Il parabrezza dell’integrazione

Dopo il tentativo di incursione di Matteo Salvini nel campo rom di via Erbosa a Bologna, c’era chi sperava che questa fosse l’occasione per parlare del problema dei campi rom, un’occasione per riflettere e discutere su una questione mai affrontata seriamente. Su Internazionale, a metà tra la provocazione e l’ingenua speranza, addirittura si scriveva: “Matteo Salvini ha ragione. Andando al campo di via Erbosa a Bologna, ha posto un problema serio [..] le scriteriate e razziste incursioni di Salvini potrebbero avere un merito involontario: rilanciare il dibattito sull’inclusione dei rom”.

Tutto questo ovviamente non è accaduto. Il risultato è stato da una parte parlare del parabrezza rotto di Salvini (è stato confermato che Salvini non comunicò gli orari e gli spostamenti alla Questura, questo dimostrerebbe che si trattava puramente di un gesto di marketing politico, totalmente riuscito), dall’altra parlare del “problema rom” e non del “problema campi rom”.

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Non è una sottigliezza: il problema rom non esiste, perché non si può associare un’intera etnia a un “problema”. Quello dei campi rom invece è un problema reale, innanzitutto per i rom, poi per i cittadini che ci devono convivere, e infine per lo Stato – e quindi per tutti noi – che continua a sprecare centinaia di milioni di euro in una non-soluzione che porta esclusivamente alla ghettizzazione e al degrado, in una direzione totalmente opposta a quella auspicata a livello europeo.

Il dibattito però è morto sul nascere e qualche giorno dopo Salvini era a cantare Romagna mia con Raul Casadei. La situazione, di per sé già abbastanza grottesca, è diventata perfino paradossale quando tutti in coro, politici, giornalisti, cittadini, si sono preoccupati della violenza subita da Salvini (il parabrezza rotto) e non di quella ormai accettata, decennale, subita dai rom, ovvero la condizione di ghettizzazione. Che non riguarda tutti i rom.

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“Prima di tutto va chiarito che nonostante l’immaginario comune identifichi i rom con i campi, in realtá molti rom vivono in case private e popolari o in terreni privati su case mobili (soprattutto tra i sinti)” spiega Nando Sigona, sociologo e ricercatore dell’Università di Birmingham, autore di diversi testi sul problema dei campi e della discriminazione di rom e sinti (in italiano consigliamo un testo del 2003, “Figli del ghetto”, Il Saggiatore).

“Bisogna poi distinguere tra campi costruiti dalle amministrazioni pubbliche, insediamenti spontanei e informali e campi regolarizzati – continua Sigona – una sorta di ibrido tra i due in cui l’ente locale riconosce una situazione di fatto.”

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Ma perché non ci sono campi marocchini, campi polacchi, ma ci sono campi rom?

Molti rom finiscono nei campi per mancanza di alternative concrete ed economicamente sostenibili. Il campo diventa un rifugio per i rom e uno strumento di controllo per lo stato. Nei paesi ex-comunisti lo stato ha proletarizzato molte comunità rom e le ha inserite in edilizia popolare, per alcuni questo processo ha favorito nel tempo un inserimento stabile nel mercato del lavoro e la mobilita’ sociale. In altri casi, il processo ha prodotto ulteriore marginalizzazione. Per fare un esempio, nell’Ungheria per 1989 il tasso di occupazione dei rom (sia uomini che donne) era di poco inferiore a quello della popolazione magiara, appena cinque anni dopo la caduta del muro di Berlino il tasso di disoccupazione dei rom e’ altissimo comparato agli altri.

Negli altri paesi europei la situazione dei rom è molto diversa da quella italiana?

Esistono situazioni molto diverse. La presenza di insediamenti informali per esempio non e’ comune in tutta Europa, come variano anche le possibilià per i rom di accedere al mercato del lavoro. Nonostante leggendo i giornali sembrerebbe che la situazione in Italia e’ sempre uguale, sono stati fatti invece importanti passi nella direzione giusta in molte città come Bolzano, Venezia e Firenze. Anche se anche in questi casi non mancano chiaroscuri.

Com’è possibile favorire l’integrazione dei rom?

I rom sono un ‘mondo di mondi’, un universo complesso e variegato con delle traiettorie interne molto diverse. Lo stigma attaccato ai rom invece non fa differenze e tratta tutti come criminali reali o in potenza. Questa sarebbe una prima cosa da affrontare per favorire percorsi di inserimento dei rom. Integrazione e’ un percorso in due direzioni, le politiche di integrazione attuali hanno dimenticato questo dato fondamentale.

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