Scuola emiliana, perché in America la fanno meglio?

Mentre il modello emiliano di educazione infantile prende il volo per arrivare fino a San Francisco, dove da poco ha inaugurato un istituto – La Scuola – che ne copia il progetto educativo, ci si chiede che cosa resti dell’originale, qui nella pianura padana. Quando nel 1969 a Modena un gruppo di amministratori aprivano il primo nido si pensava che fosse un investimento per la società. Di quell’investimento oggi è rimasto poco: il modello educativo e la percentuale di risposta alle richieste restano ottimi ma i tagli ai finanziamenti rendono il futuro sempre più incerto.

Il primo nido nasce a Modena

Ex Casa della Madre e del Bambino, attualmente una delle sedi della Provincia in via Jacopo Barozzi
Ex Casa della Madre e del Bambino, attualmente una delle sedi della Provincia

Alla fine degli anni Sessanta del Novecento a Modena c’erano già delle scuole d’infanzia che si occupavano dei bambini dai tre ai sei anni, mentre per i più piccoli esisteva solo un centro: la Casa della madre del bambino, che si prendeva cura dei più poveri. Le richieste erano tantissime. Aude Pacchioni, che ai tempi era assessore ai servizi sociali e alla sanità e faceva parte del Comitato di gestione della maternità racconta che «i genitori non potevano entrare e i bimbi si consegnavano sulla porta» e questo, unito al problema del lavoro delle donne, portò l’amministrazione a riflettere sui servizi per la fascia zero-tre anni.

«Il Comune individuò un’area nel quartiere di edilizia popolare Ina-Casa in via Bonaccini, che però non era di sua proprietà. Lottammo molto per avere l’assegnazione e ci furono delle occupazioni pacifiche da parte della mamme – racconta Pacchioni – Le difficoltà furono tantissime: dai fondi fino alle autorizzazioni, passando per gli arredi. Girammo parecchio per trovare un numero sufficiente di culle. Ricordo che la cucina era interna e la cuoca la mattina andava a fare la spesa nel quartiere. Aprimmo il nido (oggi “Rubes Triva”, ndr) e ci rendemmo conto che era un’operazione straordinaria dal punto di vista sociale e un servizio fondamentale per le famiglie». Le mamme potevano accompagnare i bimbi dentro le sezioni e c’erano delle persone fidate che si occupavano di loro. Il secondo nido sorse poco dopo in viale Gramsci all’interno di tre appartamenti al secondo piano di un palazzo. Nel terrazzo fu allestito un giardino pensile per far giocare i bambini.

Pochi anni dopo il Governo riconobbe questa esigenza e con la legge 1044 del 6 dicembre 1971 si dotò di un “piano quinquennale per l’istituzione di asili-nido comunali con il concorso dello Stato” che con un lungo percorso ha portato ai risultati di oggi: a Modena sono 20 i nidi comunali, 32 i convenzionati e nel 2014 – grazie anche a una riduzione delle domande del 12% dovuta probabilmente alla crisi economica e occupazionale e al calo delle nascite e del flusso migratorio – si è riusciti a rispondere in prima battuta al 75,5% delle richieste, il dato più alto mai registrato e destinato ad aumentare fino a superare ampiamente il 90% nei mesi fino a febbraio.

Quando mancano i soldi

Immagine tratta dalla rivista "Rechild" della Fondazione Reggio Children
Immagine tratta dalla rivista “Rechild” della Fondazione Reggio Children

Il modello delle scuole d’infanzia emiliane non è in discussione, perché il progetto educativo resta uno dei migliori, tanto è vero che la Fondazione Reggio Children, legata alla figura di Loris Malaguzzi, ne ha fatto una bandiera portandolo fino negli Stati Uniti. Il problema sono, come spesso accade, i soldi. Secondo il Report sul sistema educativo in Emilia Romagna pubblicato nel 2011 “negli ultimi 10 anni (2000-2010, ndr) i pesanti interventi di riduzione degli organici, e più in generale delle risorse a disposizione delle scuole, degli Enti locali e della Regione, rischiano di compromettere in modo significativo e difficilmente reversibile un modello e un sistema educativo. I tagli lineari, drastici per la loro portata, non graduati nel tempo, indifferenti agli incrementi della popolazione scolastica, non accompagnati da interventi adeguati di riforma degli ordinamenti, comportano, inevitabilmente, una riduzione della qualità dei servizi e, in prospettiva, dei risultati”. A raccontare bene la situazione ci pensano i numeri: nel 2010 il MIUR continuava a dare alla Regione le stesse risorse del 2001, senza tener conto che nel frattempo il peso della popolazione scolastica rispetto a quella dell’Italia era passato dal 5,5% al 6,5%. A livello nazionale il rapporto alunni-docenti è aumentato del 12,9% ma in Emilia-Romagna è cresciuto del 20,5%, mentre il rapporto alunni-ATA è cresciuto del 40,6%.

Il “sogno italiano” dell’America

Immagine tratta dalla pagina Facebook de La Scuola di San Francisco. https://www.facebook.com/lascuolasf/timeline
Immagine tratta dalla pagina Facebook de La Scuola di San Francisco. https://www.facebook.com/lascuolasf/timeline

Mentre a Modena siamo impegnati a far quadrare i conti e il sistema scuola, anche a livello nazionale, sta perdendo pezzi importanti, dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti, ci guardano con ammirazione e copiano – riuscendo a farlo funzionare meglio di noi – il nostro modello educativo. Il caso più emblematico è quello de La Scuola, istituto nato a San Francisco nel 2002 grazie a due italo-americani che volevano riconnettersi con la loro cultura e lingua di origine. Nel 2007 arriva la modenese Valentina Imbeni che ne prende la guida e “la porta da dependance di una chiesa a un campus ispirato al modello educativo di Reggio Emilia e progettato dallo studio modenese ZPZ Partners”. Quello che subito balza agli occhi è che la direttrice non parla di “modello emiliano” ma di “scuole d’infanzia reggiane” che, spiega “sono riconosciute negli Stati Uniti come le migliori del mondo, il cui modello di altissima qualità mette il bambino al centro del processo di apprendimento”. Ci si chiede dove siano finite quelle modenesi e perché Reggio Emilia sia riuscito a farne un marchio e noi no.

Il nuovo campus de La Scuola ha inaugurato il 22 settembre scorso e a tagliare il nastro è stato il premier Matteo Renzi, che ha colto l’occasione per rinnovare il suo impegno a investire nella scuola e nell’istruzione. E’ solo una questione di fondi oppure anche noi potremmo avere qualcosa da imparare guardandoci intorno, come hanno fatto a San Francisco? Insomma, perché le loro scuole, copiate dalle nostre, funzionano meglio? Lo abbiamo chiesto a Valentina Imbeni, che ci risponde parlando di tutto tranne che di soldi: «L’eccessiva burocrazia rischia sempre di peggiorare la qualità e in una società più meritocratica come quella americana si possono promuovere le persone che si impegnano di più. Servono anche voglia di fare, positività e apertura a idee nuove e a sfide impossibili». Poi specifica, sorridendo: «Questo però è vero a San Francisco e in California. L’America è grande».

Immagine di copertina: particolare di una foto di noodlepie via photopin cc.

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