Quel che avanza del nuovo

Una volta, chiacchierando con Maria Teresa, storica bibliotecaria – oggi in pensione – di Vittorio Veneto, cittadina in cui ho abitato per anni prima di trasferirmi a Modena, le chiesi come era stato possibile che nessuno si accorgesse che “l’Italia dei geometri”, quella che indicativamente è stata edificata dagli anni Sessanta fino al Duemila più o meno, avrebbe devastato il nostro Paese rendendolo un orribile agglomerato di villette e villettine, palazzine e palazzoni, architettonicamente uno più brutto dell’altro.

La mia domanda non era tanto di natura storica. Partendo da quella prospettiva alla risposta ci arrivavo da solo: l’Italia del boom, anche edilizio, per cui dalla povertà del dopoguerra si passava a una ricchezza diffusa e molto più equamente distribuita. L’Italia che dalla famiglia patriarcale, estesa, passa alla famiglia nucleare. Quindi via a una casa, o un appartamento, per tutti, per tanti, di proprietà o in affitto. Edifici costruiti tipo catena di montaggio, senza andare tanto per il sottile.

No, non era storica la mia domanda, ma di natura estetica. O psicologica, se vogliamo. Come facevano allora a non accorgersi che ciò che stavano costruendo era infinitamente più brutto di ciò che spesso demolivano per far spazio al “nuovo”?

Maria Teresa, allora, mi diede una risposta del tutto simile a un brano che ho trovato ieri sera in un libretto (come dimensioni) che sto leggendo, “Invecchiando gli uomini piangono“.

“Moderno” era la sola parola alla quale Suzanne faceva riferimento, con l’eccezione di Dio, dato che non perdeva mai una messa della domenica. Era convinta che la vita moderna fosse la migliore risposta alle sue preghiere dopo gli anni di privazioni e fatiche che aveva dovuto sopportare durante la guerra e la liberazione, quando il marito era tornalo dalla prigionia. Ogni giorno Suzanne, le mani giunte e le maniche rimboccate, benediva il più fervido messaggero dei tempi moderni, l’angelo troppo grande e dalla voce tremula, che Dio aveva inviato alla Francia, il generale de Gaulle, al quale non faceva nessun rimprovero, nemmeno quello di averle mandato il figlio in Algeria. 

Fu dunque con grande applicazione e devozione che si mise a demolire il mondo di prima della guerra per cercare di costruirne uno nuovo. Niente a che vedere con il Paradiso della Genesi, troppo rustico per lei, e ancor meno con quel paradiso comunista al quale credevano suo cognato e sua cognata; Suzanne metteva tutte le proprie speranze in un mondo che non era mai esistito prima, un mondo di perfezione, alla costruzione del quale voleva partecipare con la più grande devozione. Ma per quanto avesse fatto intonacare in cemento le mura esterne della cascina e le avesse fatte ridipingere di bianco, per quanto avesse fatto armare gli architravi e sostituire le finestre, niente aveva l’aria di nuovo. Casa Chassaing, nel cuore di questo paese che nel tredicesimo secolo era stato un lebbrosario troglodita, era diventata una vera eccezione, un’eccezione dall’aria pulita. 

La pulizia era la prova eclatante e incontestabile dell’impegno con cui affrontava la vita moderna e che l’avrebbe portata, un giorno, a fuggire da questo buco per andare a vivere in un villino chiavi in mano o in un appartamento in città, luminoso, all’ultimo piano di un condominio nuovo. Non disperava di convincere Albert. Aveva a disposizione tutti gli argomenti di cui avrebbe avuto bisogno al momento opportuno, non fosse altro per la vicinanza della fabbrica che avrebbe consentito al marito di non prendere il pullman degli operai facendogli guadagnare molto tempo ogni giorno.

Immagini: in alto il condominio Quadrilatero, in centro a Vittorio Veneto, costruito nei primissimi anni ’70, cercando di “interpretare” in chiave moderna il vecchio edificio, presumo realizzato verso fine Ottocento, primi Novecento (le tre foto in basso), demolito per far posto alla nuova costruzione.  


 

 

 

(Immagine di copertina, photo credit: Thomas Leuthard via photopin cc)

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