Siamo giovani, abbiamo l’inesperienza necessaria per sognare, buttarci, provare

Siamo giovani, abbiamo l’inesperienza necessaria per sognare, buttarci, provare

0
CONDIVIDI

Raccontare attraverso le storie di giovani di tutta Italia la trama dell’occupazione giovanile. Questa è l’idea del progetto “(Dis)occupazione giovanile – Italians do it better” della giovane fotografa bolognese Simona Hassan, presentato a Modena il 30 aprile in occasione della “Notte del lavoro narrato”.

«Si tratta di un progetto che sto portando avanti in tutto il Paese grazie a una raccolta crowdfunding» racconta Simona Hassan, che ha 25 anni e vive in un piccolo paese in provincia di Bologna disperso tra la nebbia e campi sterminati. Neolaureata in Lettere Moderne, al momento si sta dedicando alla ricerca di un lavoro e alla costruzione di questo ambizioso progetto fotografico.

«L’idea è quella di raccontare attraverso le storie di giovani di tutta Italia la trama dell’occupazione giovanile. Ho iniziato l’estate scorsa a fare dei ritratti a ragazzi e ragazze di Bologna (dove vivo) perché si stava avvicinando la mia laurea, ovvero il momento di prendere in mano la mia vita, ed ero stanca di sentir parlare di disoccupazione giovanile, precariato, lavoro che non c’è senza sentir mai parlare dei giovani e di come vivono davvero questo periodo. Così ho deciso di fotografare nelle loro stanze alcune persone e le loro storie, per poterle raccontare».

Il progetto parla della disoccupazione, ma non solo. Quel “dis” tra parentesi è una provocazione.

«Si vuole parlare infatti dell’occupazione giovanile, sapendo che per la maggior parte degli italiani parlare oggi di lavoro significa parlare di non lavoro e/o precarietà – spiega Simona -. La percentuale di giovani disoccupati è altissima e preoccupante. Quello che però non si racconta mai è chi sono i giovani, cosa vogliono, come vivono ogni giorno».

I sogni, le difficoltà, le speranze, le rese e le vittorie quotidiane sono ciò che traspare dalla fotografia e dalla voce di chi viene fotografato (ogni foto infatti avrà associato un file audio con una registrazione della persona fotografata che racconta il suo punto di vista), e le camere da letto degli intervistati sono la location preferita di questi scatti.

«La scelta – ci motiva Simona – è stata dettata dal fatto che spesso e volentieri le camere da letto dei soggetti ritratti sono le stesse camerette di quando erano bambini, nella casa dei genitori. Questi luoghi riflettono, di per sé, una condizione di precarietà lavorativa che diventa esistenziale e che contagia ogni ambito della propria vita. Non avere un lavoro o avere un lavoro precario significa non potersi permettere un affitto, una casa/stanza propria, significa non poter pensare a un futuro che non sia vicinissimo, significa dover restare a casa con i genitori anche quando fisiologicamente è tempo di andarsene e iniziare a costruire la propria strada».

Cosa ti ha sorpreso di più nel realizzare questo progetto e cosa ti ha (eventualmente) deluso?
Finora quello che più mi ha sorpreso è stato il fatto che ho incontrato ragazzi e ragazze davvero consapevoli, coraggiosi e pieni di energia. Non sapevo davvero a cosa sarei andata incontro e questo fiume di energia pura mi ha travolta. E’ davvero forte e coinvolgente avere davanti delle persone disposte a raccontarsi, a spiegare i punti deboli e quelli forti della propria esistenza quotidiana. Alla fine è un reciproco scoprirsi e riconoscersi nell’altro. Per ora nessuna delusione!

Nei tuoi discorsi sul tema tornano spesso le parole “tempo” e “compromesso”: come secondo te tramutarle in “riscatto” e “futuro”?
Bisogna avere moltissimo coraggio e prendere in mano la propria vita facendo delle scelte estremamente difficili. Credo che ci sia bisogno di andare, in ogni caso, muoversi e non farsi fossilizzare da questa brutta situazione che ci invita a immobilizzarci accettando situazioni e compromessi inaccettabili. Un modo (che è un coro) che sta uscendo fuori dalle fotografie delle persone e delle storie che sto incontrando è questo: non dimenticarsi mai che stiamo parlando del nostro tempo e delle nostre vite.

Credi che cercare fortuna all’estero sia rimasta l’unica soluzione?
Assolutamente no. Penso al contrario che non sia nella maggior parte dei casi una soluzione. Vedo l’estero come un’utilissima esperienza, non come una risposta. Molti sottovalutano e preferiscono quella che sembra la strada più corta. In realtà i problemi ci sono anche fuori dall’Italia e le difficoltà in certi casi aumentano. Credo sia venuto il momento di guardarsi in faccia e iniziare a costruire con sincerità la propria strada cambiando le cose partendo dal proprio piccolo. Non è mai stato facile per nessuno, forse per noi le difficoltà sono maggiori, magari semplicemente diverse, ma troveremo un modo. Si trova sempre un modo e se non si può trovare lo si può certamente inventare. E poi: andare via per cosa? Perché? Per fare il cameriere a Londra? No, grazie. Siamo giovani, abbiamo l’inesperienza necessaria per sognare, buttarci, provare. Se ci facciamo rubare anche queste possibilità abbiamo perso in partenza. Se si riesce a trovare il coraggio per provare, mettersi in gioco, si ha già fatto metà cammino.

A questo link troviamo le storie su Bologna. Le nuove storie che Simona sta raccogliendo in giro per l’Italia, a viaggio ultimato avranno un sito dedicato www.disoccupazionegiovanile.it, attualmente in costruzione.

CONDIVIDI
Giornalista pubblicista e addetta stampa, collaboro a diverse testate, locali e non. Scrivendo poesie sono arrivata a scrivere articoli, due mo(n)di diversi per rispondere alla mia passione per l'evoluzione del circostante. Tra versi e numeri di battute da rispettare, scrivo ciò che vedo e sento attorno a me, mi racconto, vi racconto.

NESSUN COMMENTO

Rispondi