Prove tecniche di apocalisse

Ieri pomeriggio l’esondazione del fiume Baganza ha messo fuori uso la centrale Telecom di Parma. Risultato: la rete Tim non funziona da quasi 24 ore nella zona tra Modena, Parma, Reggio Emilia e Piacenza. Centinaia di migliaia di cellulari muti, dato che TIM è il primo operatore mobile in Italia per numero di utenti, e problemi anche con reti fisse e ADSL. In seguito alle migliaia di segnalazioni la Tim twitta un classico “stiamo lavorando per il ripristino delle linee” con tanto di hashtag “#TIM4U, non molto convincente. Ma la situazione, anche dopo molte ore, non viene risolta, perché per portare avanti i lavori di ripristino bisogna attendere il deflusso definitivo delle acque che hanno invaso la centrale, un lavoro non semplice. La rete mobile è progettata secondo un sistema centralizzato: se uno di questi punti centrali – come quello di Parma – va fuori uso, il black-out diventa generale.

centrale tim di parma
La centrale Tim di Parma allagata

Stamattina vado all’ospedale per una visita specialistica. A fine visita il medico deve stampare il referto, ma mi avverte: “Dopo quello che è successo ieri non so se ci riuscirò, al massimo glielo scrivo a mano”. Io non capisco a cosa si riferisca, quindi chiedo spiegazioni. “Eh sa, c’è la TIM fuori uso da ore, i cellulari non funzionano” mi dice. Continuo a non capire il nesso con la stampante, dato che il tutto avviene in locale: è semplicemente una stampante collegata al suo pc, a pochi centimetri l’uno dall’altra. Il medico con un po’ di incertezza infila il foglio nella stampante e poi con il mouse fa partire la stampa. C’è qualche silenzio di attesa in cui entrambi guardiamo ansiosi la lucetta della stampante lampeggiare. Poi finalmente la stampante si mette in funzione, io riprendo a respirare e il medico sorride sollevato: “Per fortuna è andata, se no mi toccava scrivere!”.

E’ ovvio che, per quanto si trattasse di una persona simpatica e di un bravo medico, non era esattamente un esperto di tecnologia. Eppure quella sua preoccupazione apparentemente così insensata, cioè che anche la stampante improvvisamente smettesse di funzionare, l’ho capita e in parte condivisa anch’io. Perché è quella sensazione che, anche se non vogliamo ammetterlo, abbiamo provato in tanti in queste ore (o perlomeno i clienti TIM). E cioè che se una parte di questo sistema tecnologico in cui viviamo e che diamo per scontato dimostra qualche falla, allora forse l’intero sistema può crollare. Oggi è la rete TIM, domani potrebbe essere qualcos’altro. Basta della pioggia per mandare in frantumi tutte le nostre certezze. E se smettessero di funzionare tutti i bancomat? Non potrei ritirare i soldi. Morirei di fame?

E’ sufficiente fare un giro su Twitter per rendersene conto: “Siamo isolati da 20 ore”, “E’ un’emergenza: aprite le reti wi-fi!”, “Devo fare un viaggio, ho bisogno di rete!”, “Io vado a Trieste per telefonare”. I negozi TIM si riempiono di clienti che chiedono spiegazioni, ma i commessi non sanno cosa dire, in alcuni casi ammettono di essere isolati anche loro, in altri appendono cartelli con molti punti esclamativi, ma nessuno sa bene come comportarsi. In particolare nelle città maggiormente colpite dal maltempo – come Parma – proprio in questi momenti drammatici poter telefonare è fondamentale e molte delle comunicazioni per gestire l’emergenza avvengono proprio tramite rete mobile. A causa del maltempo perfino la centrale operativa del 118 di Parma ha trasferito le chiamate su altre linee. Il black-out telefonico inoltre può significare un danno economico anche per migliaia di aziende. Ma ci sono anche piccoli drammi adolescenziali, come la ragazza che sempre su Twitter scopre cosa significano due ore di matematica senza il cellulare:

O la 17enne che entra in una cabina telefonica, una cosa che forse aveva visto fare solo nei vecchi film:

Esperienze nuove per questo lungo black-out delle comunicazioni che in qualche modo ha rappresentato un involontario esperimento sociale: vivere per un giorno intero senza rete telefonica. Un esperimento che tutti avremmo evitato volentieri, ma che dimostra tutta la fragilità della società iper­tecnologica e iperconnessa in cui viviamo, per cui basta il semplice cedimento di un “nodo” della rete per evidenziare tutta la nostra dipendenza, psicologica ancor prima che funzionale, a un mondo che ci promette parecchie libertà in cambio di altrettante catene.

 

La copertina è tratta dalla serie fantascientifica inglese Black Mirror, il cui tema centrale è l’influenza della tecnologia nella nostra società.

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