Shock da rientro

Per Natale, come quasi tutti gli expat, sono tornata a casa: mancavo da circa 6 mesi, il periodo più lungo che io abbia mai trascorso lontana dall’Italia. Per questo motivo o forse perché vivere in Giappone è un’esperienza completamente diversa da qualsiasi altra fatta finora, durante il mio viaggio in Europa ho avuto ripetuti shock. Per shock intendo sensazioni di totale fastidio, difficoltà, imbarazzo, se non addirittura rabbia e rigetto. Mi è sempre sembrato di conoscere bene il mio Paese e i suoi difetti, ma questa volta ogni particolare era come ingigantito e insopportabile.

Premetto che ho trascorso i mesi precedenti al mio ritorno a casa, cercando di farmi piacere il più possibile il Giappone, di studiarne gli usi e la lingua, di capire le persone e di comportarmi correttamente, ma per quanto ora possa dire di essere più a mio agio, Tokyo non è ancora un posto dove andrei a vivere di corsa. Tuttavia, una volta in Europa, non vedevo l’ora di tornarci: mi sembrava un paradiso rispetto a cose cui non avevo mai dato tanta importanza, come il brusio (o il vociare) nei locali, la difficoltà a salire sui treni (Trenitalia ha messo ben 3 gradini per scoraggiare i passeggeri), la mancanza di igiene in ristoranti, bagni e perfino nelle persone, lo sporco del suolo pubblico, la mancanza di norme di sicurezza per i pedoni, la lentezza dei terminali di banche e ferrovie (di nuovo loro), la disattenzione della gente che ti urta di continuo, il modo approssimato di rispondere o scortese e troppo diretto, gesti tollerati da tutti che è ora di condannare fermamente (sigarette e carte gettate per terra, bambini viziatissimi), giusto per dirne alcune…

Ma la cosa che mi ha più spaesata è stata la mancanza totale di elementi che favoriscono la qualità della vita o che semplicemente la facilitano: in molti casi mi sono ritrovata a pensare “Ma perché non lo fanno? Perché qualcuno non ci ha mai pensato o peggio, perché nessuno ci è mai arrivato? Eppure sembra così facile”.
In questo viaggio non sono solo stata a Modena ma anche a Venezia, nel Salisburghese, a Vienna e infine a Istanbul. Ovunque, anche nell’Austria immacolata, ho provato sensazioni di vero disgusto (si entra negli spogliatoi della piscina con le scarpe – orrore! Per non parlare della scontrosità dei commessi nei negozi…).
Quindi, di nuovo, la domanda: ci tocca imparare dai Giapponesi anche questa volta? La risposta, nonostante tutti i miei shock è “No”.

Ovunque io sia stata durante queste vacanze, li ho incontrati, i Giapponesi: a Venezia, in Austria e anche a Istanbul. Erano felici, parlavano ad alta voce, si abbracciavano e per un attimo non scattavano foto dei loro pasti ma si godevano il momento (io, invece, scattavo).
La nostra spontaneità vale “qualche” disagio, anche se contro Trenitalia e il degrado di Venezia bisognerebbe davvero insorgere!

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