Immigrati a Modena: “gruppi etnici” ma non cittadini

Bruno Ciancio, Intercultural Cities Expert per conto del Consiglio d’Europa e responsabile del Master Interculturale nel campo della salute, del welfare, del lavoro e dell’integrazione dell’Università di Modena e Reggio Emilia, parla di questo e altro nel libro di recente pubblicazione “Sviluppare la competenza interculturale. Il valore della diversità nell’Italia multietnica. Un modello operativo”. Il volume suggerisce metodologie e strategie operative per lo sviluppo, l’organizzazione e l’applicazione della competenza culturale come processo sistemico, per favorire l’approccio e il confronto con la persona di origine non italiana.

ciancioCompetenza culturale come processo sistemico: ci spiega meglio questo concetto?
La società italiana è una: non dobbiamo concepirla come “noi (italiani) e loro (nuovi arrivati)”. Ogni incontro, questione, evento va osservato e affrontato attraverso una “lente interculturale”, tenendo presente che istituzioni, organizzazioni, professioni e individui (i quattro pilastri del sistema) vivono e operano all’interno di un unico sistema: il sistema paese. Occorre sintonia fra pensiero ed azione dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto, dalle istituzioni al singolo e viceversa, passando per i quattro pilastri di cui sopra.

Questa logica sistemica vale anche per la singola azienda, il comune, l’ente sociale, la scuola, l’impresa.
La volontà di guardare il mondo e guidare le azioni attraverso la lente interculturale, significa domandarsi ogni volta: “ma quando rifletto, decido, agisco ho considerato ogni aspetto interculturale?”
Il sistema non dovrebbe concentrarsi su questo o quel gruppo etnico, su questo o quel fenomeno interculturale ma guardare la società nel suo insieme, un sistema (che dovrebbe essere) inclusivo ed equo. Seguendo questa logica, tutta la popolazione viene messa in condizione di accedere ed usufruire delle risorse del sistema. Gli interventi intrapresi, sia a livello locale che non, vanno attuati attraverso una visuale guidata dalla lente interculturale, per far sì che nessuno sia svantaggiato.

Nel libro parla di un “divenire culturalmente competente”: in Italia, è un miraggio o un terreno conquistabile (un giorno)?
Non è per niente un miraggio anche se non si tratta di un processo breve. La logica dell’approccio sistemico affronta la questione da molteplici punti di vista, nella consapevolezza che ci sono varie visioni del mondo possibili. Occorre favorire un’adeguata formazione, curare il dialogo pubblico, lasciare agli immigrati lo spazio e il tempo per responsabilizzarsi e sperimentare una partecipazione attiva al paese. Gli immigrati hanno bisogno di partecipare alla vita politica a pieno titolo come ogni altro cittadino e di dimostrare, come facciamo tutti, di volere fare parte della società e condividerne il futuro, senza essere costretti a rinnegare o ad abbandonare la propria cultura.

Cultura e integrazione, due facce della stessa medaglia: qual è l’innovazione possibile e indispensabile in questi due ambiti oggi in Italia?
Semplice: è indispensabile e possibile partecipare ad ogni aspetto della vita quotidiana del paese. Adottare un approccio sistemico è il modo migliore per far fruttare il potenziale di ogni persona, immigrata e non, ricordandole che ha il diritto e il dovere di condividere il proprio bagaglio culturale, professionale e personale e metterlo a disposizione del sistema-paese. L’argomentazione da utilizzare è che insieme si vince, divisi si perde: si tratta di uno sforzo bidirezionale la cui equazione finale deve dar luogo a una situazione win-win.

Come vede la situazione a Modena, la sua città?
Qui il concetto dell’approccio sistemico non esiste e neanche il concetto del win-win. A Modena non c’è mai stata la volontà di avere un approccio organico basato sulla responsabilizzazione degli immigrati per favorire un loro partecipazione alla vita pubblica in veste di membri effettivi con capacità decisionale. Modena ha dato ad alcuni, pochi privilegiati, posti di facciata, con una certa visibilità, ma distanti dal mainstream del processo decisionale reale. Immigrati visti come gruppi etnici, e non cittadini, da gestire.

Cosa fare per contrastare in modo più efficace la convinzione ancora troppo radicata che la diversità non è un valore?
Fare in modo che le persone di origine non italiana, portatrici di diversità, trovino lo spazio per dimostrare che sono in grado di dare un contributo, di prendersi responsabilità davanti al paese, mettendo a disposizione tutta la loro diversità. Il cittadino deve rendersi conto, attraverso l’ascolto e la vicinanza fisica, che ci possono essere diversi modi di vedere il mondo e provare a guardare gli eventi della vita attraverso la lente interculturale.

(Immagine di copertina, photo credit: looking4poetry via photopin cc)

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