Noi italiani? Bravi solo nell’emergenza

Parlare della ricostruzione dopo un evento catastrofico in Italia non è facile. Ogni caso fa storia a sé, a causa di diverse situazioni locali, di differenti condizioni socio-economiche e di un differente quadro politico-finanziario. L’Emilia-Romagna è il primo caso italiano di una ricostruzione gestita completamente a livello locale. E in territori stranieri colpiti da simili catastrofi, come il Giappone, come funzionano le cose?

Dal 2013 il CRUTA – Centro Ricerche Urbane, Territoriali e Ambientali dell’Università di Ferrara – su richiesta della Regione Emilia-Romagna e della Struttura Commissariale per la ricostruzione del cratere sismico emiliano, ha realizzato una serie di corsi formativi, di aggiornamento e iniziative incentrati sulla situazione dei comuni colpiti dal sisma del 2012. Uno di questi corsi, si è recentemente concluso con un viaggio di studio in Giappone, dove l’Università Waseda di Tokyo, partner dell’Università di Ferrara all’interno della Rete universitaria ROUTES Towards Sustainability, ha ospitato una delegazione italiana (8 studenti e 4 ricercatori) per diversi sopralluoghi in aree colpite da sismi nel 1997, nel 2004 e nell’area colpita dallo tsunami del 2011.

“Quando si pensa al Giappone le immagini che saltano subito alla mente sono alti grattacieli e sistemi tecnologici di ultima generazione – afferma Valentina Guerzoni, giovane architetto modenese, al rientro dal viaggio in Giappone, con cui ha concluso il corso di perfezionamento post-laurea promosso dal CRUTA “Territori, comunità, produzioni: Ricostruire per innovare/innovare per ricostruire a seguito di eventi naturali catastrofici” volto ad approfondire i temi della ricostruzione edilizia, del recupero e della nuova pianificazione urbanistica nelle aree emiliane colpite dal sisma – La vera differenza nella ricostruzione risiede nei villaggi e nei paesi dove le costruzioni spesso non superano i due piani e costituiscono una delle tipologie abitative maggiormente radicate sul territorio. Il Giappone credo si differenzi sostanzialmente dall’Italia per quanto riguarda la consapevolezza del rischio sul proprio territorio. Conoscendo le sue “debolezze” il Giappone ha investito sulla sicurezza e sulla riduzione delle vulnerabilità delle costruzioni oltre che sull’informazione dei propri cittadini. In Italia siamo eccellenti nella risposta nella fase di emergenza ma sembra che la memoria del Paese sia piuttosto corta…”.

FOTO 1 - EDIFICI COMMERCIALI PROVVISORI
Edifici commerciali provvisori

 

Il caso Emilia – Romagna
L’Emilia-Romagna è il primo caso italiano di una ricostruzione gestita completamente a livello locale, fin dal momento della nomina a Commissario governativo ad acta del Presidente Vasco Errani e fin dalla prima scelta compiuta dal Commissario di formare immediatamente un Comitato Istituzionale comprendente la Regione, tutti i Comuni del cratere, le Province, le Soprintendenze. Si tratta quindi del primo caso di assunzione delle responsabilità a livello locale e di auto-gestione concertata.

“Il caso Emilia-Romagna, tuttora in corso e ancora impegnato nella prima fase della ricostruzione, arriva a seguito dell’esperienza negativa aquilana – spiega il Prof. Gianfranco Franz, direttore del Master Internazionale Eco-Polis del Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Ferrara – Anzi, alcuni giorni prima del terremoto del 20 maggio 2012 l’allora Governo Monti, proprio sulla base dei gravi scandali per corruzione e per spreco di denaro pubblico a cui la gestione Bertolaso aveva condotto la Protezione Civile – sono tuttora in corso le indagini giudiziarie e i processi – aveva con un decreto legge modificato la missione della Protezione Civile, riducendone le funzioni alla sola assistenza alla popolazione nei primi 60 giorni dopo un evento catastrofico.

Case sommerse dall'alluvione
Case sommerse dall’alluvione

Con questo atto, a parere di chi parla, a causa della pessima gestione Bertolaso e degli enormi sprechi ed errori commessi a La Maddalena (con la nomina di Guido Bertolaso nel 2001 a Capo del Dipartimento della Protezione Civile nazionale, direttamente alle dipendenze della Presidenza del Consiglio, nel 2008, dopo i fatti di San Giuliano di Puglia, la Protezione Civile ebbe mandato di agire in modo completamente autonomo da qualsiasi altra autorità amministrativa e di controllo. Le prove generali per queste inedite modalità operative si ebbero con la gestione dei lavori per la realizzazione dei lavori del G8 nell’isola de La Maddalena, in Sardegna) e a L’Aquila poi, l’Italia ha scelto di mettere da parte un’esperienza straordinaria di competenze e di capacità di intervento, riducendo la funzionalità della Protezione Civile e mettendo in capo alle sole Regioni il compito di gestire la ricostruzione.

E’ ancora troppo presto per poter dare una valutazione anche solo parzialmente oggettiva del caso emiliano – prosegue Franz – Sicuramente si può dire che la fase dell’emergenza e quella della ricostruzione delle attrezzature pubbliche (scuole, presidi sanitari, municipi, ecc.) si è conclusa con una straordinaria dimostrazione di efficienza ed efficacia. La seconda fase, quella dell’avvio della ricostruzione, con l’esecuzione di gran parte dei lavori di riparazione leggera si è anch’essa conclusa felicemente e in tempi piuttosto rapidi. Attualmente sta iniziando la fase della ricostruzione vera e propria, che si dovrà concentrare principalmente nel recupero e nella rivitalizzazione dei centri storici. E’ questa la fase più difficile anche a causa dell’attuale congiuntura economico-finanziaria nazionale ed internazionale”.

Non bisogna infatti dimenticare che la ricostruzione in Umbria e nelle Marche beneficiò di un contributo statale che è andato oltre al 100% di quanto inizialmente stanziato dall’allora Governo Prodi, mentre gli interventi dei privati sono stati avvantaggiati da condizioni di mercato immobiliare e di credito bancario oggi inesistenti. Il vero punto interrogativo della ricostruzione in Emilia è infatti rappresentato dalla capacità dei privati cittadini di intervenire in proprio e con propri mezzi in una fase di esagerata stretta del credito e di pesantissima crisi del mercato immobiliare.

Modello di edilizia pubblica
Modello di edilizia pubblica

Giappone ed Italia differiscono per storia, tradizione e morfologia urbana. Cosa il Giappone deve imparare da noi e cosa dobbiamo imparare noi da loro?
“Credo che il contrasto più evidente tra i due territori riguardi il modo di vivere gli spazi della città – dice Valentina – In Giappone la dimensione dello spazio è molto introversa, intima, domestica. Lo spazio esterno tende alla saturazione, abitazioni monofamiliari di piccole dimensioni sono a meno di un metro di distanza da grandi edifici pluripiano. Non c’è gerarchia degli spazi esterni né esistono veri e propri spazi di incontro all’aperto: i magnifici giardini giapponesi sono luoghi dove ammirare la natura e i suoi cambiamenti, non per socializzare. In Italia, invece, la dimensione domestica si rapporta con quella dello spazio pubblico. È ben riconoscibile un nucleo più importante all’interno del centro abitato dove hanno e hanno sempre avuto luogo i più importanti aspetti della vita del cittadino: il commercio, la politica, la religione, lo svago…

Inoltre il rapporto con questo spazio, con il centro storico e con i suoi monumenti, è ben definito da regole spaziali ed estetiche che contribuiscono a dare una gerarchia all’ambiente esterno. L’estrema efficienza che contraddistingue ogni aspetto della cultura giapponese ha forse penalizzato il territorio per quanto riguarda la salvaguardia del patrimonio storico e paesaggistico. L’intervento del governo nazionale in termini di finanziamenti economici e di modalità di ricostruzione è assai minore rispetto al nostro e per ridurre al minimo i tempi di transizione tra emergenza e rinascita dei centri abitati molte decisioni vengono lasciate al singolo proprietario privato – spiega Valentina – Se quest’ultimo non è quindi interessato a ricostruire, conservare o restaurare il proprio immobile, il terreno rimarrà vuoto o nel caso più probabile verrà occupato da un edificio prefabbricato.

Edifici commerciali provvisori
Edifici commerciali provvisori

Nel caso invece lo Stato abbia piani specifici per una determinata area, non si farà scrupolo ad espropriarla per delocalizzare l’insediamento abitativo precedente e sostituirlo con impianti produttivi o con sistemi di protezione come alti muri in cemento per il contenimento delle onde dello tsunami. L’effetto di tali politiche non solo contribuisce ad un progressivo impoverimento del patrimonio edilizio tradizionale, ma determina anche una diminuzione del senso di attaccamento degli abitanti al proprio contesto urbano.

Va però sottolineato come da diversi anni si stia sensibilizzando la popolazione a questi temi grazie a pratiche come quella del MACHIZUKURI promossa dal laboratorio del professor Shigeru Satoh, volta non solo a promuovere azioni di prevenzione e di difesa della propria famiglia e dei vicini nella fase di emergenza ma anche a pensare alla ricostruzione ed ai suoi obiettivi prima che avvenga il terremoto.
L’Italia, pur avendo un’attenzione particolare alla conservazione dei beni di valore storico, testimoniale e paesaggistico e all’intervento sui centri storici e sul tessuto urbano, a seguito di un evento calamitoso pecca dal punto di vista dell’informazione della cittadinanza e della prevenzione.

I cittadini spesso non sanno come agire in caso di emergenza oltre a non essere informati sulla vulnerabilità della propria casa e città. Il caso emiliano ha purtroppo fatto emergere le lacune in materia antisismica dei tecnici oltre che l’inadeguatezza della legislazione allora vigente sui temi della vulnerabilità e del rischio sismico.
L’Italia deve lavorare sulla prevenzione e sull’informazione, ma soprattutto deve imparare a non dimenticare.
In Giappone sono stati creati diversi spazi nelle città colpite da terremoti passati e recenti, aperti a turisti e cittadini, al fine di illustrare la catastrofe nelle sue dimensioni e caratteristiche, gli interventi in fase di emergenza e durante la ricostruzione e la descrizione geomorfologica del territorio colpito. Potrebbe essere un’idea da importare…”.

Foto di gruppo nel laboratorio Prof. Satoh alla  Waseda University di Tokyo
Foto di gruppo nel laboratorio Prof. Satoh alla Waseda University di Tokyo

Qual è la vera innovazione da apportare in Italia in tema di ricostruzione?
L’Emilia-Romagna ha già introdotto in Italia una sostanziale innovazione rispetto alla storia nazionale dei disastri – afferma Franz – Infatti la Regione è stata la prima a dotarsi immediatamente di una legge regionale urbanistica per la ricostruzione, così da permettere di inquadrare tutti gli interventi di ricostruzione all’interno di un quadro normativo organico e coerente per tutti i Comuni, evitando le scelte caso per caso.

In realtà quello che serve al Paese è proprio una legislazione nazionale quadro che regoli e indirizzi tutte le fasi di una ricostruzione post disastro naturale, sia che si tratti di un terremoto, sia che si tratti di frane, inondazioni o altri cataclismi.
Al momento attuale ad ogni disastro una comunità locale e le amministrazioni regionali e comunali devono partire ogni volta da zero, non esistendo una legislazione ad hoc. Questa condizione comporta un’esagerata produzione di norme di emergenza e ordinanze commissariali che richiedono un impegno enorme, sia a livello gestionale, sia per quanto riguarda le competenze dei funzionari pubblici e dei liberi professionisti che devono applicare tali norme straordinarie.
In secondo luogo la vera innovazione che deve riguardare tutta la comunità nazionale, lo sviluppo di una vera cultura della prevenzione e delle riduzione dei rischi multipli. Più prevenzione per ridurre i danni e i costi, sia in termini di vite umane, sia in termini di interventi di ricostruzione. Maggiore cura del territorio (frane, inondazioni) e maggiore cura degli edifici, pubblici e privati, con il fine di proteggere meglio le persone, riducendo i costi e i tempi per la gestione dell’emergenza e per la ricostruzione”.

Centro di prevenzione a Nagaoka. Questo spazio ospitava i moduli abitativi provvisori, ora è un parco. L'area è stata lasciata libera perché in caso di emergenza potrà nuovamente ospitare gli sfollati.
Centro di prevenzione a Nagaoka. Questo spazio ospitava i moduli abitativi provvisori, ora è un parco. L’area è stata lasciata libera perché in caso di emergenza potrà nuovamente ospitare gli sfollati.

Dare continuità all’emergenza
“Durante il corso abbiamo approfondito molte delle tematiche fondamentali per l’analisi di ciò che è accaduto e di ciò che potrà essere fatto in futuro: tecnologie costruttive, legislazione e burocrazia, rischio, vulnerabilità e prevenzione, progettazione e partecipazione – spiega l’architetto – Seminari e lezioni uniti alla possibilità di incontrare e confrontarsi con alcuni dei protagonisti della ricostruzione mi hanno permesso di capire a fondo quanto sia cruciale unire all’efficienza nella gestione nella fase di emergenza una visione di più lungo periodo, un disegno che dia continuità a emergenza, ricostruzione e rinascita del territorio – conclude Valentina – In Emilia si è scelto di puntare oltre che sulla garanzia di sicurezza e qualità costruttiva anche su temi di aggregazione sociale quali lavoro, scuola e territorio.

Visitando alcuni dei paesi colpiti dal sisma del maggio 2012 mi ha molto colpito constatare come alcuni degli interventi temporanei proposti siano riusciti a riattivare, se non addirittura a creare, luoghi per la comunità, per l’incontro per bambini e adulti. A due anni dal terremoto e con la crisi economica che non sembra volersi fermare purtroppo per molti la “normalità” è ancora lontana ma il percorso intrapreso dalla Regione mi fa credere che i centri storici e i comuni colpiti dal sisma non saranno abbandonati dai propri cittadini”.

Tutte le immagini di questo articolo si riferiscono al  viaggio di studio in Giappone della delegazione italiana in Giappone.

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