L’italiano che ha conquistato il Nobel dell’arte a Tokyo

Consumatori voraci di mostre, fan scatenati di artisti sconosciuti ai più e adoratori di opere: tuttavia non è facile parlare d’arte in Giappone.
Sembra che i musei di tutto il mondo facciano a gara per organizzare trasferte a Tokyo delle loro opere più prestigiose, davanti alle quali i giapponesi si accalcano, rigorosamente in fila. Purtroppo però, quando si tratta di esprimere un’opinione il Giapponese non spiccica una parola. Forse la frustrazione derivante dal non aver prodotto un Leonardo o un Caravaggio nella propria storia li mette in crisi davanti all’interlocutore occidentale, ma è soprattutto l’idea di descrivere un concetto, o di immaginare ciò che si cela dietro un’opera che è complicata. “Bianca, tu cerchi sempre una storia dietro un artista, noi cerchiamo e acquistiamo la sua tecnica”, mi ripete spesso Keiko, proprietaria di una galleria d’arte a Ginza.

pennoneSarà forse anche per questo che poche sere fa, di fronte al Maestro Giuseppe Penone, giunto a Tokyo il 15 ottobre per la consegna del Praemium Imperiale, la differenza di vedute fosse ai massimi livelli. Il Praemium Imperiale, assegnato ogni anno dalla famiglia reale giapponese, si rivolge a cinque discipline – pittura, scultura, architettura, musica, teatro/cinema e conferisce un prestigio internazionale in campo artistico pari a quello del Premio Nobel in campo scientifico. Gli artisti sono premiati per i risultati conseguiti, per l’influenza esercitata sul mondo dell’arte a livello internazionale e per il contributo dato alla comunità mondiale con la loro attività.

Quest’anno l’Italia è stata magnificamente rappresentata dallo scultore Giuseppe Penone, che il giorno dopo la consegna del premio si è fatto intervistare pubblicamente presso l’Istituto Italiano di cultura. L’intervista era condotta da Masahiro Aoki, critico d’arte, curatore ed ex direttore di musei, grande fan di Penone come praticamente tutti i giapponesi in sala (pochissimi gli italiani, ma diamo la colpa all’orario). Fan o fanatici pronti a porre domande autoreferenziali e a citare nomi di mostre dimenticate persino dallo scultore. Nonostante tutta la passione per l’opera di Penone, la conversazione è andata avanti per due ore su livelli completamente diversi, palesando ancora una volta le differenze tra i due mondi.

Il critico insisteva perché Penone spiegasse la realizzazione di ogni sua singola opera, dal 1967 a oggi (“Ma la mano, ci dica Maestro, come teneva le dita della mano quando ha fatto questa scultura?”) e Penone cercava di riportare, pazientemente, il discorso sulla sua indagine della realtà e sull’idea di natura che permea le sue opere. Niente da fare, la conversazione, non facilitata dalla traduzione simultanea, non è decollata, si è smarrita fra dettagli di opere che Penone forse non vuole neanche più spiegare e i tanti “So desu neee” (è un’espressione spesso ripetuta dai Giapponesi che significa “mmm capisco”) del critico, che vedeva ogni parola del maestro come una rivelazione.

Tuttavia, c’è ancora speranza. Aoki, il critico, aprendo la conferenza ha spiegato che i Giapponesi amano Penone perché per loro è strano che un artista del Paese del marmo lavori il legno, proprio loro che vengono dal Paese del legno e vorrebbero lavorare il marmo. Penone, invece, interrogato dal pubblico sulle affinità col Giappone, ha raccontato che l’isolata comunità montana in cui è nato, ha sviluppato una cultura basata sull’attenzione ai dettagli e ai piccoli gesti, simile a quella che i giapponesi hanno prodotto nei secoli sulla loro isola lontana da tutto.
Forse per una volta, i due mondi hanno qualcosa in comune.

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