La città dei nostri sogni

Ci sono due scene di Inception di Cristopher Nolan che hanno a che fare con la voglia di immaginare di stravolgere la città così come la conosciamo.

La prima è quella in cui il protagonista Dom Cobb (Leonardo Di Caprio) illustra alla giovane Arianna, sua allieva, il potere dell’architetto dei sogni. La ragazza capisce in fretta: dopo pochi passi vediamo la città di Parigi avvolgersi su se stessa e Cobb annuire soddisfatto. La passeggiata prosegue con ponti che appaiono o si spostano e la città che cambia forma a seconda del volere dell’architetto.

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Ma la seconda scena è ancora più interessante. A un certo punto della loro vita Cobb e la moglie, entrambi architetti di sogni, decidono di rinchiudersi per 50 anni in quello che chiamano limbo, in pratica un mondo di sogni (“spazio onirico grezzo”). Come due solitari naufraghi onirici vanno a vivere da soli in un mondo che si sono costruiti centimetro per centimetro. È letteralmente la città dei loro sogni.

Avevano possibilità illimitate, proprio come nei sogni: niente costi o vincoli di legge a fermare l’immaginazione. Potevano costruire quello che volevano esattamente come volevano. Risultato?

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I due amanti vanno a vivere in una enorme e grigia metropoli abbandonata, con uno skyline composto da torri tutte uguali e un po’ inquietanti. Perché? Perché andare a vivere, perfino in un sogno, in una città di questo tipo? Una città composta da griglie di grattacieli, di cemento e acciaio, vetro e asfalto? C’è perfino un momento in cui Cobb e sua moglie dicono “Abbiamo sempre voluto vivere in un edificio come questo”. Ah sì?

Non sono l’unico a essersi fatto questa domanda, solo apparentemente semplice, dato che ogni singolo fotogramma del film di Nolan è stato sviscerato, analizzato e teorizzato da migliaia di laureati in lettere e filosofia. Ma anche di architettura: a molti appassionati di urbanistica la città dei sogni di Inception ha ricordato il Plan Voisin di Le Corbusier, cioè una famosa soluzione urbanistica realizzata dal grande architetto per il centro di Parigi.

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In effetti, confrontando le immagini, la città sognata da Cobb e sua moglie ricorda quella disegnata da Le Courbusier. Ma anche il limbo dantesco così come descritto nella Divina Commedia: un castello cinto da sette ordini di mura, un posto calmo e malinconico dove le anime aspettano. È evidente che la città dei sogni dei coniugi Cobb si tratta di una città della memoria: è un contenitore mentale, uno spazio freddo e cartesiano che i due hanno riempito con i ricordi.

Quello che poteva essere il livello più onirico e visionario del film, è in realtà quello più vicino alla realtà, forse perché l’immaginario della vita quotidiana (di coppia, in questo caso) è così forte che diventa impossibile evitarlo: non riusciamo a immaginare una vita che non sia simile a quella che già viviamo. In altre parole non riusciamo a immaginare una città che non sia una città.

Ma prima che si vada a finire nel tunnel senza uscita del delirio interpretativo, sindrome che colpisce chiunque parli dei film di Nolan, fermiamoci qua e ripartiamo dalla sola e unica domanda che riguarda questo articolo: come dovrebbe essere la città dei nostri sogni?

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In passato gli architetti ne immaginavano in continuazione. Città utopistiche, città ideali, sempre a metà tra scienza e fantascienza: c’erano quelle sottomarine o galleggianti, quelle spaziali, le città sotterranee o scavate nelle montagne, oppure ricoperte da prati e alberi. Progetti folli e ambiziosi, e per questo da apprezzare, ma che oggi probabilmente si scontrerebbero con costi impossibili, piani urbanistici e dissesto idrogeologico.

Un punto di non ritorno dei grandi e ambiziosi progetti urbanistici si chiama Pruitt-Igoe, da qualcuno definito addirittura “il giorno in cui l’architettura moderna è morta”.

Si trattava di un complesso di palazzoni progettati da Minoru Yamasaki nella città di Saint Louis, Missouri (USA) nel 1955. Le intenzioni erano buone, ottime. Ma, come si sa, le cose peggiori si fanno con migliori intenzioni.

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Pruitt-Igoe doveva essere una soluzione geniale per la vita, sempre più dura e disordinata, della popolazione povera della città. La classe operaia di Saint Louis viveva in baracche senza bagno o con il bagno in comune, energia elettrica che saltava, spazzatura agli angoli delle strade, una situazione di insostenibile degrado. Quindi si decise di finanziare un mega progetto di edilizia residenziale pubblica.

Nel progetto era prevista la segregazione razziale: parte del complesso sarebbe stata occupata dai bianchi poveri e un’altra parte dai neri poveri. In seguito la segregazione viene bandita e Pruitt-Igoe diventò semplicemente il quartiere dei neri poveri.

Si trattava di 33 edifici enormi che contenevano 12mila persone.

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L’operazione, ambiziosa, monumentale e innovativa, si dimostrò però un totale fallimento: dopo i primissimi tempi, le condizioni di vita diventarono pessime (principalmente perché la città non aveva i soldi per mantenere il complesso) e il risultato fu che Pruitt-Igoe in pochi anni venne abbandonato. Con l’abbandono, arrivarono crolli, vandalismo, degrado e la zona divenne una terra di nessuno con bande di tossicodipendenti e criminali a regnare, come nei film post-apocalittici.

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Soluzione?

Il comune, che aveva voluto il progetto, trovandosi per le mani un pericoloso e pericolante mostro di cemento, talmente grande da non poter essere recuperato, decide di distruggerlo: il primo edificio viene demolito il 16 marzo 1972. Gli altri 32 palazzoni saranno demoliti nei due anni successivi. Parte di questa demolizione si può vedere in una delle scene più emozionanti del film Koyaanisqatsi.

Anche le fotografie non sono da meno: si tratta di fotogrammi che catturano il crollo di un’utopia, esattamente come gli edifici che crollano all’entrata del Limbo di Inception: un mondo di sogni che si sfalda.

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Oggi si va leggermente più cauti con i mega progetti di città ideali, e il concetto di “città dei sogni” è sempre più legato alle attività commerciali.

Ad esempio a Macau, paradiso fiscale cinese, esiste un posto che si chiama esattamente City of Dream ed è un delirio architettonico che unisce Dubai e Las Vegas: un complesso di alberghi, casinò, palestre, piscine, centri conferenze, negozi e ristoranti, psichedelico, luminoso e scintillante. Un cartello all’entrata dice “la città dove i sogni diventano realtà”, come si diceva di Las Vegas.

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Sempre più spesso le città dei sogni contemporanee assumono questo aspetto: vetri enormi e autopulenti, esoscheletri al neon, luci e giochi d’acqua, centri commerciali e casinò. Il modello prima era Las Vegas, ma oggi è senza dubbio Dubai. Per alcuni è un sogno, per altri un incubo.

Eppure, chissà, anche queste moderne città dei sogni saranno abbandonate e lasciate al loro destino. Un’ipotesi secondo molti non così campata in aria.

È quello che ha immaginato il fotografo inglese Richard Allenby-Pratt con la sua serie Abandoned Dubai, dove la città degli Emirati appare fatiscente, con i grattacieli semidistrutti e coperti dalla sabbia del deserto e gli animali che si aggirano tre le rovine.

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Curiosità: Minoru Yamasaki, l’architetto che ha progettato il complesso residenziale pubblico di Pruitt-Igoe, è noto per aver progettato, fra i tanti, anche altri due edifici passati alla storia. E anche questi sono andati distrutti, sebbene in modo un po’ diverso:

WORLD TRADE CENTER SOUTH TOWER IS IMPACTED BY HIJACKED UNITED AIRLINES FLIGHT 175.

Un’altra dimostrazione che tutti i sogni, prima o poi, si infrangono.

2 risposte a “La città dei nostri sogni”

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