Perché il PD ha vinto a Modena ma ha perso a Livorno

Gian Carlo Muzzarelli

Due città simbolo. Un filo rosso che le ha unite dal dopoguerra in poi. Ininterrottamente. Entrambe hanno sempre avuto amministrazioni guidate da sindaci provenienti dal PCI e dalle sue derivazioni. Fino a domenica scorsa, quando quel filo si è clamorosamente spezzato. A Modena, raccogliendo il 63 per cento delle preferenze al ballottaggio, Gian Carlo Muzzarelli ce l’ha fatta benissimo, come da previsioni, contro il candidato grillino Marco Bortolotti. A Livorno invece, il candidato sindaco del PD Marco Ruggeri ha perso contro l’esponente 5 stelle, Filippo Nogarin, raccogliendo poco meno del 47 per cento. Perché?

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Filippo Nogarin

Perché due epiloghi così diversi per città che presentavano all’apparenza situazioni, se non speculari, certamente ricche di analogie? Il 25 maggio per entrambe era stata la “prima volta” al ballottaggio. Segno evidente di un processo di cambiamento in atto, quando non di una crisi palese del partito di maggioranza (da sempre). Al primo turno Muzzarelli ce l’aveva quasi fatta con il suo 49,7 per cento. Una manciata di voti lo hanno separato dalla vittoria. Voti dirottati verso altre due liste civiche d’area che insieme hanno raccolto l’11 per cento circa. Ma con un vantaggio percentuale rispetto a Bortolotti di oltre 30 punti. Ruggeri invece si era fermato al 39,97, superando di 20 punti percentuali Nogarin (fermo al 19 per cento) e, a sua volta, penalizzato da un altro candidato di sinistra, Andrea Raspanti, a capo di una serie di liste capaci di raggiungere il 16,38 per cento.

Insomma due città che, nonostante i diversi esiti elettorali, non sembrano voler tradire la propria matrice storica, al netto delle evidenti lacerazioni – per entrambe – tutte interne al centro-sinistra. Tant’è vero che il neo sindaco livornese Nogarin, si è affrettato a dichiarare: “Nei fatti noi più a sinistra del Pd” spazzando, almeno a livello locale, qualsiasi facile analisi sulla deriva destrorsa presa dal M5S a livello nazionale e internazionale, dopo l’avvicinamento di Beppe Grillo al leader dell’Ukip inglese Nigel Farage.

Marco Ruggeri
Marco Ruggeri

A Livorno, città in cui nel 1921 Antonio Gramsci e Amedeo Bordiga fondarono il Partito Comunista Italiano, Ruggeri ha perso. A Modena, ultima roccaforte “rossa” emiliana, o di matrice PCI-PDS-DS-PD se vogliamo esser più precisi (al contrario della vicina Reggio Emilia, di solito associata per analogia a Modena ma che, con Graziano Delrio sindaco, eletto nel 2004 con l’allora Ulivo, per la prima volta aveva visto un ex Popolare sedersi sulla poltrona di primo cittadino) Muzzarelli ha vinto. Di nuovo: perché?

Innanzitutto sgombriamo il campo dal peso a livello locale di quello che il politologo Ilvo Diamanti chiama PdR, il “Partito di Renzi”, che ha chiaramente trascinato il PD a un successo senza precedenti alle elezioni europee. A Livorno il PD ha raccolto per le Europee 45.351 voti, ma solo 29.465 alle amministrative. Quasi 16 mila voti in meno. Un’enormità. A Modena una débâcle analoga, appena più contenuta nei numeri. PD per l’Europa: 53.736 voti; alle amministrative: 43.161. Totale: 10 mila voti in meno. Chiaro che l’effetto Renzi, evidentemente in grado di interpretare le speranze di “cambiare verso” ad un Paese in crisi, viene completamente perso a livello locale. Dove finiscono per contare solamente elementi come: a) la situazione del Partito Democratico cittadino; b) il candidato; c) la percezione della cittadinanza rispetto alla qualità dell’amministrazione precedente (dieci anni di Giorgio Pighi a Modena, altrettanti di Alessandro Cosimi a Livorno).

bortolotti
Marco Bortolotti

Anche qui, diverse analogie evidenziate in maniera palese al primo turno. Sia a Modena che a Livorno il PD non riesce più a esprimere non solo unitarietà di visioni, ma anche a farsi interprete del bisogno di cambiamento e di innovazione rispetto a una situazione di stagnazione economica che l’Italia intera vive da almeno quindici anni, con tutto quel che ne deriva in termini di politiche locali al di là delle intenzioni dei singoli. Che i partiti cittadini fossero in palese difficoltà lo dimostra anche la scelta, di nuovo per entrambi, di un “papa straniero”. Marco Ruggeri, infatti è un pisano (non proprio una scelta felicissima, vista la storica rivalità tra Livorno e Pisa), ex segretario territoriale del PD livornese e consigliere comunale dal 2009, che non risiede nemmeno in città. Così come Gian Carlo Muzzarelli, modenese ma residente in provincia, a Savignano sul Panaro. Nonostante l’età del primo (quarantenne), di quasi vent’anni più giovane di Muzzarelli, sono percepiti come espressione dell’apparato, vista la lunga militanza nel partito. Sono ex bersaniani, e alle primarie stravinte da Matteo Renzi hanno sostenuto Gianni Cuperlo. Il modenese ha una storia politica che si perde nella notte di tempi, rispetto agli standard considerati attualmente “accettabili”: è stato sindaco PCI di Fanano nel 1980 per poi proseguire con una lunga carriera che lo ha portato da essere assessore alle Attività produttive in Regione, fino all’elezione a sindaco di Modena.

Elementi che però, va precisato, nel caso di Muzzarelli sono stati messi “a valore” sicuramente da una parte importante dell’elettorato modenese, che ha riposto fiducia nelle capacità del neo sindaco di tenere Modena agganciata al treno della ripresa, semmai ce ne sarà una, viste le competenze acquisite in tanti anni di governo regionale, dove girano soldi e si prendono le decisioni che contano, per di più in un ruolo chiave come quello di assessore alle attività produttive. Qualifiche che mancano del tutto al più giovane Ruggeri, capogruppo PD in Regione Toscana, ma quasi catapultato a candidarsi “nella città in cui – raccontava il Corsera qualche mese fa – il Pd non trova nessuno disposto a fare il sindaco”. Differenze tra i due che, all’atto pratico, hanno giocato un qualche ruolo.

Infine, terzo e ultima analogia. La (relativa, almeno in un caso) insoddisfazione dei cittadini di Livorno e Modena rispetto alle amministrazioni in carica fino al voto. A Modena, ricordiamolo, Giorgio Pighi fu eletto al primo turno nel 2004 col 63,8 per cento dei voti per poi riuscire a strappare nel 2009 una risicatissima vittoria – per altro all’epoca contestatissima – col 50,12. Percentuale di poco inferiore al 51,5 ottenuto da Alessandro Cosimi al suo secondo mandato, contro il 55,1 del 2004.

Un secondo mandato difficoltoso per entrambi. Costellato di contestazioni l’ultimo periodo di Cosimi (come segnala sempre il Corriere della Sera allorché il sindaco fu duramente criticato durante una manifestazione nel 2011 della Cgil: “Non era mai accaduto in 60 anni di giunte di sinistra”). Considerato dai suoi critici particolarmente incolore quello di Pighi (oltre a dover affrontare tutta una serie di importanti “fibrillazioni di giunta” come quella, su tutte, che portarono alle dimissioni del “super assessore” Daniele Sitta).

Di analogie ne potremmo trovare altre ancora, ma resta ancora da spiegare perché i livornesi hanno scelto di farsi governare per i prossimi cinque anni dall’incognita rappresentata dall’ingegnere aerospaziale M5S Filippo Nogarin, mentre i modenesi hanno preferito affidarsi all’usato sicuro incarnato da Gian Carlo Muzzarelli. La risposta probabilmente è la più banale: la differente situazione socio-economica delle due città. Tradotto: a Livorno la crisi morde molto più che a Modena (per la quale, comunque, sono finiti i tempi delle vacche grasse).

Un articolo dell’aprile 2011 del Sole 24 ha un titolo inequivocabile: “Livorno maglia nera dei giovani“. Segnalava la provincia di Livorno come “quella con maggior disoccupazione giovanile tra tutte le province del Centro e Nord Italia (36,7%)”. Attualmente il tasso in città viene calcolato intorno al 16 per cento, tanto da far promettere al candidato Ruggeri, in campagna elettorale “Ridurrò il mio stipendio da sindaco della percentuale relativa al tasso di disoccupazione a Livorno, attualmente del 16% e riaumentera’ solo se calerà questa percentuale“. Proponimento inutile, evidentemente. Così come il tentativo di annunciare in anticipo la futura squadra di governo inserendo nella giunta che avrebbe dovuto essere, star locali come l’ex pallavolista Maurizia Cacciatori o il cantautore e scrittore e altro ancora Simone Lenzi.

A Modena invece il tasso di disoccupazione viaggia intorno al 13 per cento, ma era al 3 solo otto anni fa, tanto per evidenziare il pesante deteriorasi della situazione anche in una città come Modena che vanta ancora oggi un reddito medio pro capite (24.555 euro, redditi IRPEF 2012) nettamente superiore alla media nazionale, secondo l’Istat, pari a 19.660 euro contro i 21.180 dell’Emilia-Romagna nel suo complesso e i 20.100 della Toscana. Livorno invece ha un reddito medio di 21.959 euro. Naturalmente il calcolo del reddito medio presenta il difetto di non tener conto del grave problema che affligge l’Italia e tutte le economie occidentali in questi ultimi anni: l’acuirsi della forbice tra redditi bassi e alti e l’aumento delle diseguaglianze nella ridistribuzione, ma costituisce tuttavia un indicatore capace di spiegare, almeno in parte, perché a Modena la voglia di voltar pagina è risultata meno pressante che a Livorno, al di là tutte le analogie tra i due quadri politici che abbiamo cercato di delineare.

A parte i singoli interpreti, i modenesi hanno scelto di dare fiducia alla continuità, i livornesi di dare un brusca scossa all’amministrazione cittadina sperando ovviamente in una svolta decisiva – spaziale, viene da scrivere – sotto ogni punto di vista. Svolta dalla quale però non è esentata Modena, non solo per le promesse di Muzzarelli in campagna elettorale, ma perché – come ha ricordato Enrico Grazioli, direttore della Gazzetta, nel suo editoriale di ieri, “Diteci subito se davvero c’è del nuovo, date il segno, prima che potete, di quella differenza e novità (nei programmi, nei metodi, nelle persone che sceglierete vicino a voi) che fossero state percepite a pieno nelle settimane scorse vi avrebbero evitato il ricorso allo spareggio”. Perché se così non sarà, la svolta che travolgerà tutto e tutti, anche qui a Modena, è solo rimandata.

3 risposte a “Perché il PD ha vinto a Modena ma ha perso a Livorno”

  1. credo che l’analogia migliore possa leggersi con la “ferita” storica al PD bolognese negli anni di Guazzaloca. Cercare il cambiamento è doveroso ma il “nome nuovo” non dà nessuna garanzia. L’unica soluzione è premere sulle Amministrazioni (giusto l’invito di Grazioli), chiedere coerenza e impegno. Esercitare un ruolo attivo di partecipazione durante i 5 anni: se gli elettori PD che hanno votato Querzè o M5S si fossero ricordati di partecipare alle Primarie, l’èsito di queste sarebbe stato forse diverso per quanto riguarda il nome del candidato e la sua linea politica

  2. anche il caso di Sassuolo, di cui poco si è parlato, rientra tra i casi del “già visto”. La rivoluzione leghista ha portato un bel cartello nuovo all’entrata del Paese (“Sasòol”) ma la cittadinanza si è guardata bene dal dare un secondo mandato al Sindaco uscente

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