Viaggio colorato tra i portici di Modena

Modena non è mai stata una delle tappe principali dei viaggiatori del passato. Quelli dei Grand Tour, per intenderci. Quelli che venivano in Italia per completare la propria formazione intellettuale, artistica, umana o spirituale, a seconda dei casi. L’Emilia-Romagna, in generale, era vissuta in queste occasioni come un luogo di passaggio per raggiungere le varie Venezia, Firenze, Roma, attraversata via terra o via acqua e ritenuta pure noiosa poiché piatta e monotona.

Nell’ottobre 1786, Johann Wolfgang Goethe nel corso del suo viaggio in Italia in direzione sud fa tappa veloce a Ferrara, Cento e Bologna, città, questa, di cui ammira i portici poiché le persone possono passeggiarvi al riparo dal sole o dal maltempo. Non passa da Modena, ma la scorge in lontananza dall’alto della Torre degli Asinelli. A fine aprile 2014, invece, François ed Elsa, due giovani alsaziani che stanno viaggiando verso l’India in bicicletta (adesso sono in Iran) attraversano l’Emilia-Romagna per andare da Pistoia a Venezia. Come Goethe, fanno tappa a Bologna e Ferrara, sottolineando lo scarso interesse del panorama, tralasciando “la Cathedrale de Modène“, ma annotando la gradevole presenza dei portici arancioni che punteggiano le strade del capoluogo emiliano.

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Chi l’avrebbe mai detto che, a un occhio esterno, i portici potessero risultare così esotici? E i modenesi, cosa ne pensano? “I portici sono la testimonianza dello spirito geloso, misterioso, segreto della vecchia Modena popolare e ducale, popolare e patrizia. Portici sensibili come l’antro a spirale di una grossa conchiglia, da cui giunge il rombo continuo di una mareggiata, di un lontano tifone”. Questo è Dario Zanasi in “Modena mio paese”, anno 1968. Antonio Delfini, invece, descrive il portico modenese come una “magica terrazza sull’orizzonte” da cui fare scomparire la città immaginando al suo posto filari di alberi e fieni ammucchiati, acquitrini e neri barconi (da “Il ricordo della basca”, 1938).

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Non sono che due esempi, ma indicano un fatto: i portici di Modena non sono solo un luogo, sono uno stato dell’anima. E tra l’altro, non sono solo arancioni, ma anche verdi, rosa, gialli, rossi e color tortora. Dato che nessuno è profeta in patria viene da chiedersi: ma qualche viaggiatore del passato se n’è accorto? Certo che sì.

Il francese André Maurel, all’inizio del secolo scorso, dedica alle città minori d’Italia un viaggio e un libro, “Petites villes d’Italie”, edito a Parigi nel 1910. Il capitolo su Modena si intitola poeticamente “Dalla mia barca leggera”, poiché Maurel arriva nella nostra città dopo un tratto di strada via fiume. E’ l’alba. E’ solo. E l’unico movimento che lo circonda così tanto da stordirlo è quello dei nostri portici.

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“Questo sogno è decisamente delizioso, non svegliatemi! Da solo, qui? Che ebbrezza! Ma non sono io ad essere ebbro, è la città stessa, o almeno lo è questa via che freme davanti a me. Portici, solo portici, a sinistra, a destra, in fondo, all’angolo, uno dietro l’altro, dappertutto portici che hanno l’aria di giocare ad “abbracciate chi volete”. Vestiti di giallo e di rosso, si contorcono e sollevano le gonne, ma in modo così casto da non poter scorgere nulla sotto. Si incurvano, fanno giravolte, si avvolgono senza che se ne possa indovinare la fine. Più si avanza, più si allungano in volute, in anelli da serpente. Portoni e negozi si nascondono sotto la loro ombra, e ciò che rivelerebbe un po’ di vita in queste vie deserte, resta invisibile. Tutto questo, abbagliante nelle sue tonalità ocra e cremisi, va, viene, riparte, ritorna, offrendo all’occhio nient’altro che curve, flessioni di seta albicocca, fragola o mela di ottima fattura.”

A distanza di più di un secolo, in quelle giornate in cui c’è una certa luce e poca gente in giro, se alziamo la testa dal nostro smartphone o dalla punta delle nostre scarpe, si può rivivere esattamente la stessa sensazione.

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