La prima rivoluzione di Francesco

Francesco è l’unico leader credibile a livello internazionale. E non per la standing ovation che lo accoglie nei suoi viaggi; nemmeno per le “toccanti” frasi e i gesti “semplici” che distribuisce durante le udienze. Ma per la svolta antropologica che sta portando avanti all’interno dell’antica istituzione che governa: la Chiesa vecchia, rigida, tradizionalista e fredda lascia spazio a un nuovo modo di “essere pastore”. Questo non comporta un indebolimento della Chiesa. Che comunque continuerà a battersi per le ingiustizie e le immoralità che si consumano nel mondo. Lo farà, però, rispettando un nuovo paradigma. Perché – lo ha detto il papa stesso in una delle sue prime interviste – “chi sono io per giudicare gli altri?”.
È questa la fotografia scattata, a circa due anni dall’inizio del pontificato, da Gianfranco Brunelli, direttore della rivista “Il Regno”, nel corso di un incontro promosso dal Centro culturale F.L. Ferrari.

Quale modello di Chiesa ha in mente papa Francesco?
Per comprendere il nuovo “modello di Chiesa” che ha in mente Bergoglio, occorre tornare agli ultimi mesi del pontificato di Benedetto XVI che, attraverso le sue dimissioni, ha dimostrato “l’infragilimento della figura del papa” e confermato che, in fondo, «la “società perfetta” da contrapporre alla modernità non era più così perfetta». «Quel gesto – ha spiegato Brunelli – ha liberato una forza enorme dentro l’istituzione ecclesiastica», perché ha dettato un «cambio di paradigma».
Un cambio di paradigma che papa Francesco ha cominciato a interpretare subito dopo l’elezione. «La sua Chiesa non intende criticare il contemporaneo a partire dalla Dottrina, dal Magistero, da una formulazione concettuale – ha proseguito il direttore de Il Regno –. Vuole invece dialogare a partire da una svolta antropologica: al centro ci sono gli uomini e le donne del nostro tempo». Lo dimostra l’affermazione più radicale pronunciata da Francesco “Chi sono io per giudicare il mio fratello”: un’affermazione in sé assolutamente rivoluzionaria che mai dalla cattedra di un papa si era sentita.

papa2

Pastori miti, non principi
A papa Francesco non interessa la “filosofia sull’umano”, ma l’uomo come “carne”, chi vive al limite della sopportabilità umana, il diseredato, il fallito. «Il suo è un modello di Chiesa che fa della scelta per i poveri non una scelta ideologica e neppure sociologica, ma evangelica, di conformazione a Cristo».
Lo si può comprendere bene quando il 21 giugno 2013, qualche mese dopo la sua nomina, riceve i nunzi pontifici, e parla lor del compito dei pastori.

Nel delicato compito di realizzare l’indagine per le nomine episcopali siate attenti che i candidati siano Pastori vicini alla gente: questo è il primo criterio. Pastori vicini alla gente. E’ un gran teologo, una grande testa: che vada all’Università, dove farà tanto bene! Pastori! Ne abbiamo bisogno! Che siano, padri e fratelli, siano miti, pazienti e misericordiosi; che amino la povertà, interiore come libertà per il Signore e anche esteriore come semplicità e austerità di vita, che non abbiano una psicologia da “Principi”.

Secondo Brunelli una Chiesa di questo tipo, che fa della scelta dei poveri il modello di imitazione a Cristo, che si spoglia del proprio potere sacrale, che annuncia una modernità nuova nella fedeltà antica al vangelo – cioè la crescita della coscienza responsabile e spirituale così come della comunità cristiana – è una Chiesa che può amare solo il vangelo della tenerezza.

Il sinodo, la prima riforma di papa Francesco
Tanta enfasi è stata data dai media e dai commentatori alla prima parte del sinodo dei vescovi sulla famiglia. Un sinodo che, dal punto di vista delle procedure, ha inverato un diverso modo di essere della Chiesa. E per questo può essere considerato rivoluzionario. Francesco ha chiesto un coinvolgimento delle Chiese locali, di tutto il popolo di Dio, non solo dei vescovi. Ha applicato un “modello partecipativo”, tipicamente “conciliare”.
Al di là del tema della famiglia affrontato dai vescovi, l’effetto di questa riforma è di aver fatto «percepire al centro della Chiesa universale – a Roma – le diversità culturali, ambientali, di abitudini e anche le diverse miserie morali che ci sono nel mondo», e quindi di aver fatto «percepire una realtà che non è solo il frutto di un dibattito, che non può orientarsi solo a partire da noi, dall’Europa, dall’Italia, dall’Occidente, ma che deve guardare a come lo stesso tema e gli stessi valori comuni sono diversamente assunti nelle diverse aree del mondo».
Si è inaugurato, a detta del direttore de Il Regno, un «senso nuovo della Chiesa universale». Come avrebbe detto il teologo tedesco Karl Rahner «è finita l’epoca piana» quella di «una chiesa omogenea»: la Chiesa mondiale è una Chiesa che fa emergere le proprie diversità.

Una risposta a “La prima rivoluzione di Francesco”

  1. I rahneriani ragionano con categorie ideologiche come i tradizionalisti. La misericordia cristiana non è un atteggiamento sociologico ma discende dalla Santità e Sacralità. Rinunciare al “Santo/Sacro” non rende la Chiesa più attraente ma soltanto simile ad una Ong come dice Papa Bergoglio. La Carità, l’Agape, è altro. La Carità, che è il Fuoco dello Spirito Santo, discende dall’Alto nel cuore umano trasformandolo. Le conseguenze sociali vengono dopo. Nella mistica sta il fondamento della tenerezza per gli ultimi come per chiunque, ricco o povero, è “affamato” di Dio. Dall’Amore di Dio discende l’amore per il prossimo. Viene il Verticale e poi, in modo naturale, anche l’orizzontale. Luigi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *