Nuovo cinema documentario

Quando la giuria del Festival del cinema di Venezia ha deciso di assegnare il Leone d’oro a “Sacro Gra”, il documentario firmato da Gianfranco Rosi, è riuscita nell’impresa di sfatare due miti: che il documentario fosse una cosa noiosa anche se ben fatta oppure che fosse (solo) quel filmato che lo zio cerca sempre di far vedere alle cene di famiglia. Guardando quel film dove il regista ha osservato e ripreso la vita lungo il grande raccordo anulare di Roma si ha l’impressione di avere tra le mani qualcosa di più simile alla poesia che al freddo racconto realtà.

Sacro-GRA

Il documentario, inteso come un insieme di documenti – che siano disegni, foto o immagini filmate – esiste perché gli uomini hanno sempre sentito l’esigenza di raccontare le proprie gesta, la storia o il mondo. La necessità di comprendere la propria vita e di scoprire – e quindi mostrare – cose nuove e sconosciute ha fatto del documentario un sistema di racconto che ha attraversato i secoli: prima i grand tour fotografici per mostrare alle classi sociali meno abbienti il mondo che non avrebbero mai potuto vedere altrimenti, poi la scienza con Albert Khan che nei primi anni del 1900 partiva armato di macchina fotografica e telecamera alla volta di paesi sconosciuti per costruire il primo atlante geo-etno-antropologico fino ad arrivare a oggi, con il documentario che entra di prepotenza nelle sale cinematografiche acclamato da pubblico e critica, come nel caso de “Io sto con la sposa”.

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Pur mantenendo le sue caratteristiche di racconto e analisi storica e della società, oggi il documentario si contamina con altri generi: dalla fiction ha preso l’uso di attori e la possibilità di essere a episodi, dal cinema tradizionale il ritmo e l’attenzione alla fotografia. I registi lo hanno sempre amato: Bernardo Bertolucci ne ha fatti parecchi durante la sua carriera, tra cui anche il lavoro collettivo “L’addio a Enrico Berlinguer” nel 1984. Come lui anche Marco Bellocchio o la Palma d’oro a Cannes 2014 Alice Rohrwacher. Oggi, il linguaggio documentario è da tutti considerato tra i più attuali.

Proprio per mettere al centro il cinema documentario nazionale, ma anche internazionale, che propone sguardi innovativi sulla realtà e la storia, a Modena, per il quinto anno, arriva il Via Emilia Doc Fest. Tra gli eventi più importanti, l’apertura giovedì 6 novembre con un omaggio all’Istituto Luce: un film corale dove dieci registi hanno selezionate immagini dell’archivio proponendo il racconto di novant’anni di storia che è anche quella del nostro paese.

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Venerdì 7, invece, il regista bolognese Germano Maccioni presenta “Giulio Andreotti – il cinema visto da vicino” per la regia di Tatti Sanguineti con il quale ha collaborato al montaggio. Il famoso critico italiano ha chiacchierato per anni con il senatore che era un appassionato di cinema e ha avuto un grande peso in aspetti come la censura. Una proiezione in anteprima e unica, perché il regista sta lavorando a una seconda parte e il film sarà probabilmente modificato prima di finire nelle sale cinematografiche il prossimo anno. Sempre Maccioni, autore di “Fedele alla linea”, il documentario che racconta la storia di Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP, presenterà in anteprima alcuni spezzoni inediti di “Belluscone, una storia siciliana” di Franco Maresco.

In sala, sabato 8 novembre, il documentario nato dallo scambio tra Modena e Tirana che racconta il viaggio in traghetto di dodici ragazzi italiani e albanesi, dal titolo “Il mare che unisce”. Sabato ci saranno i registi Francesca Ragusa (Avec toi sans toi), Valerio Gnesini (Varvilla) e Felice Farina (Patria), che racconta la chiusura di una fabbrica nel torinese. In occasione del festival sarà presentato anche “E’ la mia vita in piazza Grande”, film corale nato da una collaborazione con Unesco e Musei Civici che racconta la relazione tra i modenesi e il cuore della città.

Durante la serata saranno premiati anche i documentari vincitori del concorso web. Domenica 9 uno sguardo internazionale con i quattro corti del premio Maneki Neko Tatami Shot, a seguire “Per Ulisse” di Giovanni Cioni e “Vacanze al mare” di Ermanno Cavazzoni, già scrittore e sceneggiatore de “La voce della luna” di Federico Fellini. Il festival si chiude con “I ponti di Sarajevo”, film corale che raccoglie alcuni dei migliori filmaker europei e racconta la capitale bosniaca protagonista della storia del Novecento.

Immagine di copertina: una sequenza del film documentario “L’uomo sulla luna“.

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