Quei 200 a cui Custer rubò tutta la gloria (e che noi, qui, restituiamo loro)

 

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“Qui finisce la mia strada. Qui mi ha spinto la mia sete di gloria” fa dire Rino Albertarelli, uno dei più grandi fumettisti italiani di tutti i tempi, al generale George Armstrong Custer prima di venire annientato col suo 7° Cavalleggeri dalle forze preponderanti di Sioux, Cheyenne e Arapaho guidate da Toro Seduto e Cavallo Pazzo il 25 giugno 1876 a Little Big Horn. Nell’estasi che precede la morte, Custer rivede in un baleno la sua intera vita – ripercorsa da Albertarelli nel volume monografico a lui dedicato nella straordinaria collana a fumetti degli anni 70 “I Protagonisti” –  prima di mediocre allievo a West Point, poi di condottiero tra i più esaltanti della Guerra civile, infine di sterminatore di indiani.

“Non uno stratega, ma uno Il cacciatore di gloriasciabolatore frenetico e irresistibile – scrive ancora Albertarelli – un Orlando, un Sigfrido, un Achille”. L’eroe greco per cui la madre, Teti, aveva ottenuto dal Fato la possibilità di decidere del proprio avvenire. Scegliere tra una vita lunga senza gloria o una vita gloriosa ma breve. Scelta praticamente obbligata, per il Pelìde. Achille, dopo nove anni di guerra di Troia, verrà trafitto dalla freccia di Paride, Custer da una freccia Sioux (in realtà sul corpo di Custer furono trovati i fori di due pallottole, ma poco cambia).

Bella metafora nel comune destino di due grandi “cacciatori di gloria”, campioni degli eserciti alla fine vincitori («tutti nell’Iliade hanno paura di Achille, per la quantità dell’energia che incarna – ha spiegato Alessandro Baricco nella sua serata al Festival della Filosofia di quest’anno, dedicato proprio al tema della”gloria” – è ingovernabile, ma tutti attorno ad Achille assumono significato a partire da lui»), ma caduti sul campo di battaglia, vittime della necessità di “farsi leggenda” o, più prosaicamente, della loro sete di onori e fama. Di Kleos,in greco antico κλέος, tradotto appunto con fama o gloria, che gli Scolastici distinguevano in interna – che risulta dalla conoscenza che l’essere intelligente ha della propria eccellenza – ed esterna, che consiste nella manifestazione fatta ad altri delle proprie perfezioni.

Distinzione propria di un’epoca in cui alla perfezione bastava il riconoscimento di Dio (alla cui grandezza bisognava inchinarsi umilmente), non certo di quella degli uomini (anzi, la fama era intesa come vanagloria), ma sconosciuta all’etica del guerriero omerico per il quale “in un Universo dove la materia impersonale esiste per sempre, mentre l’esistenza personale si estingueva alla morte, il più che poteva sopravvivere di quest’essere era una voce, una reputazione. Per questo il desiderio di immortalità – condizione propria solo degli dei ed antitetica all’esistenza umana – era affidato solo ai poeti e alla poesia” spiega lo storico delle Religioni dell’Università di Chicago Bruce Lincoln cercando di elaborare in un concetto compiuto il termine Kleos. Insomma, per Achille (così come per Custer erede di quella cultura anche se nel XIX° secolo quell’etica guerriera si è ormai trasformata in mera passione, brama individuale) per sconfiggere la morte bisognava diventare eroi.

Nella Casa dell’Anima s’aggirano le Passioni
belle donne abbigliate in seta,
il capo adorno di zaffiri.
Dalla porta fin nell’interno della casa
tutte governano le sale. Nella più grande
di note, quando brucia loro il sangue
danzano e bevono, i capelli sciolti.

Fuori dalle sale, pallide e malvestite,
con abiti di un tempo fuori moda,
s’aggirano le Virtù ascoltando amareggiate
la festa che fanno le ubriache etere.
Coi visi incollati ai vetri delle finistre
osservano in silenzio, pensierose,
le luci, i diamanti e i fiori della danza.

Konstantinos Kavafis, Poesie segrete (1894)

gloria1Virtù pallide e celate che nel momento di massimo splendore di quella “società dello spettacolo” teorizzata da Guy Debord ormai quasi cinquanta anni fa nel saggio dallo stesso titolo, è difficile trovare perfino con un set di fari da stadio, figuriamoci con il modesto lanternino offerto dalla filosofia, tutti presi come siamo dalla possibilità di sperimentare direttamente sulla nostra persona la massima pronunciata nel 1968 da Andy Wahrol: «In the future everyone will be world-famous for 15 minutes». E oggi non è più così nemmeno indispensabile la tv (a cui si riferiva Wahrol), possono bastare anche i social network. Fama effimera d’accordo, ma pur sempre qualcosa di meglio dell’oblio riservato alla maggior parte delle persone comuni. In fondo, del 7° Cavalleggeri l’unico nome rimasto nella storia è quello di Custer, non dei 200 militi ignoti a tutti che creparono con lui sul campo della gloria (quella del generale).

Ecco allora che del Festival in cui la filosofia abbandona per tre giorni all’anno le polverose stanze degli atenei per fingersi almeno un po’ pop, piegando a fini divulgativi ogni residua e fragile pretesa di Verità (Aletheia, in greco ἀλήθεια) per immergersi allegramente nel contemporaneo flusso dell’Opinione (Doxa, traslitterazione del greco δόξα, non a caso scelto come nome della famosa società di sondaggi che cercando su google compare ben prima del termine greco), vale la pena ribaltarne del tutto l’asimmetria tra palco e parterre, e trasformare le supposte verità uscite dalle varie lectiones magistrales di questi giorni in comuni opinioni, vox populi. Che a buon diritto può reclamare, almeno su queste pagine, i propri quindici secondi di gloria.

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Perciò, con irriverente ironia (nei confronti della Verità, sia chiaro), abbiamo chiesto al pubblico del Festival la propria opinione in merito alle vite spettacolari.

Lorena, 25 anni, ci ha detto che «gloria e fama spesso vengono confuse. La gloria è qualcosa che può dare una svolta ai tempi, mentre la fama oggi dipende dalle visualizzazioni su YouTube. Se penso alle vite spettacolari che mi hanno ispirata, mi vengono in mente Giulio Cesare ed Elisabetta d’Inghilterra, non certo Francesco Sole. I veri eroi di oggi non sono persone famose, ma piuttosto le madri che tirano su i loro bambini, e chi lavora». Secondo Edgarda, 64 anni, «la gloria è più legata a riconoscimenti esterni, mentre la fama alle qualità intrinseche del personaggio. Nessun intellettuale è glorificabile. E’ famoso ma non glorioso». Le vite spettacolari che hanno ispirato Laura, 26 anni, sono « tra gli antichi Ipazia, che era una donna moderna in un presente che non era in grado di accettarla. Tra i contemporanei Margherita Hack, perchè è stata una grande studiosa e ha diffuso cultura in questo paese». Paolo, 73 anni, ci dice testualmente che, non gli viene in mente nessun nome di “eroe” contemporaneo. «Ci sono aspiranti eroi che sono più attenti alla fama che all’ideale». Mentre del passato cita “Kemal Ataturk, Garibaldi, Mazzini, e il più moderno De Gaulle, «perché non hanno cercato la fama, ma di attuare un grande progetto». Franco dichiara: «Gli eroi contemporanei non sono credibili perché devono restare legati alla loro immagine, ne sono schiavi». Laura (2) pone invece l’accento sul ruolo degli intellettuali di oggi: «alcuni hanno molta fama, I soliti noti. Durante questa edizione del festival però sono stata attratta da altri nomi, che mi sembrava fossero molto interessanti. La fama a volte soverchia la gloria».

E’ opinione vera, opinione di popolo. Che la Metafisica l’abbia in gloria.

(ha collaborato Davide Lombardi)

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