La scuola rapida

I bizantinismi dell’attuale sistema di reclutamento, la condizione di insegnanti demotivati, stanchi e soli, la necessità che la meritocrazia diventi parte integrante dell’intero sistema scolastico, sono solo alcuni dei talloni d’Achille che azzoppano il cammino della scuola italiana.

Come la nostra Costituzione ci dice da un bel po’, la scuola è di tutti e non dovrebbe passare inosservata la possibilità, fino al 15 novembre, di dire la nostra accedendo a labuonascuola.gov.it – la piattaforma che illustra il piano che il Governo offre a tutti i cittadini come proposta di riforma della scuola italiana mandando un nostro commento – rapido eh! – per costruire insieme la Buona Scuola. Servirà a cambiare qualcosa? O si tratta dell’ennesima, traballante stampella, che non basterà a tenere in piedi la nostra scuola? Ne abbiamo parlato con due giovani docenti precarie modenesi.

venturelli

Partecipa commentando: ma con meno caratteri di un tweet

«Qualche giorno fa un’alunna ha detto una cosa che mi ha colpito: prof, a me sto discorso del merito mi fa rodere. Tutti con ‘sta meritocrazia, la meritocrazia.. Ma che significa? E chi non merita? E noi altri che stiamo indietro, che non ce la facciamo, noi non contiamo niente? Per me la buona scuola è quella capace di rispondere a questa domanda». Giulia Venturelli, laureata in Filosofia nel 2010, da due anni insegnante presso l’Istituto Dante Alighieri di Modena ha partecipato al questionario perché «in quanto docente mi sento assolutamente coinvolta, non avrei potuto non farlo. Ovviamente non considero una consultazione on line una “costituente sulla scuola”, ma è comunque un primo passo.

L’idea del “commento rapido” mi ha molto colpita. La rapidità sembra essere la cifra (una delle uniche, veramente) di questo governo, peccato che con la scuola e con quello che ci sta dentro ci azzecchi ben poco. L’insegnamento e l’apprendimento, l’educazione, sono in sé procedimenti lenti, sedimentati, e la rapidità poco si presta a descrivere l’ambiente che tali processi crea e custodisce: la scuola, appunto. Secondariamente, mi colpisce il termine “commento”: non “proposta”, non “progetto”. Commento, à-la social network. Più che protagonisti, la consultazione si rivolge a degli spettatori. Più che favorire la partecipazione, mi pare uno strumento per organizzare (uso un termine forte) il “consenso”. Capisco che una dissertazione sul significato dei termini possa risultare pesante, ma è questo ciò che si fa a scuola, è questo ciò che la scuola dovrebbe insegnare a fare: a distinguere e a riempire le parole di significati.

“Veloci” o solo superficiali?

A pensarci bene, quello della rapidità (diciamo pure superficialità) è l’aspetto più paradossale dell’intero questionario. Anche nel caso di una domanda aperta, il limite della risposta è sempre di pochissime battute. Poco più di una riga, molto meno di un tweet, per capirci. Finisce che ci si esprime come questo governo, per spot. Rimane però quanto meno curioso che si chieda alle persone di attivarsi e di esprimere un’opinione, ma sempre entro un limite di (pochissime) battute. Se decidi che le persone le vuoi ascoltare, le devi ascoltare veramente. Altrimenti è solo propaganda. In pratica, o dici che sei d’accordo, o non hai materialmente lo spazio per argomentare le tue posizioni».

Leggi anche: “La dura vita di una supplente“.

Una riforma che non migliorerà nulla?

sghedoniAnche Cristina Sghedoni, laureata in Lettere moderne nel 2008, insegnante in una scuola che dovrà lasciare presto, sperando che la chiamino in un’altra dato che non è abilitata e non compare tra i “precari” da assumere con la riforma e per questo ha molta paura di dover cambiare mestiere, ha pensato di rispondere e ha invitato altri a rispondere perché teme una riforma della scuola che non migliori nulla. «Credo che insegnanti ma anche genitori, educatori, tutti quelli che hanno a cuore il futuro debbano interessarsi del futuro della scuola con la speranza di venire ascoltati. Però non mi piace questo metodo che interpella i singoli in un tempo breve; avrei voluto una riflessione condivisa, un tempo più disteso per il confronto, l’elaborazione e il vaglio di proposte alternative. Ci sono molte belle parole, nella proposta di riforma, ma ci sono cose molto pericolose: l’assunzione dei precari è una priorità, sì, ma credo sia necessario riflettere bene su chi si assume e con quale obiettivo. Mi spiego: ho incontrato molti buonissimi insegnanti, ma ho visto anche che è possibile, una volta avuto il ruolo, spesso con un anno di prova di pura formalità, smettere di avere passione e cura nell’insegnamento. Ci sono insegnanti demotivati, stanchi e soli: dobbiamo ragionare insieme per individuarli e non dobbiamo permettere che si allarghi questa categoria».

Il coraggio di dire: questo mestiere non fa per te

Cristina è molto toccata dal tema del reclutamento degli insegnanti e sostiene che si eluda il problema che sta alla base e che è: come selezionare e formare insegnanti con una preparazione relazionale oltre che culturale idonea? «La proposta di un biennio di abilitazione che abbia come seguito un concorso mi pare fonte di molta frustrazione perché avremmo di nuovo persone che hanno investito molto in un percorso e poi si ritrovano a giocarsi il posto di lavoro in una giornata di quiz. Sarebbe meglio mettere la selezione all’inizio e soprattutto durante il percorso per l’abilitazione, con insegnanti esperti che, con una accurata osservazione, possano prendersi la responsabilità anche di dire: “Questo mestiere non fa per te”. Mi sembra più importante e più rispettoso verso i giovani ragionare bene sul percorso di formazione degli insegnanti, perché possa durare nel tempo, piuttosto che fare in fretta una sanatoria e poi mettere la selezione degli insegnanti nelle mani dei quiz!».

«È paradossale che una riforma che si annuncia basata sul merito, lasci fuori dal sistema scolastico i meritevoli “tieffini” (docenti abilitati tramite il percorso del TFA – Tirocinio Formativo Attivo) che hanno affrontato e superato tre dure prove selettive con posti calcolati sulla base del fabbisogno, oltre ad aver sostenuto un costo di circa 2.500 euro per la frequenza del corso – le fa eco Giulia – Non si può continuare ad accedere a questa professione solo per anzianità di servizio, occorrono anche i meriti. Questo mi sembra un principio abbastanza “renziano”. Peccato che nei fatti la sua riforma vada nella direzione esattamente opposta. Anche qui, come nel caso dell’art. 18, creare delle separazioni tra lavoratori di serie A e di serie B (giovani/vecchi, abilitati/non abilitati, con anni di servizio/senza esperienza) non facilita nessuno, di sicuro non noi che siamo gli ultimi ma anche gli unici che, finora, hanno accettato di sottoporsi a selezione e valutazione.

E nella scuola entrano sponsor e pubblicità

Sono molto scettica sulla proposta di riforma – prosegue Giulia – Essa non mi convince nel merito, nei contenuti. Riesce là dove le precedenti riforme Moratti e Gelmini avevano solo sperato di arrivare, porta alle estreme conseguenze quella idea di scuola. Ci ricordiamo le famose 3 “i”? Inglese, internet, impresa. A questo, ora si aggiunge il “preside-manager”; i privati che entrano a scuola con sponsor e pubblicità; i docenti valutati (lo fossero sul serio, ma prima di essere assunti!). Ancora, gli scatti stipendiali che diventano “premi” in base alla “produttività”; questa concezione punitiva della valutazione da cui dipendono tutti, docenti e studenti».

A Giulia piacerebbe sapere cosa si fa contro l’abbandono scolastico. «La scuola dove insegno raccoglie per la maggior parte ragazzi che non riescono a rimanere nella scuola statale, perché non hanno il passo “giusto” degli altri. Si dice qualcosa in questo testo sulla lotta alle disuguaglianze nelle condizioni di partenza?  Secondo me questo elemento, per dirne uno, deve essere il cardine della buona scuola. Il progetto renziano invece applica la meritocrazia al contrario: con gli studenti e non con i docenti, per i quali si prospetta la solita sanatoria all’italiana. La situazione andrebbe invece rovesciata: i docenti migliori per recuperare tutti gli studenti (non solo quelli che ce la fanno e ce la farebbero a prescindere dagli insegnanti che ricevono in sorte).

Credo che la scuola sia buona quando gli alunni ci vanno volentieri perché è un luogo che li aiuta a scoprire e a valorizzare il loro tipo di intelligenza – conclude Cristina – Mi pare che sui banchi si possa e si debba insegnare la fatica e la soddisfazione di “fare le cose bene” e credo che sia fondamentale che gli insegnanti si propongano come persone da stimare e da imitare, perché in fondo abbiamo tutti, crescendo, inseguito qualcosa che abbiamo intravisto come felice e bello in chi ci è stato vicino».

Una risposta a “La scuola rapida”

  1. VI RINGRAZIO PER LE VOSTRE RIFLESSIONI CHE COME GENITORE SOTTOSCRIVO IN PIENO, VORREI SOTTOLINEARE ANCHE CHE LA COMPONENTE GENITORI E’ PRATICAMENTE IGNORATA , LA RIFORMA DEGLI ORGANI COLLEGIALI DOVRA’ ESSERE AFFRONTATA MA, COME AVETE SOTTOLINEATO, CON UN PERCORSO CONDIVISO, LA CORRESPONSABILITA’ EDUCATIVA DOVREBBE ESSERE UN CARDINE DELLA NUOVA SCUOLA E VALORIZZATA ADEGUATAMENTE BUONA GIORNATA

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