Le balene non restino sedute

Non sono molto ferrato in materia, conosco dei cavalli che lo sono più di me.
(da “Le balene restino sedute” di Alessandro Bergonzoni)

 Fonte immagine: livescience.com
Il salvataggio delle balene a Barrow. Fonte immagine: livescience.com

C’è un evento che ha fatto la storia dell’informazione di cui qui in Italia forse in pochi si ricordano. Nell’ottobre 1988 un eschimese scoprì tre balene grigie intrappolate dal ghiaccio nei pressi di Barrow, un villaggio di 3000 abitanti all’estremo nord dell’Alaska, nella contea di North Slope. Contea che all’epoca vantava un piccolo studio televisivo (collegato a un satellite, Aurora I), mantenuto dai contribuenti stessi.  La piccola tv locale cominciò a trasmettere le immagini delle balene intrappolate sul satellite il cui segnale era visibile anche a Seattle dove avevano propri uffici the Big Three, i tre principali network americani (CBS, NBC, ABC). I quali, facilitati anche dalla copertura fornita dalla tv di North Slope, decisero di “lanciare” la notizia. Quel che ne seguì ha fatto storia. Arrivarono sul posto – mica il campetto dietro casa, ma una landa desolata 515 chilometri a nord del circolo polare artico – 26 reti televisive. Gorbaciov e Reagan si interessarono personalmente al caso e per salvare le balene misero in moto la marina americana e quella sovietica, per un costo totale dell’operazione di quasi 6 milioni di dollari.

«Il caso delle balene – commenta Fabrizio Tonello nel suo breve saggio “Il giornalismo americano” (Carocci) – fu la prima dimostrazione che, non solo “nulla accade” se non ci sono le telecamere ma che, dove ci sono le telecamere, qualsiasi cosa accada è una notizia». Tonello qui parla di televisione, ma l’assioma vale per qualsiasi altro media (la televisione semmai resta ancora oggi il maggior “amplificatore”): una notizia è vera, nel senso che accade, nella misura in cui viene raccontata. Altrimenti, semplicemente non è. Niente di nuovo, in fondo. «Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un’autorità su come far pensare la gente. Ci sono i giornali per esempio, sono proprietario di molti giornali da New York a San Francisco» fa dire Orson Welles a Charles F. Kane, protagonista del suo capolavoro del 1941 “Quarto potere”.

La rivoluzione di Internet però, e ancor di più quella specie di reti nella rete che sono i social network (Facebook in primis, Twitter in seconda battuta) stanno brutalmente radicalizzando questo scenario. Oggi, scrive nel suo interessante editoriale “Come i social network sono diventati un potente strumento di distrazione di massa” Germano Milite, “l’informazione esiste solo se viene condivisa“.

«L’utente medio si è disabituato a ricercare i contenuti o a navigare sui portali e sempre più spesso diviene un inconsapevole soggetto passivo che si accorge di accadimenti e notizie importanti se e solo se compaiono sulla sua newsfeed di Facebook, diventano trend topics su Twitter ecc. E lo spazio che occupano certi “fenomeni virali”, come ad esempio la notizia divenuta poi tormentone della “farfallina” della Pausini, è spazio non solo virtuale ma proprio temporale che viene tolto alla lettura ed alla condivisione di altre informazioni ben più importanti. E sì perché, il tempo che milioni di utenti perdono per commentare (inutilmente) determinati accadimenti e nell’esprimere la propria (non necessaria) opinione su determinate vicende, viene inesorabilmente tolto ad altre attività».

Gli italiani che si informano su Internet sono ormai quasi 30 milioni. Ottima notizia se questi milioni di persone usassero Internet per quel che è: una enorme miniera di dati/informazioni che molto spesso permette di rifarsi direttamente alle fonti, confrontare opinioni differenti su uno stesso tema, approfondire ogni genere di argomento (anche se la facilità di accesso a fonti diverse non sempre si coniuga con altrettanta capacità di saper distinguere tra le stesse, cioè “separare il grano dal loglio”). Ma purtroppo, come evidenzia Milite, così non è. Anzi.

Alla crisi dell’informazione (giornali che chiudono, continua perdita di lettori, un’informazione sempre più fast food come se la nostra capacità di attenzione non andasse oltre i due minuti) i media stanno rispondendo con una sempre più decisa virata verso l’infotainment (informazione + intrattenimento rigorosamente mischiati), fenomeno nato negli anni ’80, che oggi sta vivendo, almeno in Italia, la sua apoteosi. Guardate le notizie pubblicate sulla propria pagina Facebook da Repubblica, la quale tra l’altro può vantare una solida tradizione di infotainment però tendenzialmente confinata alla storica “colonna destra”, quella dei gol più spettacolari, i piccoli panda (gattini, cagnolini, topini, uccellini, ecc. ecc.) o le bellezze di ogni latitudine.  Si è spinto ancora più in là un quotidiano con la storia e la tradizione del Corriere della sera. Osservate come è oggi nella sua versione online: un mix tra un social come Pinterest e il campione mondiale di foto di gattini, video virali, gossip e “news”che è Buzzfeed. Quasi cancellata la gerarchia nelle notizie, sommari inesistenti in home sostituiti da immagini più o meno grandi (sul modello di Pinterest, appunto), un pot-pourri – imbarazzante a mio avviso – di notizie serie con gossip da Novella 2000 (testata che per altro è di proprietà del gruppo RCS).

Ecco le notizie in primo piano, in questo momento, su corriere.it.

corriere_primo piano

 

Rassegnarsi al fatto che “così va il mondo” non basta perché, spiega sempre Tonello citando il saggio “Sulla televisione” di Pierre Bourdieu (Feltrinelli), trattare l’informazione in grado di offrire ai cittadini maggiore consapevolezza per “decidere sugli affari della comunità” (che è poi il motivo per cui è nata la stampa alle origini) «come parte del mondo dello spettacolo, privilegiando – ad esempio quando si parla di politica – le notizie sulla vita privata dei politici, equivale a una censura delle notizie (assai più complesse e difficili da capire) sullo stato del mondo, sulle guerre, sulla sanità, sulle pensioni, su chi sarà avvantaggiato e chi danneggiato dai tagli fiscali».

Se questo è lo stato dell’arte, bisogna comprendere a fondo l’ulteriore spinta che a questo modello devastante stanno dando i social network. Facebook in particolare. Scrive sempre Milite nel suo editoriale: «Ciò che è radicalmente cambiato, in peggio, rispetto al recentissimo passato, riguarda la differenza di visibilità concessa a determinati contenuti rispetto ad altri. Mi spiego con un esempio per i meno pratici sulla questione inerente il (rovinoso) cambio di algoritmo di Facebook che sta di fatto decretando una censura poderosa nei confronti di tutti coloro che non possono comprare like e visibilità e non producono contenuti trash-virali. Mentre infatti in passato un articolo “tette e culi” sui social collezionava 30.000 click a dispetto dei 5000 totalizzati da un pezzo più impegnato ed utile alla collettività, oggi questa proporzione, a causa del succitato cambiamento di algoritmo, è cresciuta ulteriormente, regalando in media 100.000 visite al primo contenuto e solo 200 al secondo».

A rifletterci un po’, a non dare per scontato l’intreccio indissolubile tra informazione e democrazia, forse le balene da salvare non sono più solo le tre di Barrow (probabilmente ancora in giro per gli oceani, visto che la longevità di questo mammifero varia dai 50 agli 80 anni).

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