAW sul territorio modenese per il progetto nazionale Girls Code It Better, per un accesso alla conoscenza scientifica e tecnica di un gruppo di ragazze delle scuole medie Marconi. Tali competenze saranno fondamentali per le lavoratrici di domani, e mi sembra estremamente positivo che si stia sviluppando una “coscienza di genere” in questo senso; è altrettanto significativo che una delle principali agenzie per il lavoro abbia creato un progetto con lo “sguardo lungo” per la parità sul lavoro, campo su cui si gioca la dignità della persona.

Stiamo sviluppando molte proposte progettuali, l’interesse da parte di start-up e privati è molto alto e vivace. Ma il FabLab è soprattutto un luogo dove competenze diverse si possono incontrare (casualmente o… li facciamo incontrare noi!): monitorate il sito fablabmodena.com o il gruppo Facebook Fablab Modena e veniteci a trovare negli orari di apertura al pubblico. 
Con gli altri spazi di making in sviluppo sul territorio (come l’Hub all’R-Nord) siamo in dialogo aperto, siamo assolutamente interessati a collaborare per un’azione sinergica su Modena”.

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I FabLab sono le nuove officine di una volta: dal meccanico al digitale. Come e perché stanno rivoluzionando l’economia? Rappresentano davvero il futuro dell’economia?
“Credo che siamo ad un punto di svolta – afferma Bonora – la stampa 3D esiste dagli anni ’80, ma è nell’epoca della sharing economy che il modello FabLab ha preso piede. Inoltre il modello statunitense è molto diverso dall’arcipelago italiano, con investimenti molto differenti. Diciamo che se qualche mese fa Obama si è fatto scannerizzare e stampare in 3D qualche interesse per la società e l’economia queste tecnologie lo devono avere!
Le tipologie di FabLab si stanno differenziando in modo netto: c’è chi ha un approccio più commerciale, da start-up o da service, e chi mette più al centro l’impatto sociale, i cui benefici si possono apprezzare nel lungo periodo, soprattutto dallo sviluppo di relazioni nuove tra le persone. Vi sono FabLab più indirizzati alla formazione, alla scuola, quelli che sperimentano nel campo del biomedicale, dell’edilizia, della domotica, della robotica, dei beni culturali.

La rivoluzione sta nell’approccio e anche nel mercato: se ognuno avrà in futuro in casa una propria stampante 3D, potremo crearci oggetti altamente personalizzati, progettarli in casa e in casa realizzarli. Grosso guaio per l’Ikea!
Rifkin descrive questa “Terza Rivoluzione Industriale” da anni, vi invito a leggere il suo pensiero. Forse possiamo pensare ai FabLab come nuovi spazi di aggregazione, conoscenza e lavoro per contenuti innovativi. Alla fine, dipende sempre dalle persone e dal reale interesse alla collaborazione, alla condivisione. Più idee, meno macchine.

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Cito una testimonianza interessante: un nostro giovane collaboratore, Alessandro Tassinari, sta facendo della sua competenza per la stampa 3D un lavoro: con FabLab Modena, come progettista e docente per i corsi di stampa 3D e con Stampa 3D Forum, un sito da lui co-fondato, un punto di riferimento nazionale per la divulgazione sul tema. A soli 24 anni, credo sia un percorso estremamente positivo, che sottolinea l’importanza di acquisire delle competenze di alto livello, seguendo le proprie passioni, e poi spenderle, mettendosi in connessione con gruppi di lavoro.

Parole d’ordine: imparare e creare. Due verbi impegnativi…
Non vi è l’una senza l’altra, direi. Né si finisce mai: la creazione è presente già, in potenza, nella conoscenza acquisita o nella persona con cui possiamo costruire qualcosa di nuovo. “Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.”, diceva George Bernard Shaw . Aggiungerei una parola, che è nella tua domanda, ma che è altrettanto importante e inscindibilmente intrecciata all’apprendimento e alla creazione: l’impegno.

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Come è andata per FabLab Modena la Fiera delle Opportunità e del Lavoro che si è tenuta nei giorni scorsi al Foro Boario?
La sala era piena e abbiamo ricevuto molte richieste e nuovi contatti: credo abbiano intuito le potenzialità dei contenuti del nostro talk anche gli organizzatori della fiera Ricomincio da Me, l’associazione Viceversa, che desidero ringraziare nuovamente. La due giorni è stata anche per noi una bellissima opportunità (a proposito!) per conoscere tante persone, tante possibilità, e anche per renderci conto che, nonostante la crisi, il territorio di Modena è molto attivo. Non a caso Modena è la città al 3° posto in Italia per Qualità della Vita nella classifica de Il Sole 24 Ore di dicembre 2014, per due motivi principali: proprio il lavoro e i servizi, che attraggono molte persone non “autoctone”.

Modena alla conquista degli States

La provincia di Modena gode di sana e robusta costituzione quando si parla di export verso gli Stati Uniti. Questo tema insieme a molti dati positivi sono stati presentati da Confindustria Modena e dall’American Chamber of Commerce in Italy durante il convegno “Mech Usa – Meccanica negli Usa – Strategie per l’anno 2015”, svolto il 17 febbraio all’auditorium Giorgio Fini in collaborazione con Confindustria Emilia-Romagna. In platea imprenditori desiderosi di conoscere opportunità e strumenti per crescere oltreoceano. Per conoscere il progetto Mech Usa è necessario partire da alcuni dati positivi che riguardano le aziende della Via Emilia. Quello regionale dell’export verso gli States ha toccato nel 2013 i 4,5 miliari di euro sorpassando di 1 miliardo il livello pre-crisi. Circa i 2/3 di questa cifra è da ricondurre al settore metalmeccanico, di cui la provincia è ricca: packaging, automotive, food processing, macchine utensili, meccanica di precisione, oleodinamica, meccanica agricola, macchine per la costruzione, componentistica. Sia la crescita dell’export totale sia quella dell’export del settore meccanico sono lineari: questa linearità, ovvero prospettiva di ulteriore crescita (il PIL degli Stati Uniti ha segnato un +5% nel terzo trimestre 2014), apre un quadro economico-strategico particolarmente ottimista. Nei primi nove mesi del 2014 (ultimi dati Istat) il manifatturiero “made in Mo” ha esportato verso gli Stati Uniti d’America per circa 1,1 miliardi di euro. Modena è la terza piazza di export dopo Milano e Torino.

Crescita uguale opportunità: il progetto Mech Usa promosso da Confindustria Modena vuole essere uno strumento per sostenere l’internazionalizzazione di aziende emiliano-romagnole che vogliono posizionarsi negli Stati Uniti. Si rivolge potenzialmente, quindi, a un parterre di circa 30.000 imprese del settore metalmeccanico (oltre 200.000 addetti al lavoro) ognuna delle quali può aderire entro il 4 marzo.

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Farrell Mabry, business developer American Chamber of Commerce in Italy, ha evidenziato nel corso del convegno come gli States siano fortemente interessati alla meccanica strumentale, comparto storicamente quasi ignorato (hanno favorito aziende di servizi) ma che dal 2011 al 2012 ha registrato una crescita del 6%. In particolare, l’interesse è verso beni strumentali funzionali al settore della stampa (editoria), il settore tessile, la lavorazione dei metalli, il settore alimentare. «Da non sottovalutare gli incentivi a profilo federale e a profilo statale di cui si può beneficiare, volti a favorire l’occupazione, l’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili, rivolti a far crescere le iniziative imprenditoriali». Tra gli stati più fertili per il metalmeccanico Texas, New Jersey, North Carolina. Ma come scegliere lo stato dove fare investimenti e instaurare una unità produttiva o una filiale? Mech Usa si occupa anche di questo. Premesso che alcuni stati sono così interessati ad accogliere aziende in procinto di fare investimenti (perché creano anche posti di lavoro) al punto da farsi “concorrenza” a vicenda, un primo tool (strumento, come direbbero gli americani) interessante è mappa www.clustermapping.us attivata a livello nazionale, a sostegno dell’economia americana, per la lettura dello stato dell’arte dell’economia, l’individuazione dei cluster, condurre ricerche e consultare dati. Primo lampante esempio di pragmatismo alla “maniera” americana.

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Tornando a Mech Usa, il progetto di Confindustria ha l’obiettivo di sviluppare accordi di collaborazione commerciale, produttiva e tecnologica tra imprese dell’Emilia-Romagna e controparti statunitensi. Per fare questo, il primo passo è il check up: definire i punti di forza e di debolezza dell’azienda candidata (ha risorse e strutture adeguate per approcciare gli USA?), organizzare missioni di business scouting e accompagnare a incontri B2B con il supporto tecnico dell’American Chamber of Commerce in Italy. Sicuramente i casi modenesi come Salami SpA, Bonfiglioli Riduttori SpA, Usco SpA presentati al convegno come success story modenesi – presenti da decenni nel “nuovo” continente – possono essere un riferimento autorevole e a portata di mano per stimolare nuove aziende a traghettarsi oltre l’oceano atlantico.

Informazioni sul progetto Mech Usa
Roeland Slagter – Area Estero di Confindustria Modena
estero@confindustriamodena.it

Tokuyoshi: le origini e il sogno di uno chef giapponese, di Modena

Oggi vi voglio raccontare una storia. Una storia affascinante, di successo, ma anche di dedizione, studio, concentrazione e grande volontà. Una storia dove i sogni giocano un ruolo determinante. E dove Modena ha un ruolo da protagonista.

Un bel giorno ho ricevuto un messaggio dalla mia sorella maggiore, che vive a Tokyo. “Vengo a Milano da te. Domani vediamo Yoji”. Subito non sapevo chi fosse. Yoji Tokuyoshi è un ragazzo giapponese che ha vissuto a Modena per quasi 10 anni. Arrivato in Italia per inseguire la sua passione, la cucina, approda all’Osteria Francescana per uno stage. Da qui la sua ascesa, prima come allievo e poi come sous chef di Massimo Bottura della tristellata Osteria Francescana. Un tipo qualunque, quindi. Uno di quei classici incontri che solo mia sorella è in grado di organizzare con tanta naturalezza. Ed eccolo arrivare, un volto sereno, in mezzo ad un’affollatissima osteria milanese, nella fretta della pausa pranzo lui sembra non accorgersi di nulla. Con gentilezza, ci racconta la sua storia. Ci dice che prova un grande affetto e rispetto per la nostra città. Per lui ha rappresentato l’occasione della vita, il trampolino di lancio, alla faccia di Londra, o New York. Qui ha trovato il suo Maestro, qui ha capito “come poter rintracciare l’arte e la cultura in ogni gesto quotidiano”. Sembra una poesia, ma è lei, è Modena in tutto il suo splendore, tra i vicoli umidi del centro, con i suoi prodotti freschi e deliziosi. E la passione di un artigiano.

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E da qui la consapevolezza, la ricerca di Yoji di un’identità propria, che unisse quanto appreso sulla cucina italiana e le sue origini. Un progetto, una visione: un ristorante suo, che portasse il suo nome. Ma questa volta a Milano, la città del 2015, che tutto può dare e tutto può togliere. Una sfida, insomma, voglia di crescere, di creare. Ed ecco così, in una location strategica, l’ex ristorante del suo amico-chef Pryan Wicky, già affermatissimo cuoco dell’omonimo locale, apre il Ristorante Tokuyoshi. Logo e lettering molto giapponesi, con una sorpresa: si mangia italiano. Il payoff di questo ristorante è, infatti, “Cucina Italiana Contaminata”. Anche se non suona molto bene, ci dice Yoji, proprio questo vuole essere: “Il nuovo ristorante porterà il mio nome, Tokuyoshi, quindi deve rappresentarmi il più possibile: non voglio dare vita all’ennesimo locale di cucina fusion, ma vorrei portare in tavola piatti che raccontino le mie esperienze. Il mio intento è fare esclusivamente cucina italiana, con prodotti locali, ma interpretata con l’occhio di un giapponese, impiegando tecniche e commistioni di sapori sempre saldamente legati al territorio di questo Paese, dove vivo ormai da anni”.

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Ebbene, arriviamo al dunque, ieri sera ci sono andata. Yoji ci aspettava con la solita gentilezza disarmante, ha voluto presentarci personalmente numerosi piatti e ci ha stregati con il suo animo umile e affascinate. Locale color verde petrolio, lampade minimal e piatti di pregiata ceramica giapponese. Il mix si presentava intrigante e così è stato. Una selezione di 9 portate scelte dallo chef, un percorso per scoprire gradualmente la sua ricerca e le sue contaminazioni. Una serata piacevolissima e dai sapori speciali, nuovi e sorprendenti. Il germoglio, un artistico rametto di carta, installazione e simbolo del ristorante, stava lì di fronte a noi, come a dire: ho appena messo la testa fuori, ma crescerò forte e robusto..
E infine la foto ricordo, da mandare a mia sorella a Tokyo: noi e Yoji ti aspettiamo, torna presto.

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Un pastore che sapeva scaldare i cuori

«Le persone burbere e arcigne ritengono che per essere seri occorra dipingere il volto di malinconia, di severità e trattare gli altri – soprattutto quelli ritenuti inferiori – con rigidità, durezza e arroganza. In realtà, la severità teatrale e il pessimismo sterile sono spesso sintomi di paura e di insicurezza di sé. L’apostolo deve sforzarsi di essere una persona cortese, serena, entusiasta e allegra che trasmette gioia ovunque si trova. Un cuore pieno di Dio è un cuore felice che irradia e contagia con la gioia tutti coloro che sono intorno a sé: lo si vede subito!». Non posso sapere a chi si riferisse papa Francesco quando, il 22 dicembre scorso durante gli auguri alla curia romana, inseriva nel catalogo dei 15 mali della Chiesa (tutta quanta l'”azienda-Chiesa”, dal primo cardinale a quello battezzato due giorni fa) la “malattia della faccia funerea”. Ho ben chiaro, però, di cosa si può sentire orfana la Chiesa modenese e tutta la città di Modena: di un pastore entusiasta e allegro, che sapeva contagiare con la sua gioia chi gli stava intorno.

Il vescovo Lanfranchi quasi ci stava stretto dentro quella talare nera che ha cominciato ad indossare nel 2003 dopo essere stato ordinato vescovo a Cesena. Ma per chi l’ha conosciuto da “don Antonio” – come il sottoscritto negli anni ’80, ai campi estivi di formazione delle équipe giovani di Azione Cattolica – sa che quell’aria del pastore che conosce le sue pecore tanto da avere il loro odore non l’ha mai persa. E’ una cosa che ti ritrovi dentro da sempre, perché la respiri in casa, in famiglia. Come ci ha raccontato qualche anno fa parlando dei suoi genitori, nell’intervista davvero preziosa realizzata assieme a p. Prezzi e pubblicata su un Quaderno del Ferrari: i miei genitori – disse – «legati ai ritmi della terra ne aspiravano la sapienza: mai esaltarsi quando le cose vanno bene e mai abbattersi quando vanno male. La vita semplicemente si attraversa con dignità e con la pace interiore che viene dalla convinzione di aver fatto quanto si doveva fare davanti alla propria coscienza credente e confidando in Dio».

Nelle ore dopo la sua morte, tanti lo stanno ricordando, tante belle testimonianze di persone a cui don Antonio “ha scaldato il cuore” con i messaggi, le lettere, gli incontri di questi anni a Modena. Non è mai un esercizio facile quello di sintetizzare (banalizzare? ingigantire?) in poche righe il “segno” che una persona, appena scomparsa, ha lasciato sulla strada da vivo. A titolo personale potrei concentrarmi sulla sua attenzione al mondo della comunicazione, sulla sua premura affinché il messaggio arrivasse sempre “pulito e chiaro” al destinatario (per un articolo con taglio “economico” mi ha chiesto di vedere, rivedere, sistemare e correggere la sua intervista quattro volte!). Ma ogni modenese ha potuto apprezzare direttamente il suo “stile” e il suo bisogno di “trasmettere” in ogni modo il Vangelo attraverso la felice tradizione delle “Lettere alla città” che come i suoi predecessori ha voluto mantenere.

Ripropongo quindi soltanto due punti (tra i tanti) che possono sintetizzare la feconda presenza di mons. Lanfranchi nella nostra città. Sono riflessioni raccolte nell’intervista di cui sopra, che uno può rileggere completa in questo Quaderno del Ferrari.

Ci ha chiesto di essere poveri.
Don Antonio è arrivato a Modena nel pieno della crisi economica: ha visto quanto una città ricca come la nostra ha cominciato a perdere pezzi; ha constatato quanto può essere lungo ripartire più sfibrati e più deboli. «Le risorse diminuiscono, non possiamo vivere come prima. È duro ammetterlo: andiamo verso una società più povera. Ma se essere più poveri vuol dire essere ancora più individualisti, siamo davvero sventurati. Per sé la povertà non significa una società peggiore, se si recupera in solidarietà e sussidiarietà quello che si perde nel conto in banca. Tutti più poveri, ma più solidali». Il vescovo ha quindi indicato un’altra direzione, quella di «attivare il desiderio, di far ripartire la passione, di non trasformare la crisi economica in crisi antropologica. Perdere il lavoro è un dramma, ma è assai peggio perdere la voglia di cercarlo. La terza direzione attiene agli interventi specifici».

Ci ha insegnato la pazienza e la passione.
Le virtù di un vescovo, secondo don Antonio, sono quelle che anni fa a mo’ di battuta aveva elencato il card. Siri: «le virtù necessarie sono quattro, cioè la pazienza, la pazienza, la pazienza e la pazienza». Ma per Lanfranchi se ne doveva aggiungere una quinta: «la pazienza con coloro che invitano il vescovo ad avere pazienza». Per lui “essere pastore” non era un mestiere relegato nel recinto ecclesiale, come ha dimostrato una volta per tutte in occasione dei tragici eventi legati al terremoto e all’alluvione in particolare nella Bassa Modenese. Il compito del vescovo «è riattivare il desiderio e la passione per Dio e costruire comunione. Come diceva Antoine De Saint-Exupery: “Se vuoi costruire una nave per attraversare il mare per un lungo viaggio non metterti a distribuire incarichi, a dare ordini, ma suscita prima la nostalgia per il mare sconfinato e vedrai che poi spontaneamente la gente porterà legna e svolgerà compiti”. Oggi viene meno il “desiderio”, la passione, si diffonde l’indifferenza e l’individualismo. Fra le virtù per riuscire ad essere costruttore di comunione e suscitare passione e desiderio metterei l’empatia e il distacco. L’empatia ti porta ad essere vicino a comprendere col cuore e non solo con la testa la vita degli altri, anche quando hanno idee diverse dalla tue. Il distacco ti permette di essere di fronte come guida per aiutare ciascuno a fare un passo in avanti. Dovrei parlare anche della condivisione della fede, ma mi limito a indicare un passaggio non sempre facile: la capacità di essere e stare da soli. In certi passaggi e in certi momenti bisogna saper abitare la solitudine. Certo, davanti a Dio. Anzi in Lui».

Com’è Modena vista da lontano

Com’è Modena vista da lontano? Non così lontano quanto Samantha Cristoforetti che, beata lei, Modena, l’Italia e il resto del pianeta Terra le vede dallo spazio. Ma come la vedono ad esempio i turisti che leggono le guide sull’Italia o i reportage di viaggio sulle più famose riviste americane?

Mi sono fatto questa domanda dopo aver incontrato un turista credo inglese o forse americano che, con cartina in una mano e guida turistica nell’altra, si aggirava nel centro semi deserto del pomeriggio modenese.

Mentre lo spiavo pensando di non esser  visto, lui si avvicina e mi chiede – non scherzo, giuro – dove si trova il più vicino McDonald’s. Io gli dico che ce n’è uno alla stazione dei treni, ma da piazza Grande non è così vicino, però ci sono diversi piccoli ristoranti qua intorno. Allora lui, avvicinandosi di più, un po’ imbarazzato, mi spiega che mi aveva chiesto del McDonald’s perché voleva andare in bagno. Gli indico i vari bar aperti e i bagni pubblici di piazza XX Settembre.

Ma a quel punto, guardandolo voltare le spalle alla Ghirlandina diretto verso un’attrazione meno spettacolare ma in quel momento molto più interessante, cioè i bagni, mi sono chiesto cosa avrebbe visto di Modena, cosa l’avrebbe colpito.

Nelle guide, per quanto approfondite e di qualità, le città vengono sintetizzate brutalmente, ed è interessante, per chi in quelle città ci abita, vedere come vengono rappresentate. L’esperienza del turista a Modena, secondo le guide straniere, in sostanza è riassumibile così: attraversare il centro storico a 250 km/h su una Ferrari mentre si mangiano i tortellini conditi con aceto balsamico. Non l’avete mai fatto? Beh, allora non conoscete davvero Modena.

tortelliniLa Lonely Planet, la famosa e diffusissima guida turistica australiana, scrive: “Se l’Italia fosse un pasto, Modena sarebbe il primo”. Cita i “giant tortellini”, il Lambrusco, i ristoranti, poi l’altra specialità del posto, cioè i motori, consigliando una visita al museo Ferrari. Infine aggiunge che Modena è nota anche per la sua “inquietante” (haunting, forse nel senso di indimenticabile, oppure proprio di spettrale, infestata?) cattedrale romanica. Finale dedicato in maniera sbrigativa al fatto che qua, tra gli altri, c’è nato “the late italian opera singer” Pavarotti.

Il New York Times invece nel 2012 ha dedicato alla città un reportage di viaggio dal titolo “36 ore a Modena” (sembra il titolo di un film d’azione) con un incipit indimenticabile:

Cos’hanno in comune il tenore Luciano Pavarotti e il fondatore dell’azienda di automobili Enzo Ferrari? Una cosa, la città natale: l’adorabile città di Modena, 90 miglia a nord di Firenze.

36Quindi Pavarotti e Ferrari ce li siamo giocati subito, nella prima riga, ma da notare che il punto di riferimento è Firenze.

Per gli americani infatti in Italia esistono soprattutto due città: Roma e Firenze. Le distanze vengono quindi calcolate in base a questi due punti di riferimento. Un po’ come facciamo noi per la Russia: si dice sempre che un posto è a una certa quantità di chilometri da Mosca, anche se sono mille. Le altre città praticamente non esistono (fatta eccezione per la splendida San Pietroburgo – a circa 700 km da Mosca).

Il New York Times prosegue consigliando una visita a un’acetaia storica, poi un salto all’Osteria Francescana e un mojito alla Pomposa. Il viaggio continua con una visita al museo Enzo Ferrari, dove “l’ingresso costa 13 euro, ma sognare è gratis”, poi un passaggio al “vivace mercato Albinelli”, dove sgranocchiare amaretti e culatello (non in quest’ordine si spera), focaccia o panino al bar Schiavoni e finalmente, dato che siamo lì, una visita al Duomo e alla Ghirlandina.

Sbrigata la parte storico-culturale, si passa subito all’altra cosa che agli americani piace dell’Italia, forse più del culatello: la moda. Il Ny Times scrive che “quando si tratta di stile, i modenesi seguono le orme dei loro compatrioti fashion milanesi”. Che non siamo sicuri sia proprio una cosa positiva.

Dopo un’altra cena a base di cucina tradizionale e Lambrusco, la mattina dopo consigliano una visita al Cimitero di San Cataldo, questa sì una sorpresa, dato che per primi i modenesi non sembrano apprezzarlo troppo, mentre il prestigioso giornale americano ricorda la parte progettata dal grande architetto Aldo Rossi, sottolineando che il luogo “invita alla contemplazione silenziosa” (confermiamo!).

Nelle ultime intense 36 ore di viaggio l’autrice del reportage, dopo aver contemplato nella quiete del metafisico cimitero San Cataldo, consiglia un test-drive all’autodromo, noleggiando magari una Lamborghini, per “trasformare le vostre fantasie automobilistiche in realtà”. A quel punto siete pronti per correre altrove dopotutto: siete a sole 90 miglia da Firenze.

centroSulla Rough invece il punto di riferimento è Bologna e quindi Modena viene descritta come “a soli trenta minuti da Bologna”. Viene poi specificato che “si è autoproclamata capitale spirituale dell’Emilia”. Poi parte il solito elenco: Ferrari, Maserati, Pavarotti, aceto balsamico – definito “a cult product in kitchens around the world” – e la cattedrale, il Duomo. Ma la cosa davvero bella di Modena, secondo la Rough, è “vagare nel suo labirintico centro storico, finendo la giornata con del buon cibo”.

Il cuoco televisivo Anthony Bourdain in una puntata del suo programma “No reservations” definisce l’Emilia un posto “spesso trascurato dai turisti rispetto alla Toscana o Venezia, oppure solo un posto dove fermarsi a prendere un prosciutto sulla strada per Roma”. Nell’episodio dedicato all’Emilia guida una Ferrari, assaggia l’aceto balsamico e si esalta per le specialità culinarie. Poi, probabilmente, è andato a Roma.

Insomma Modena vista dagli altri è soprattutto il posto dove vengono fabbricate delle macchine costose, dove si mangia una cucina tradizionale che, a quanto pare, soddisfa particolarmente il palato americano, e dove si produce l’aceto balsamico.

E in passato?

mappamodenaNella guida inglese “Handbook for travellers in Northern Italy” del 1869 c’è anche una parte dedicata a Modena. Diciamo che l’autore è sulla linea delle 36 ore del New York Times, anzi meno. Infatti scrive: “Poche ore, per molti viaggiatori quelle tra un treno e l’altro, saranno sufficienti a visitare le attrazioni più interessanti di Modena”. I treni erano pochi, quindi nell’attesa si poteva vedere tutta Modena, che all’epoca era più piccola di adesso, come si può osservare nella mappa “per viaggiatori” (all’epoca non esisteva il turismo) pubblicata nel libro.

L’autore consiglia poi di affittare una carrozza alla stazione dei treni per fare questo itinerario: Palazzo Ducale, Museo Lapidario, piazza d’Armi e Cittadella e poi tornare percorrendo la via Emilia. Grande entusiasmo per il Duomo, anche se “i dipinti sono mediocri”. Un altro paio di chiese ma poi arriva il treno, meglio dirigere la carrozza verso la stazione. Se si perde questo bisognerà aspettare il prossimo, e magari restare per altre ore a Modena.

Consigli utili per eventuali ladri d’opere d’arte

Diciamoci la verità. Quando l’estate scorsa è stata rubata dalla Chiesa di San Vincenzo la tela del Guercino raffigurante la Madonna con i santi Giovanni Evangelista e Gregorio Taumaturgo, ben pochi modenesi sapevano che un noto quadro dell’altrettanto noto artista di Cento fosse esposto proprio in una chiesa del centro di Modena. Il colpo da Occhi di Gatto, portato a compimento a un passo dal Tribunale, è l’ingranaggio di un meccanismo tristemente noto: conoscere il nostro patrimonio solo quando succede qualcosa di spiacevole, quando ormai è troppo tardi. Perciò, proviamo a prevenire.

Sebbene Modena sia maggiormente conosciuta per altre peculiarità, dal punto di vista artistico conserva opere di tutto rispetto, non solo nella Galleria Estense (che riaprirà i battenti a fine maggio dopo il sisma del 2012), ma anche nelle numerose chiese che punteggiano il centro storico. Come quelle della Modena barocca: architetture fastose ed esuberanti il giusto, nella rinnovata città che all’inizio del 1598 diventa capitale dello Stato Estense.

“La Pala della Peste” (XVII secolo), Lodovico Lana, Chiesa del Voto. Sospeso tra realtà cruda e visioni sovrannaturali, il quadro riunisce gli appestati che muoiono come mosche, i sani che pregano la Vergine e il Bambino, San Geminiano tutto bardato da Vescovo che porta con sé l’immancabile modellino di Modena, e i principali santi intercessori contro il morbo. La stessa Chiesa, attualmente chiusa per lavori di ripristino, viene infatti costruita dopo la peste del 1630 (quella de “I Promessi Sposi”), come offerta alla Madonna per porre fine alla terribile piaga.


L._Lana_Pala_della_peste

“Assunzione della Vergine” (1668-1675 circa), Francesco Stringa, Chiesa di San Carlo. E’ il più antico dipinto conservato nella chiesa, praticamente contemporaneo alla sua costruzione. Movimentata e volteggiante, questa Assunzione è alta più di quattro metri e il suo autore è uno degli artisti prediletti dalla corte estense: un pittore di punta per una chiesa di punta, progettata dallo stesso architetto del Palazzo Ducale, Bartolomeo Avanzini.

“Gloria dei Santi del Paradiso e Orchestra di Angeli Musicanti” (1652 circa), Mattia Preti, Chiesa di S.Biagio. Qui, gli amanti dei soffitti affrescati possono trovare pane per i loro denti. L’opera di Preti, allievo del Guercino, ricopre tutta la superficie interna del soffitto della cupola e del catino absidale. Da guardare con il naso all’insù, seguendo la spirale di nuvole fino a perdersi nella luce gialla traboccante di angeli.

San Biagio_Mattia Preti

Ma Modena è anche una “città plastica” e la scultura è il mezzo espressivo che più la caratterizza, attraverso la firma dei suoi due maggiori artisti: Antonio Begarelli (1499-1565) e Guido Mazzoni (1450-1518), che non si confrontano con marmi maestosi bensì con ruvide e popolari terracotte. “Realismo” e “teatralità” sono parole d’ordine per entrambi. Due esempi su tutti sono:

“La Deposizione dalla Croce” (1530-31), Antonio Begarelli, Chiesa di S.Francesco. La cima del Golgota è ventosa. Si vede dai veli svolazzanti delle pie donne che sostengono Maria, svenuta ai piedi della croce. E un corpo morto pesa, come si vede dalla diagonale che forma quello di Gesù – ancora in parte crocifisso -, dal braccio che penzola senza vita e dalla fatica degli uomini che cercano di portarlo a terra il più cautamente possibile. Il bozzetto che raffigura Maria sorretta dalle donne è oggi al Victoria&Albert Museum di Londra.

deposizione begarelli_particolare

“Compianto sul Cristo morto” (1477-1479), Guido Mazzoni, Chiesa di S.Giovanni Battista. Qui, Cristo è stato deposto. Il momento è quello del raccoglimento attorno al corpo e della disperazione degli astanti, espressa nella cura dei minimi dettagli, fissata per sempre nelle lacrime della Maddalena e nelle pieghe dei vestiti dove restano ancora tracce di colore (come si può ben osservare se si riescono a superare le traversie per entrare in chiesa e vedere l’opera).

Infine, Modena è una città medievale. Il suo Duomo è su tutti i libri di storia dell’arte come principale esempio di chiesa romanica in Italia e fra i più degni di nota al di fuori dei nostri confini. Non per nulla è patrimonio dell’Unesco. I quattro bassorilievi in facciata scolpiti da Wiligelmo verso il 1099 figurano tra le domande preferite dai professori universitari di arte medievale: sono le storie della Genesi, un libro di pietra per il popolo illetterato, che segue forse il filo di un dramma liturgico medievale chiamato “Jeu d’Adam” e rappresentato pubblicamente davanti agli edifici religiosi.

Wiligelmo,_La Creazione

Alzando poi gli occhi lungo le fiancate del Duomo si incontrano le cosiddette “metope“, otto bassorilievi medievali i cui originali sono custoditi nell’attiguo Museo Lapidario del Duomo. Lì è più facile guardare i dettagli di queste particolari raffigurazioni, dedicate ai popoli più remoti della terra ancora in attesa del messaggio cristiano: l’ermafrodito, il mangiatore di pesci, l’adolescente e il drago, la sirena bicaudata, l’uomo dai lunghi capelli, la grande fanciulla, la fanciulla e il terzo braccio, gli antipodi. Un tentativo di dare un volto, seppur bizzarro, alle cose lontane e sconosciute del mondo.

Maestro delle metope, gli Antipodi