Zuppa d’icone

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D’accordo, son cambiati i tempi e adesso le icone si creano e si distruggono nell’arco di qualche giorno, ma vi immaginate un presidente del consiglio, Andreotti o Fanfani, Spadolini o anche Monti o Letta come icone pop? Perché Matteo Renzi questo è ormai. Un’icona pop. Che è cosa diversa dal proliferare di meme, tecnicamente “unità auto-propagantesi” a livello cerebrale – all’atto pratico, video e immagini che diventano tormentoni sul web – che riguarda ormai qualsiasi personaggio più o meno famoso che finisce nel tritacarne dello sberleffo su Internet o per averne sparata (anche solo una) grossa, o per le proprie caratteristiche.

Nel primo caso rientra l’attuale sindaco di Torino Piero Fassino ad esempio, che con la sua celebre uscita del 2009 su Grillo, “Se Grillo vuol far  politica, fondi un partito, si presenti alle elezioni, e vediamo quanti voti prende. Perché non lo fa, eh?”, diede involontariamente vita al tormentone “Le lungimiranti profezie di Fassino” che per un paio di mesi ha impazzato su Facebook.

Nel secondo invece includerei lo scrittore Roberto Saviano che da quando ha aggiornato il suo status da semplice “Esperto di camorra” a “Voce etica e critica dell’Italia contemporanea”, con quel suo stile ieratico che involontariamente scivola nel ridicolo, è diventato un cult. Dando vita a una serie di meme che ne riproducono l’ampollosa retorica in chiave irriverente. C’è da dire che Saviano, contrariamente al povero Fassino, ci mette davvero del suo, come dimostra l’immagine che riproduce un suo tweet sul valore e il senso nella sua vita dei cappelli, “amici solitari”.

Un’Ode al chapeau riprodotta in maniera più estesa sulla sua pagina Facebook, con effetti sinceramente comici (da cui il commento acido: “Brutta cosa le calvizie”): “Sono grato ai cappelli, li sento amici. Solitari, individualisti, coprono e proteggono senza avere l’aria di chi si sta prodigando. Per vento o distrazione, non sono mai loro ad abbandonare, ma vengono costretti a lasciare il proprio compito. Sono grato ai cappelli, mi sento sempre difeso da loro, per la loro presenza, come fosse compagnia costante pronta a intervenire qualora d’intorno minaccia di freddo o di essere umano venga a insidiare serenità. Sotto un cappello ben calzato, riesco sempre a sentirmi invisibile”.

Naturalmente il grande precedente, ciò da cui tutto ebbe origine, si deve al comunicatore per eccellenza, Silvio Berlusconi. Che già nel lontano 2000 fu il primo a esser vittima (immaginiamo, con suo notevole sollazzo e piena consapevolezza dei benefici che gli sarebbero derivati) di una strepitosa campagna parodistica – allora il termine “meme” era semplicemente sconosciuto – che conobbe un enorme successo. Tutto nacque dagli enormi manifesti col faccione di Silvio accompagnati dallo slogan “un impegno concreto”. Partirono le prime parodie sparse qua è là su un Internet in cui la dimensione social era ancora del tutto sconosciuta. In italia, nascevano allora i primi blog, per dire. Il primo a intuirne le potenzialità fu tale Mark Bernardini che creò un sito ad hoc raccogliendone ben presto centinaia e centinaia. La più famosa? Dal berlusconiano “Meno tasse per tutti” – balla epocale, naturalmente – alla leggendaria, “meno tasse per Totti”. Nemmeno questa veritiera, ma ampiamente compensata dall’aumento vertiginoso nei primi anni 2000 degli stipendi dei calciatori (fino alla relativa stretta post crisi del 2008 e all’introduzione del cosiddetto “fair play finanziario” da parte dell’Uefa di Michel Platini).

Ma torniamo a noi, a Matteo “Pop” Renzi. E’ vero che suo grande maestro in termini di comunicazione è stato certamente Berlusconi, ma a differenza dell’ormai anziano leader, Matteo (già che basti il nome per identificarlo, proprio come per Silvio, è un indicatore inequivocabile: oggi in Italia “Matteo” è solo Renzi) è il primo a governare – e sottolineo il verbo – un perfetto crossover comunicativo tra old e new media. Renzi che si fa fotografare sul settimanale popolare “Chi” con giubbotto in pelle nera come l’eroe di “Happy Days”, Fonzie, sa benissimo quel che fa e quel che ne deriverà. Renzi che crea hashtag su Twitter che diventano tormentoni come l’ormai leggendario #staisereno rivolto a Enrico Letta giusto una settimana prima di defenestrarlo per prenderne il posto, sa quel che fa. Renzi che riesce a far diventare la camicia bianca, dalla notte dei tempi icona del macho da spiaggia pronto per le serate in disco, divisa “renziana” per eccellenza, è uno che si muove tra i meandri della cultura pop con perfetta padronanza. Notare anche il risultato finale – per chi scrive, ma in fondo per tutti noi, e c’è un 40% di preferenze raccolte alle ultime elezioni europee lì a dimostrarlo – di questo breve elenco di manipolazioni pop dell’abile Matteo: “Renzi sa quel che fa“. Alé: la zuppa comunicativa, à la Matteò, ormai è pronta. E noi che ingenui crediamo pure di poterla assaggiare a piacere, ne siamo già nulla più che semplici ingredienti. E’ la democrazia che #cambiaverso, bellezza.

(Immagini tratte dal tumblr “In bici con Renzi” e dalla pagina Facebook “Matthew Mr. Renzi“)

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