Quei bravi ragazzi

Giovanissimi, età media sui vent’anni, hanno deciso che per combattere la mafia, ormai radicata più che infiltrata in Emilia, poteva andar bene anche un giornalino scolastico. E così si sono messi a fare inchieste e reportage che possono far invidia ai giornali “seri”, quelli realizzati “dai grandi”. Si chiama Cortocircuito il loro giornale nato nel 2009 a Reggio. Inizialmente solo su carta, poi diffuso anche via web. Così come dalla parola scritta sono passati a utilizzare la telecamera creando una vera e propria web tv, premiata nel 2013 dall’Università di Bologna come migliore tv online di denuncia col “Teletopo”, l’oscar delle web-tv italiane.

«L’idea è nata dalla costatazione che i media ufficiali spesso faticavano ad approfondire quei temi che invece noi percepivamo come importanti per la nostra città», ha spiegato al Corriere della Sera Elia Minari, 21 anni, coordinatore della web tv «e quindi abbiamo pensato che ci fosse bisogno di una corretta informazione dal basso». Detto, fatto. Anche troppo. La loro video inchiesta “La ‘Ndrangheta di casa nostra. Radici in terra emiliana”, presentata in anteprima lo scorso 18 settembre a Casalgrande (Reggio Emilia), ha fatto il botto.

I ragazzi di Cortocircuito
I ragazzi di Cortocircuito

E ha fatto finire nei guai Marcello Coffrini, sindaco Pd di Brescello (il paese dei leggendari Peppone e Don Camillo raccontati da Guareschi), che, a domanda diretta dei ragazzi di Cortocircuito sulla presenza mafiosa in paese, ha risposto: «La criminalità organizzata a Brescello non esiste: è un leitmotiv». Lo stesso Coffrini ha poi descritto Francesco Grande Aracri – imprenditore edile residente a Brescello, condannato in via definitiva per associazione di stampo mafioso a cui sono stati sequestrati tre milioni di euro – come un uomo composto, educato, che ha sempre vissuto a basso livello.

Mentre magistrati e forze dell’ordine sostengono che le mafie siano particolarmente radicate a Brescello, i cittadini seduti al bar, intervistati dal collettivo, tengono la testa china sul giornale e non proferiscono verbo. Gli esercenti commerciali tacciono, hanno paura. Il non vedo, non sento, non parlo siciliani e calabresi sono anche reggiani.

Uno dei pochi che risponde, frequentatore del Caffè Peppone, per anni gestito dalla famiglia Grande Aracri, se la ride esclamando che la ‘Ndrangheta è una cosa giusta perché dà da lavorare alla gente.

Secondo lei è giusto fare lavorare in un cantiere pubblico un’azienda che non ha il certificato antimafia?
Il sindaco di Montecchio Paolo Colli in merito ai lavori alla scuola media del paese, affidati a una ditta della provincia di Caserta priva della certificazione antimafia, si limita a dire che il comune ha optato per l’offerta economicamente più vantaggiosa. “Non ho capito, scusa”. Colli annaspa e prende tempo per districarsi nell’intervista, arrivando addirittura a negare i palesi ritardi del cantiere.

Dati ufficiali rivelano che a Reggio Emilia ci sono 10.867 appartamenti vuoti. Prima della crisi erano 7.000. “Sono numeri enormi – denuncia un imprenditore emiliano intervistato in anonimo dal collettivo – Come fa un’impresa edile a costruire senza aver venduto gli appartamenti edificati prima? Forse c’è chi ha bisogno di riciclare denaro di provenienza illecita?”.

Come rivela l’inchiesta di Cortocircuito, negli ultimi tre anni le prefetture di Modena e Reggio Emilia hanno bloccato oltre 50 aziende in odore di mafia, tra queste alcune sono emiliane doc: il terreno emiliano è fertile e ben disposto ad accogliere le radici della ‘Ndrangheta.

La nostra Regione “è considerata terra di conquista: in molte zone dell’Emilia Romagna le infiltrazioni criminali – facilitate anche dai mafiosi mandati con le proprie famiglie in soggiorno obbligato, e ben radicati nel tessuto sociale delle zone di confino – hanno ormai raggiunto livelli di colonizzazione. Con il trascorrere del tempo le mafie si sono spartite il territorio” si legge nel Rapporto Mafia Emilia-Romagna 2014. “In Regione vi è anche un consistente numero di beni confiscati alle mafie. Come si rileva dal sito www.benisequestraticonfiscati.it dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, i beni confiscati presenti nelle Province della Regione sono 112 (rispetto ai 109 del 2012, un bene in gestione in più a Bologna, Modena e Rimini)”.

Giornalisti competenti, coraggiosi e indipendenti i ragazzi di Cortocircuito – come il “nostro” Giovanni Tizian, il cui caso è ormai, purtroppo, noto a tutti – Una mezz’ora da vedere, capire e diffondere.

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