Perché vivere d’arte è quasi impossibile

“L’artista non produce niente finché chi guarda non dice: Hai prodotto qualcosa di meraviglioso. Chi guarda ha l’ultima parola”. Marcel Duchamp, uno dei più grandi artisti del XX secolo, spiega così a Calvin Tomkins del New Yorker il suo pensiero sull’arte e sulla stretta connessione tra autore e pubblico. Era il 1964 e in America si iniziava a parlare di Pop Art. Per Duchamp l’artista di domani (quindi di oggi, ndr) deve ambire alla clandestinità per non “avere uno status equivalente a quello dell’avvocato o del medico, che vengono pagati per i servizi che rendono”. Quella da cui fuggire, secondo l’artista francese, è la mercificazione che da una parte permette di avere soldi per vivere ma dall’altra è “esteticamente dannosa perché porta a lavorare con velocità. Oggi un artista può essere un genio, ma se si lascia contaminare dal fiume di denaro che gli gira intorno il suo genio si scioglierà, fino a scomparire”.

Circa sei anni dopo l’intervista a Duchamp, dall’altra parte del mondo, a Modena, il pittore Wainer Vaccari vendeva la sua prima opera e con quelle 50mila lire partiva per un viaggio a Parigi, dove avrebbe visto il Louvre per la prima volta, insieme alla fidanzata che gli aveva prestato il volto per il quadro. «Mi sembrava un miracolo», racconta. Una sensazione conosciuta agli artisti di tutte le generazioni, perché se è vero che la crisi economica di questi anni ha dato un duro colpo al mercato dell’arte cancellando quella classe media che storicamente investiva nei giovani, è altrettanto vero che la gavetta, se così vogliamo chiamarla, è stata simile per tutti.

Wainer Vaccari
Wainer Vaccari. Foto di Paolo Terzi.

In un certo senso Duchamp aveva ragione: il futuro è la clandestinità, solo che nella maggior parte dei casi non è voluta ma subita. E anche se dopo, con gli anni, il successo arriva, gli inizi sono simili per tutti: «I primi lavori li ho esposti in un negozio, c’era quella possibilità e andava benissimo – racconta Vaccari – Non c’è da stupirsi. L’artista per farsi conoscere deve costruire dei canali e ci vuole tempo. Oggi c’è Internet come vetrina ma non funziona sempre per tutto». Vivere della propria arte, almeno all’inizio, è difficile se non impossibile e anche Vaccari, che oggi espone nelle gallerie e nei musei di tutto il mondo, faceva altri lavori: dal ritocco delle foto all’illustrazione. Poi talento e fortuna hanno fatto il loro gioco, ma in mezzo c’è stata la costruzione di un mondo di relazioni indispensabili per vendere il proprio prodotto.

«L’artista deve crearsi delle relazioni e spesso è disposto a farlo gratis. Il ricatto è che l’autore, giovane o no, ha necessità di trovare gli occhi degli altri per vedervi un complice. E mentre li cerca decide di donare la propria immagine». Franco Guerzoni, in questi giorni è in mostra alla Triennale di Milano con un percorso espositivo che ripercorre proprio gli anni degli esordi, quando lui e il fotografo Luigi Ghirri, giovanissimi, si sperimentavano in una serie di viaggi randagi nella campagna modenese: «Eravamo ragazzi e a Ghirri non solo veniva raramente riconosciuto il lavoro ma spesso addirittura era lui stesso a regalare i suoi scatti. Vinceva l’idea che se uno diceva che la foto era bella, il riconoscimento del gesto artistico bastava a se stesso. Nessuna parcella, nessun soldo».

Guerzoni

Franco Guerzoni. Foto di Paolo Terzi.

La colpa, quindi, non è solo di chi non vuole pagare e non riconosce il lavoro dell’artista, ma anche dello stesso autore disposto a concedere le proprie opere gratuitamente per farsi conoscere. «L’artista è disposto a molto per essere ascoltato – continua Guerzoni – ma ci sono cose eternamente sbagliate che non cambiano, come chi pensa: Io ti faccio fare qualcosa, vuoi anche dei soldi? Oggi però c’è più consapevolezza. Noi avevamo una visione romantica e non solo non venivamo pagati ma combattevamo anche il mercato, pur non conoscendolo». Guerzoni ricorda bene la prima opera venduta e la sensazione di stupore: «Feci un’enorme coperta imbottita, come un pavimento, e la comprò Rossana Chiessi, una signora molto elegante. Rimasi stupefatto. Fu la prima opera venduta se escludiamo quelle che facevo da ragazzo per i miei parenti. Rimase l’unica per anni».

Essere pagati per un servizio, come un medico o un avvocato, è davvero così dannoso per un artista? La risposta chiaramente è “no” ma Duchamp non aveva sbagliato visione. Oggi grazie alle nuove tecnologie la produzione di un’opera – non necessariamente un dipinto – è potenzialmente infinita e questo sicuramente può influire sia sulla qualità che sul valore. Inoltre, la velocità del web è diventata il metro delle nostre vite e anche questo ha un peso. Su una cosa però l’artista francese si sbagliava: i fiumi di soldi scarseggiano e oggi è più probabile trovare un giovane artista o creativo in bolletta piuttosto che corrotto dal denaro.

Vaccari

Wainer Vaccari. Foto di Paolo Terzi.

La questione, negli anni Duemila, è che in Italia difficilmente le idee vengono pagate. Che sia un quadro, una scultura, un video, una foto o un progetto creativo l’autore raramente vedrà del denaro se non può garantire – e all’inizio non può farlo – che questa cosa che ha realizzato porterà un vantaggio economico a chi l’acquista o ci investe. Una situazione demoralizzante che ha portato alla nascita di proteste sia fisiche che virtuali, tra cui la famosa campagna #coglioneNo del collettivo Zero oppure il video di Tony Cotina sull’artista che vede per la prima volta dei soldi.

Il problema però è che in futuro questi mestieri assolutamente sottovalutati potrebbero essere gli unici a esistere. Fantascienza? Non secondo la multinazionale dei mass media Aol, che afferma che “metà dei lavori di oggi spariranno nel giro di vent’anni” e gli unici a sopravvivere saranno proprio quelli che “richiedono empatia, creatività e capacità di negoziazione”, in poche parole quello che non potrà – almeno per il momento – essere sostituito da una macchina. Come un artista, tanto per capirci.

 

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