La scuola di cinema è il cinema. Parola di regista.

“Volevo fare una storia russa, che si svolge il giorno in cui l’uomo è andato sulla luna. Mi sono chiesto: in Unione Sovietica, quando hanno capito di avere perso la corsa allo spazio, cosa hanno pensato? Cosa hanno fatto? Cosa succede all’uomo quando fallisce in modo catastrofico?”

Youcef MahmoudiYoucef Mahmoudi ha 28 anni, è un regista e sceneggiatore modenese di origini algerine e dal 2006 vive a Nizza. Racconta così la genesi di Kosmodrome, il suo terzo cortometraggio che, realizzato dopo anni di pausa, verrà presentato a maggio in anteprima presso The Art of Brooklyn Film Festival. Ma facciamo un passo indietro.

DA MODENA A NIZZA

Nato ad Algeri nel 1986, Youcef Mahmoudi cresce a Modena, città dove la sua famiglia si trasferisce quando lui ha appena un anno. Qui resta fino alla fine delle scuole superiori, quando i suoi genitori decidono di spostare la propria attività commerciale a Nizza. “I miei sono partiti a giugno 2005, io stavo passando la maturità – racconta -. All’inizio non volevo partire, poi mi sono fatto sedurre dalla bellezza della Costa Azzurra e a gennaio 2006 sono partito anche io.”

Nei mesi in cui Youcef rimane da solo a Modena lavora per la Croce Blu e realizza  Il Portafoglio, il suo secondo cortometraggio. Con il trasferimento, però, il desiderio di formarsi come regista e sceneggiatore subisce una battuta d’arresto. «Passare da una lingua all’altra è complicato: vuoi fare cinema, vuoi farlo in una lingua che non è la tua – continua -. Avevo tutti i contatti a Modena quindi per un po’ ho lasciato perdere. Poi nel 2012 mi sono iscritto all’Ecole Française d’Audiovisuel Sud di Nizza. Kosmodrome è nato nell’ambito di questi studi».

Presentato in una sua prima versione come elaborato finale per conseguire il diploma, Kosmodrome è uscito dalle pareti scolastiche per diventare un’opera indipendente, prodotta dallo stesso Youcef, che non esclude un’ulteriore evoluzione poiché «cambiare è un dovere e l’obiettivo è avere il miglior film possibile».

kosmodrome locandina“KOSMODROME”

Tutto inizia (o finisce) in un bunker siberiano, il 20 luglio 1969, con una ragazza che uccide con lo sguardo e un universo interiore che sparisce, un misterioso colonnello e il suo esercito di psiconauti. I 15 minuti di Kosmodrome hanno un ritmo serrato e mischiano diversi linguaggi: dalle atmosfere da Guerra Fredda si arriva alla fantascienza, passando per i concetti di propaganda, manipolazione psichica, fallimento e vendetta. Il risultato è una fusione di suggestioni legate agli anni ’60 intesi come «epoca d’oro dei film di fantascienza e di sperimentazioni psichedeliche, con questo sogno, questa volontà di esplorare lo spazio».

L’internazionalità è un altro aspetto di Kosmodrome. Molti attori sono russi, trovati grazie alla Maison de la Russie che riunisce la comunità russa della Costa Azzurra. «Alcuni di loro la Guerra Fredda l’hanno vissuta quindi ho cercato di includerli nel progetto creativo – continua Youcef –. Nella troupe c’erano anche francesi e italiani, tra cui Mirco Sgarzi che è membro dell’Associazione Italiana Autori della Fotografia e Tiziano Martella che ha lavorato per La Grande Bellezza di Sorrentino e Reality di Garrone. In post-produzione ho avuto Todd Warren, il sound designer del film Cube. Una troupe veramente internazionale… e il regista è arabo, in più!».

DA “IL PORTAFOGLIO” A “KOSMODROME”

kosmodrome 1Rimettersi in pista dopo diversi anni comporta molti cambiamenti. «Ne Il Portafoglio parlo di una violenza fisica, in Kosmodrome di una violenza mentale. Questa è l’unica connessione tra i due. Non c’è più molto di quello che avevo fatto a Modena anche se indubbiamente tutte le basi tecniche vengono da lì – spiega Youcef e conclude – . Questo film è stato una scuola di cinema, più della vera scuola di cinema. Lì mi sono fatto delle conoscenze, ma per fare cinema bisogna scrivere molto, tutti i giorni, prendere una telecamera, delle luci, cercare gente disposta a fare un film con te, girare, provare, far vedere quello che si è fatto, girare, girare, girare ed è così che si impara. Bisogna fare cinema per imparare a fare cinema».

 

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