Stanchi, sfiniti, ognuno pensa per sé

Sono “stanchi e sfiniti”; ognuno si occupa delle proprie cose e non ci si sente più “popolo”; a Modena cresce il senso di tristezza e la malinconia è diffusa ormai ovunque. Per uscire da questo impasse, secondo il vescovo Antonio Lanfranchi occorre lavorare tutti per “rimettere al centro la persona e il suo desiderio di felicità, di vita piena, sensata”. L’occasione per riscoprire la “contentezza di essere cittadini” e di partecipare alla vita della città è il voto per rinnovare l’amministrazione comunale: «Sentiamo il dovere, la bellezza e l’intima gioia di una partecipazione attiva alla costruzione della città».

Non è sicuramente “morbido” il messaggio che oggi, durante la messa per la festa del patrono di Modena San Geminiano, il vescovo Lanfranchi ha rivolto ai modenesi. In prima fila, come ogni anno, ci sono le autorità, gli amministratori e i politici. Il primo pensiero va ai danni della Bassa dopo l’alluvione per la rottura dell’argine del Secchia: «la loro prostrazione e umiliazione sono più che legittime, vorrei far sentire loro la mia e la vostra vicinanza e solidarietà».

lanfranchi«Non possiamo nasconderci un malessere diffuso, una tristezza che attraversa tutte le fasce sociali – ha detto Lanfranchi -. Viviamo in un’epoca dominata da quelle che Spinoza chiama le “passioni tristi”, che generano un senso pervasivo di impotenza e incertezza che rende pesante la vita e che porta a chiuderci in noi stessi e vivere il mondo come minaccia. Le manifestazioni di questa crisi le conosciamo bene, dalla povertà crescente, alla insicurezza, al clima di litigiosità, alla rassegnazione, all’individualismo utilitaristico». Si ripresenta la situazione descritta nel Vangelo, quando Gesù incontrava «folle “stanche e sfinite”, come pecore senza pastore… era venuta meno o era diminuita la forza unitiva che faceva di quelle persone un popolo. E’ come se ognuno si occupasse delle cose sue e trascurasse le vecchie memorie, i vecchi riti, le tradizioni, i vecchi valori. Proprio perché si dedica soltanto alle cose proprie ognuno si sente solo, abbandonato e disperso». Il vescovo parla di fenomeni ormai diffusi ovunque come la “stanchezza interiore”, la “tristezza del cuore” e la “malinconia”: «quando si impossessano del cuore, disgregano l’anima, trasformano le persone in risentite, scontente, senza vita. Sono consapevole che la crisi profonda che stiamo attraversando richiede soluzioni concrete strutturali, ma queste non possono realizzarsi senza rimettere al centro la persona e il suo desiderio di felicità, di vita piena, sensata».

Modena sta quindi perdendo colpi? «Occorre essere contenti di essere cittadini di Modena, sentire propria la città. E’ questa la condizione per impegnarci ad avere cura di essa, a partecipare alla sua vita, a costruire tutti il bene comune. La città può fare paura, ma può generare anche gioia di vivere quando è vissuta come occasione di prossimità, di amicizia, di ospitalità. Vorrei guardare alle elezioni amministrative come a un’occasione per rinnovare la nostra partecipazione alla vita della città. Viviamo tempi difficili, che sembrano fatti apposta per rafforzare contrasti e generare derive pericolose per il presentare e il futuro. Sentiamo il dovere, anzi, mi viene da dire, la bellezza e l’intima gioia di una partecipazione attiva alla costruzione della città».

Secondo il vescovo anche a Modena «viviamo in un tempo di elevato tasso di litigiosità, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti della vita. Cedere alla litigiosità, alla contrapposizione su ogni cosa, all’odio, di fatto vuol dire cedere all’influsso negativo del grande tentatore. Cacciare i demoni allora vuol dire costruire unità dove c’è divisione, costruire fraternità dove c’è contrapposizione; dove c’è odio portare riconciliazione, dove c’è violenza portare pace». Chi ha responsabilità, ma anche ogni singolo cittadino, deve «lavorare per togliere tutto ciò che mortifica la dignità dell’uomo, tutto ciò che lo spersonalizza, lo riduce a oggetto, a funzione, per far risplendere la dignità di figlio di Dio, amato in ter¬mini unici e irripetibili, amato per sempre, gratuitamente. Sentiamo il dovere, anzi, mi viene da dire la bellezza e l’intima gioia di una partecipazione attiva alla costruzione della città, a misura della dignità di ogni uomo. Rinnoviamo tacitamente il “patto sociale e civile”. Un vero rinnovamento ha bisogno di volontà di incontro, di modi e di linguaggi capaci di attuare un confronto».

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